Per una democrazia che sappia fare politica estera

Da Dissent Magazine

La posizione di massima

Esiste un qualcosa che possa essere assimilato a una politica estera di sinistra? Quali sono le idee tipiche della sinistra riguardo al mondo degli esteri? In che occasioni la gente di sinistra ha difeso, a torto o a ragione, l’uso della forza? A ispirarmi tutte queste domande sono state le varie tesi avanzate circa il da farsi in Siria, ma le risposte che cerco sono di carattere più generale, a partire dall’analisi non solo della sinistra com’è oggi ma anche della sinistra storica. Non sono interrogativi semplici: prima di tutto, perché sono esistite – e tuttora esistono – molte sinistre; e in secondo luogo perché le idee della sinistra in materia di politica estera cambiano ben più spesso di quelle che riguardano il contesto sociale interno. Il tratto distintivo della sinistra a casa propria è una relativa coerenza, ma lo stesso discorso non vale affatto all’estero. Tuttavia, è possibile estrapolare una sorta di posizione di massima da cui poi partire per approfondire i vari atteggiamenti alternativi e le argomentazioni sia a favore che contro di essi. Voglio qui passare in rassegna tutte queste tesi e provare a stabilire perché in alcuni casi si siano rivelate valide e in altri assolutamente pessime.

La posizione di massima ha fatto la sua apparizione in epoca precoce nella storia di cui abbiamo traccia documentale. La prima volta l’ho trovata leggendo gli scritti dei profeti biblici, che sono stati spesso fonte di ispirazione per la sinistra occidentale. I profeti sostenevano che se gli israeliti avessero obbedito ai comandamenti divini, se avessero smesso di “pestare la faccia dei miseri” e se avessero fondato una società equa avrebbero potuto vivere nella propria terra per sempre, al sicuro dall’imperialismo assiro e babilonese. La giustizia avrebbe portato con sé sicurezza, oltre a perseguire uno scopo ancora più nobile: Israele sarebbe stata “luce delle nazioni”. Tutto quel che serviva era solo restare fermi e risplendere.

Questa è quella che chiamerò la “posizione di massima” della sinistra: la miglior politica estera consiste nel fare una buona politica interna. Quante volte ci siamo detti contrari a imprese in terra straniera e guerre che ritenevamo superflue insistendo a ribadire come i nostri connazionali avrebbero fatto meglio a concentrare energie e risorse sul problema dell’ingiustizia in patria? La guerra di classe è spesso descritta in termini di conflitto internazionale, ma le battaglie che la riguardano sono quasi sempre a carattere locale e le vittorie, quando ci sono, si festeggiano in casa e solo in un secondo momento vengono sbandierate come esempi da imitare all’estero (così come molto spesso avviene per la socialdemocrazia svedese). La neutralità della Svezia è un modo intelligente per avere una politica estera che non richieda politica estera e lascia il massimo spazio a disposizione per lo sviluppo in ambito domestico. La sinistra riesce meglio a creare società decorose nei contesti in cui è più attivamente coinvolta in patria.

Qui negli Stati Uniti, il New Deal è stato un tentativo fatto dagli americani per rendere l’America un posto migliore; ha avuto pochissima risonanza a livello globale, malgrado alcuni liberali americani lo raccomandassero come alternativa al fascismo e allo stalinismo. Subito dopo il 1945, c’è stato un qualcosa di simile a un New Deal della politica estera, il cui caso più eclatante è stata la ricostruzione politica del Giappone, ma ciò non si è accompagnato a una spinta ambiziosa in termini di liberalismo in patria. Le aspirazioni domestiche tendono a espandersi nella (relativa) assenza di coinvolgimenti all’estero.

La guerra di rivoluzione

Fin dai tempi della Rivoluzione Russa, tuttavia, questo circoscrivere l’attenzione all’ambito domestico è stato messo in discussione dalla gente di sinistra, secondo cui non poteva esserci “socialismo in un solo Paese”. Nessuna vittoria della sinistra avrebbe potuto dirsi certa a meno che non fosse stata seguita da molte altre vittorie. Questo discorso non vale solo per il socialismo. Anche la democrazia è un’entità politica che non sarà mai effettivamente “sicura” finché non ne esisteranno molte altre. Il tentativo di istigare rivoluzioni comuniste o socialiste nei Paesi limitrofi o di promuovere la democrazia all’estero – con la forza, ma anche in altri modi – è probabilmente la variante più frequente rispetto alla posizione di massima.

Si prenda la marcia dell’Armata Rossa su Varsavia nel 1919 per portare il comunismo in Polonia. Era la guerra di Lenin; secondo Isaac Deutscher, Trockij vi si era sensatamente opposto, preferendo sostenere i rivoluzionari stranieri sul piano politico piuttosto che su quello militare, ma visto che era lui a guidare l’esercito viene comunemente associato alla scelta di esportare la rivoluzione con la forza. L’esercito americano che marcia su Baghdad per portare la democrazia in Iraq è un altro esempio della stessa spinta. Quella era una guerra appoggiata da esuli iracheni ex-trockijsti (come Kanan Makiya), da sessantottini europei (come Adam Michnik e Bernard Kouchner) e da un insolito mix di esponenti di sinistra americani e intellettuali neoconservatori. I neocon si possono plausibilmente definire eredi politici di Trockij, per quanto a casa propria abbiano completamente dimenticato il socialismo (e perfino la democrazia). La maggior parte della gente di sinistra sia europea che americana era contraria alla guerra in Iraq, il che indica l’adesione a una diversa politica di sinistra.

All’indomani della Seconda Guerra mondiale, ci sono stati significativi sforzi da parte degli americani per cercare di promuovere la democrazia all’estero, sforzi che possono essere letti come un tentativo di internazionalizzare il New Deal. La democratizzazione della Germania ne è un esempio, ma il Giappone costituisce in questo senso un caso ancor più interessante, perché lì si è assistito alla formulazione di una Costituzione democratica ad opera di liberali ed esponenti di sinistra americani (reclutati, a sorpresa, da Douglas MacArthur), che hanno letteralmente rivoluzionato la politica e la società giapponesi. La nuova Costituzione comprendeva perfino una clausola sulla parità dei sessi, che in patria non rappresentava ancora un rilevante argomento di discussione.

Il Piano Marshall è un altro esempio di politica democratica, per quanto in questo caso antirivoluzionaria, attuata all’estero. Tra i suoi scopi c’era quello di rafforzare le democrazie dell’Europa occidentale contro la presunta minaccia di un golpe comunista. Il piano è stato adottato da un Congresso repubblicano, ma ha ricevuto ampio supporto da quella che potremmo considerare una quasi-sinistra: il CIO (dopo accesa battaglia interna) e il gruppo di recente formazione degli Americani per l’Azione Democratica. Irving Howe scrive nella sua autobiografia che “solo i marxisti più dogmatici” avrebbero potuto liquidare il Piano Marshall come schema imperialista. Ma Henry Wallace e un manipolo di “progressisti” americani insistevano a ribadire che fosse esattamente quello. Di fatto, come sostenuto da George Lichtheim nel 1963 e da Nicolaus Mills nel 2010 (entrambi regolari collaboratori di Dissent), il Piano Marshall ha incentivato l’indipendenza dei Paesi a cui ha prestato aiuto, anche la loro indipendenza dagli Stati Uniti.

Dalla fine della Seconda Guerra mondiale in poi, ovviamente, le azioni di supporto alle rivoluzioni in terra straniera non hanno più fatto parte della politica estera americana. Secondo alcuni americani di sinistra gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a fornire assistenza, anche militare, agli uomini e alle donne che si battono contro i regimi tirannici, così come vorrebbe la dottrina della guerra di rivoluzione. Ma la posizione di sinistra più standard si limita a stabilire che gli Stati Uniti non debbano aiutare i tiranni, così come hanno spesso fatto le amministrazioni americane in America centrale e Sudamerica. Già nel 1912 Victor Berger, uno dei due socialisti eletti al Congresso, si esprimeva a sfavore di un intervento antirivoluzionario in Messico. Da allora in poi, in diverse occasioni, sono stati sostenuti questi stessi argomenti, che garantiscono un appoggio quantomeno passivo agli oppositori di sinistra dei tiranni stranieri, lasciandoli al contempo liberi di vincere da soli le proprie battaglie. Anche dopo le rivolte scoppiate in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968, credo che nessuno a sinistra abbia finito per sposare la pretesa di destra di una “riesumazione” coatta dell’impero sovietico. Di fatto, a qualcuno nella sinistra c’è voluto parecchio tempo prima di rendersi conto che l’Europa dell’est era in balìa della tirannia. Ma i dissidenti comunisti hanno trovato dei buoni amici, e supporto sia morale che materiale, nella quasi-sinistra europea e americana.

L’antimilitarismo

Come indicato dalla portata dell’opposizione di sinistra alla guerra in Iraq, la disinvoltura nel ricorso alla forza in terra straniera rappresenta solo un’espressione intermittente della politica di sinistra. La posizione più abituale vede piuttosto un totale rigetto dell’uso della violenza (con il corrispondente rifiuto di votare i budget militari). All’estrema sinistra, nello specifico, c’è forte sospetto nei confronti di qualsiasi atto sia in odore di militarismo, e quasi tutta la gente di sinistra appoggia con passione i mediatori di pace, in ogni occasione in cui la pace si configuri come una possibilità concreta (e in alcuni casi anche quando non è così). Da qui discende un’altra tesi standard, ulteriore variante della posizione di massima: solo i militaristi e gli imperialisti vanno a far la guerra nei Paesi altrui; gli uomini e le donne di sinistra sanno bene che è meglio tenere i propri “ragazzi” (che è quello che una volta erano tutti i soldati) a casa. William Appleman Williams, che ha fortemente influenzato l’atteggiamento della nuova sinistra americana in materia di politica estera, sosteneva che “la vera necessità fondamentale è quella di rivedere la nostra concezione del salvare altri popoli e altre società”. La nuova sinistra, egli scriveva, avrebbe piuttosto dovuto perseguire un ideale “basato sull’autocontenimento e la comunità…”

L’antimilitarismo non è una politica isolazionista, o almeno non necessariamente. Può essere coerente con un forte appoggio agli aiuti stranieri e alle organizzazioni internazionali come la Lega delle Nazioni, le Nazioni Unite e la Corte Mondiale. Ma di solito si accompagna con l’una o l’altra versione della posizione di massima. Si prenda la feroce critica fatta da Randolph Bourne nel 1917 agli intellettuali che erano a favore della guerra: “Non essendosi mai sentiti responsabili delle lotte per il lavoro né dell’oppressione delle masse né dell’emarginazione delle razze in patria, avevano a disposizione una vasta riserva di capitale emozionale da riversare sulle popolazioni oppresse e i villaggi devastati d’Europa”. Tutto quell’investimento però, credeva Bourne, era sbagliato. Finché “la promessa di vita americana non è ancora realizzata… non ci resta che continuare a coltivare con tenacia e costanza il nostro giardino”. È un’argomentazione, questa, che ha avuto parecchia eco negli anni. Scrivendo all’indomani della guerra in Iraq (alla quale si era fermamente opposto), Andrew Bacevich ha rievocato la frase di Bourne sul “giardino” e ha affermato che se “teniamo fede agli ideali che professiamo, potremmo ancora diventare, nel nostro piccolo, un modello meritevole di essere emulato”, il che è un po’ la versione Bacevich del concetto di Isaia della “luce delle nazioni”.

Da questo approccio di sinistra sono scaturite diverse occasioni degne di lode. Tra quelle che preferisco c’è la nascita, nel 1898, della Lega Antimperialista, che ha portato avanti una lunga campagna contro la guerra americana nelle Filippine. Tra i componenti della Lega c’erano Jane Addams, Ambrose Bierce, John Dewey, Samuel Gompers, Henry e William James, Carl Schurz e Mark Twain, tutti convinti che la democrazia in patria non potesse durare se accompagnata da un impero all’estero (e questo è un ulteriore esempio di espressione della posizione di massima, per quanto con tutta probabilità ciò non fosse affatto vero: abbiamo controllato le Filippine per anni e anni, di fatto, riuscendo comunque a mantenere un qualcosa di simile alla democrazia a casa nostra). L’antimilitarismo ha dato origine anche alla campagna dei radicali britannici contro le guerre boere, alle posizioni di Bourne e Eugene Debs contro l’ingresso dell’America nella Prima Guerra mondiale, e alla precoce opposizione della nuova sinistra americana alla guerra del Vietnam (il successivo sostegno dato dalla sinistra ai Viet Cong è invece sintomatico di una politica diversa). In tutti i casi si trattava di guerre – così le autorità governative affermavano di fronte al mondo – volte a salvare altri popoli o a migliorarne le società di riferimento, e in tutti questi casi chi si opponeva al conflitto aveva valide ragioni per respingere la missione.

Dall’antimilitarismo è però scaturito anche uno dei momenti peggiori nella storia della sinistra: l’opposizione di gran parte, per quanto non tutta, la sinistra inglese e francese al riarmo contro la Germania nazista negli anni Trenta (per approfondimenti sulla declinazione americana di tale politica, si veda il saggio di Norman Thomas e Bertram Wolfe, Keep America Out of War, lett. “L’America fuori dalla guerra”, pubblicato nel 1939, in cui si invocava una “riduzione del budget militare-navale”). La tesi a favore della conciliazione era perlopiù una tesi di destra, ma molti a sinistra l’hanno appoggiata in virtù del loro essere – o credere di essere – contro “ogni genere di conflitto”. Clement Atlee, leader del Partito Laburista, criticava l’Accordo di Monaco nei dibattiti parlamentari; sosteneva, a ragione, che comportasse il tradimento di un alleato. Ma visto che il partito di Atlee si era opposto al riarmo per tutti gli anni Trenta, non poteva nel 1938 invocare una guerra per i cechi. La Gran Bretagna vi era assolutamente impreparata. Nella sinistra del Partito Laburista, Sir Stafford Cripps ha optato per la posizione di massima dura e pura, preferendo una guerra contro la classe di governo britannica a quella contro la Germania nazista. Era convinto che la miglior difesa dai nazisti fosse l’attuazione della rivoluzione socialista a casa propria. Una minoranza dei laburisti era costituita da pacifisti convinti, ma la maggior parte dei membri del partito avrebbe appoggiato una guerra di difesa nazionale, così come in effetti in un secondo momento ha fatto. Tuttavia, essi si sono rifiutati per principio di prevedere una guerra del genere o di prepararvisi.

Le guerre giuste

E tuttavia l’opposizione all’uso della forza è un atteggiamento comune, ma non costante, della sinistra. Si pensi alle brigate internazionali nella guerra civile spagnola. Molta gente di sinistra era pronta a combattere il fascismo, almeno finché il Patto Hitler-Stalin non ha costretto parecchi di loro all’irresolutezza militante e a un ritorno alla posizione di massima. Fu così che in un editoriale pubblicato sulla simpatizzante New Republic nell’aprile del 1940 si leggeva: “Non è un segno di sterile isolazionismo il ritenere con tutto il cuore e con tutta l’anima che il miglior contributo che gli americani possano dare al futuro dell’umanità sia quello di perseguire la democrazia negli Stati Uniti”. Ben presto, però, la sinistra si è resa conto che c’era un contributo ancora più urgente da dare. La Seconda Guerra mondiale in Europa era, di primo acchito, una guerra di destra, condotta da uomini come Churchill e de Gaulle che si erano fermamente opposti alla conciliazione. I comunisti e la sinistra del fronte popolare hanno rappresentato una delle principali forze di opposizione sotterranea ai nazisti, ma solo dopo l’invasione della Russia ad opera della Germania nel 1941; socialisti e socialdemocratici erano accesi antinazisti anche prima. La posizione di massima aveva (temporaneamente) perso il suo fascino.

La Seconda Guerra mondiale ha portato alla ribalta una questione cruciale: molta gente di sinistra, in particolare coloro che erano influenzati dalla dottrina marxista, pensava che una volta giustificato il ricorso alla forza militare non esistessero vincoli di natura morale al modo in cui essa veniva utilizzata. Ma anarchici e pacifisti, come Dwight Macdonald dalle pagine della sua splendida rivista Politics, muovevano aspre critiche al bombardamento delle città tedesche e al ricorso alla bomba atomica contro il Giappone. Macdonald e i suoi amici si erano opposti fin dall’inizio alla partecipazione americana al conflitto, e hanno mantenuto tale orientamento anche dopo essersi resi conto di come il nazismo fosse ben più dell’ennesima forma di imperialismo. Hanno frainteso in pieno la guerra, ma avevano ragione a condannare molti eventi spiacevoli verificatisi nel condurla.

D’altro canto, molti esponenti di sinistra che avevano colto l’esatta natura del conflitto si sono lasciati andare troppo precipitosamente alla condanna; e avevano ben poco da ridire sugli attacchi ai danni della popolazione civile delle nazioni nemiche. Le argomentazioni morali avrebbero avuto ampio risalto nell’opposizione di sinistra alla guerra in Vietnam, ma raramente se ne è avuta traccia durante la guerra “giusta” contro il militarismo nazista e giapponese, il che fa sorgere spontanea la domanda: argomenti del genere assumono rilevanza rispetto alla guerra in generale o ci si limita a usarli solo nelle campagne antibelliche di sinistra? Macdonald ha fatto costante riferimento al tema della moralità sia durante la Seconda Guerra mondiale che dopo, ma molta gente di sinistra no.

Ci sono anche altri casi di appoggio di sinistra all’uso della forza, anche da parte di Paesi capitalisti come gli Stati Uniti. Secondo alcuni marxisti militanti qualsiasi guerra venga combattuta da una nazione capitalista è, per definizione, un conflitto imperialista. Ma la guerra in Corea, combattuta da un’alleanza di Stati capitalisti, è stata supportata dalla maggior parte della sinistra democratica sia americana che europea. Una guerra condotta per riparare a un’aggressione, e approvata dalle nazioni Unite, poteva plausibilmente essere definita una guerra giusta. Malgrado ciò, un’opposizione di sinistra c’è stata: Michael Harrington (in qualità di esponente del Movimento dei Lavoratori Cattolici) e David Dellinger (con la Lega di Resistenza alla Guerra) hanno organizzato marce contro le operazioni; I. F. Stone ha definito il conflitto ingiusto, con coraggio e (secondo me) a torto. Quelli che sarebbero divenuti i futuri direttori di Dissent (in rotta con molti dei loro compagni shachtmaniti) hanno appoggiato la guerra, per quanto senza dubbio in forma critica, il che era la cosa giusta da fare.

Nella sua storia della sinistra americana, Michael Kazin scrive che sin dai tempi dell’amministrazione Woodrow Wilson “i liberali avevano ardentemente promosso le guerre come forme di tutela e avanzamento della democrazia. Il conflitto in Vietnam ha messo la parola fine a quella tradizione per i decenni a venire”. Negli anni Novanta, però, è emerso un approccio liberale e di sinistra a difesa della guerra più minimalista, di cui si è fatto portavoce il Libro nero sulla Bosnia prodotto dai direttori di New Republic nel 1995 e a cui è stata poi data piena legittimazione intellettuale da Samantha Power con il suo Un problema infernale del 2002. Lo scopo di quello che è stato definito un “intervento umanitario” non era quello di promuovere la democrazia ma piuttosto di porre fine allo sterminio di massa, agli stupri e alla pulizia etnica.

La guerra della NATO in Kosovo nel 1999, innescata in parte dal massacro di Srebrenica, è stata una guerra di quasi-sinistra: il partito laburista era al potere in Gran Bretagna, i socialisti in Francia, una coalizione di socialdemocratici e verdi in Germania, la sinistra democratica in Italia. L’amministrazione Clinton era una debole versione di questa politica sinistroide, ma ha garantito la leadership necessaria allo sforzo bellico. All’intervento militare in Kosovo si opponeva l’estrema sinistra, che non dava credito alle motivazioni di carattere umanitario. Ricordo di aver sentito da un comunista “ricostruzionista” all’Istituto Gramsci di Torino, in Italia, nel marzo del 1999, che la NATO stesse “per forza” puntando ad assumere il controllo del Mar Nero dai russi. Non c’era altra possibile spiegazione per la guerra “imperialista”.

La critica più convincente da parte dell’estrema sinistra è arrivata in un secondo momento: si diceva che l’interventismo di sinistra in Kosovo rendesse la causa della guerra in Iraq più semplice da pianificare e difendere. Ma ciò non può essere usato come argomento contro il ricorso alla forza per impellenti ragioni di carattere umanitario. Piuttosto, è una tesi che serve a stabilire delle distinzioni, il che in politica è sempre necessario. La guerra in Iraq non è stata un intervento umanitario; è stata (a sentire una delle giustificazioni che ne sono state fornite) una guerra volta a rovesciare un dittatore brutale e a promuovere la democrazia. C’erano tesi e precedenti di sinistra a favore di un conflitto del genere, come ho già accennato, ma esisteva anche una potente argomentazione di sinistra a sfavore, una tesi avanzata – forse per la prima volta – dal Partito socialista nel 1917: “La democrazia non può in nessun caso venire imposta a un Paese da una potenza straniera con la forza delle armi”.

David Miliband del partito laburista aveva ragione, nel 2008, ad affermare che nei decenni precedenti “il movimento neoconservatore era parso più sicuro nell’ambizione di diffondere la democrazia nel mondo” rispetto alla sinistra. La sinistra, a suo avviso, “era combattuta tra l’auspicabilità dell’obiettivo e gli scrupoli circa il ricorso ai mezzi militari”. Avere degli scrupoli è ragionevole quando si tratta di promuovere la democrazia, ma non – io credo – quando si sta parlando di fermare un massacro. La campagna a favore dell’intervento in Darfur, e non l’invasione dell’Iraq, è stata la più immediata appendice della guerra di quasi-sinistra in Kosovo.

La liberazione nazionale

Gli internazionalisti di sinistra non si chiedono solo se sia il caso che “noi” usiamo la forza, ma anche se sia il caso che la usino gli altri. Per quanto riguarda le potenze imperiali, la risposta a questa domanda è in genere negativa, il che di solito è giusto. Al contrario le guerre di liberazione nazionale vengono quasi sempre appoggiate, il che ancora una volta è in linea di massima corretto. È dura da ricordare, ma negli anni Quaranta la battaglia sionista per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina è stata sostenuta con entusiasmo dalla maggior parte della sinistra sia americana che addirittura europea. W.E.B. Du Bois, tanto per fare un esempio, auspicava nel 1944 un Medioriente post-imperiale in cui il popolo ebraico potesse “ottenere una liberazione nazionale alle sue modalità e in linea con la propria cultura e le proprie tradizioni”. La sinistra ha anche appoggiato il piano di partizione della Palestina, quando le Nazioni Unite lo hanno messo al voto nel 1947 (fu appunto quella la prima versione della “soluzione dei due Stati”). Imperialisti britannici e trockijsti erano invece contrari a quell’idea, pur se con motivazioni differenti.

Ma il caso più emblematico come spunto di riflessione sui movimenti di liberazione nazionale è quello della guerra d’indipendenza algerina, in cui a capeggiare la lotta era il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), un movimento politico laico di sinistra i cui militanti avevano sconfitto gli altri movimenti di liberazione nazionale, perlopiù assassinandone i membri. La guerra del FLN era una guerra giusta, ma combattuta in un modo criminale che molti francesi di sinistra difendevano, mentre d’altro canto condannavano a ragione le attività delittuose degli oppressori francesi. Agli oppressi era concesso il diritto di compiere atti sanguinari, e quella non è stata né la prima né l’ultima volta. È un atteggiamento tipico della sinistra, per quanto io ritenga che non possa essere giustificato.

Si prenda l’apologia fatta da Jean-Paul Sartre del terrorismo FLN: “Sparare a un europeo è come prendere due piccioni con una fava, si cancellano nel medesimo istante sia l’oppressore che l’oppresso: restano un uomo morto e uno libero”. Come sostengo in Guerre giuste e ingiuste, affermare che ci voglia un europeo morto per fare un algerino libero era quantomeno di pessimo auspicio. Non c’erano abbastanza europei in Algeria alla fine degli anni Cinquanta; se gli algerini avessero dovuto guadagnarsi la libertà nel modo in cui diceva Sartre avrebbero dovuto trasferirne altri apposta. Inutile dirlo, Sartre stesso di certo non si è proposto come volontario per farsi uccidere così che un altro potesse guadagnarsi la rinascita. Affermazioni del genere indicano un concetto manipolatorio della moralità, che è perlopiù comune tra i “realisti” di destra ma ovviamente ha anche una sua declinazione a sinistra.

Le scorciatoie

Tutte le argomentazioni a favore dell’uso della forza a scopo umanitario o liberazionista sono assolutamente problematiche; bisogna prestare parecchia attenzione alle circostanze locali e alle storie specifiche. Si deve riflettere a fondo sul rapporto tra mezzi e fini. È difficile, e farlo bene dà origine a giudizi che possono sembrare, per quanto non lo siano, profondamente incoerenti, come appoggiare la causa dell’indipendenza algerina ma rifiutare il terrorismo dell’FLN. È per questo che sono state elaborate alcune scorciatoie ideologiche atte a rendere più agevole la produzione di giudizi, stratagemmi assai popolari tra parecchi esponenti della sinistra e che necessitano di un’analisi critica di sinistra.

Ho già accennato prima a una scorciatoia ricorrente, che sta nell’appoggiare gli oppressi a prescindere da quel che fanno. La difficoltà sta nel fatto che il termine “gli oppressi” non definisce un agente effettivo politicamente impegnato nel mondo. Gli agenti che incontriamo sono piuttosto organizzazioni e movimenti che sostengono di operare a favore degli oppressi. In alcuni casi tale pretesa è giustificata, ma in altri no; a volte questi gruppi sono solo delle nuove élite, composte dai futuri oppressori degli oppressi. Quel che si verifica è un rimpiazzo all’apice della piramide, non una ribellione dal basso. La solidarietà nei confronti degli oppressi implica che cerchiamo di immaginare cosa questa gente effettivamente voglia e di cosa abbia davvero bisogno per poi analizzare criticamente i gruppi che affermano di agire in suo nome: sono rappresentativi? Sono ricettivi? Non esistono scorciatoie per compiere tale analisi; ci vogliono duro lavoro e onestà intellettuale.

La seconda scorciatoia, forse ancor più comune della prima, è quella di opporsi a qualunque “imperialismo” o, stratagemma nello stratagemma, a ogni forma di politica americana all’estero. L’antiamericanismo è un atteggiamento diffuso a sinistra, il che ancora una volta in certi casi coglie nel segno e in altri no. A mio avviso valeva in Vietnam nel 1967; era fondamentalmente nel giusto dall’inizio alla fine del Ventesimo secolo in America centrale e Sudamerica; ha funzionato in Iran nel 1953 (quando la sinistra ha criticato il colpo di Stato anti-Mossadeq) e in Iraq nel 2003; valeva anche per il NAFTA e per il FMI. Ma questo non basta a farne uno stratagemma affidabile. Si ricordi che la disfatta del nazismo e dello stalinismo, i due regimi politici più brutali nella storia dell’umanità, è stata in percentuale significativa opera degli americani. Un’opera che molti a sinistra hanno appoggiato, così come doveva essere.

Nel 1967 Dwight Macdonald scriveva a Mary McCarthy che la guerra americana in Vietnam era una dimostrazione di come “malgrado tutti gli aspetti positivi connessi alla nostra vita politica-sociale-culturale interna, fossimo divenuti una potenza imperialista, che oltretutto, in parte proprio a causa delle virtù mostrate in patria, si rivelava nella maggior parte dei casi inefficace”. E la nostra inefficacia in questo senso ha continuato a manifestarsi: a dicembre del 2005, con 100 mila soldati americani in Iraq, abbiamo indetto delle elezioni in cui il nostro candidato è arrivato terzo. Un risultato, io credo, senza precedenti nella storia dell’imperialismo. L’interpretazione dell’imperialismo statunitense fatta da Macdonald riflette un’intelligenza politica e un equilibrio morale che perlopiù mancano nella letteratura antiamericana contemporanea.

L’atteggiamento antiamericano genera a volte cortocircuiti a livello politico, com’è avvenuto nel caso della Siria in cui gli analisti di sinistra hanno previsto conseguenze terribili nell’eventualità di un intervento americano a favore delle forze anti-Assad. Quelle previsioni si sono avverate anche se gli Stati Uniti non sono intervenuti, ma una volta divenuto lampante che quello scenario nefasto non era colpa dell’America, molti esponenti di sinistra hanno semplicemente perso interesse per la situazione, ad eccezione di un persistente ma non molto efficace impegno a favore delle vittime della guerra.

Chi erano i responsabili del conflitto in atto, delle stragi, del terrore, dell’emergenza rifugiati? Quali erano le forze sociali coinvolte? Cos’avremmo (noi della sinistra) dovuto farne e come avremmo dovuto rispondervi? Questo genere di analisi, comune a tutte le critiche di sinistra all’imperialismo, è perlopiù mancato. Uno dei motivi per cui questa riflessione non c’è stata è che non dava occasione di criticare l’America; una seconda ragione è che avrebbe reso necessarie un’attenta lettura e un’aspra critica delle politiche islamiste.

Un’altra scorciatoia ampiamente utilizzata (che però non funziona nel caso della Siria) è quella di opporsi a tutto ciò che fa Israele e condannarlo anche per gran parte di quello che non fa, dal momento che esso è visto come il “lacchè” dell’imperialismo americano o, in alternativa, come la forza dominante che condiziona la politica estera statunitense. Le politiche adottate dall’attuale governo israeliano – l’occupazione, gli insediamenti, il rifiuto di reprimere l’hooliganismo ebraico in Cisgiordania – meritano di diventare oggetto di critiche radicali. Malgrado ciò, la scorciatoia anti-israeliana è un esempio, per parafrasare August Bebel, di sinistra dei folli.

Un ultimo stratagemma è quello di limitarsi ad appoggiare qualsiasi governo si dichiari di sinistra o anti-imperialista e si ponga in contrasto con gli interessi americani. È un atteggiamento diverso dalla vecchia scorciatoia stalinista: quella di appoggiare l’Unione Sovietica qualsiasi cosa facesse perché era la prima dittatura proletaria e il primo paradiso dei lavoratori. Quel genere di politica è, io credo, ormai definitivamente estinto, per quanto abbia avuto una breve recrudescenza, concentrata sulla Cina e in un secondo momento, ma con pochissimi adepti, sull’Albania e la Corea del Nord. La sua versione più recente celebra i leader massimi come Nasser, Castro o Hugo Chávez ed è accompagnata da infatuazioni a breve termine, come nel caso di Michel Foucault e del futuro dell’Ayatollah Khomeini. L’entusiasmo di sinistra per le dittature populiste è uno dei capitoli tristi della nostra storia, e si spegne quando le risorse finiscono, quando diventa improvvisamente lampante il fiasco di questi regimi nel consolidamento dell’economia, e quando l’esercito prende il sopravvento. Ma spesso il leader massimo è egli stesso un militare, e il ruolo repressivo dell’esercito diventa solo più ovvio con il passar del tempo. In America Latina, oggi, la sinistra migliore è quella rappresentata dai socialisti e dai socialdemocratici che respingono il populismo demagogico e lottano per produrre sviluppo economico, maggiore equità e un welfare più solido, attirando da parte della sinistra americana meno entusiasmo di quanto meriterebbero.

La politica della presunzione

La maggior parte della gente di sinistra è idealista, quindi tendiamo a idealizzare il prossimo e a dare per scontato che il mondo sia più pronto ad accogliere le nostre idee di quanto effettivamente non sia. Al contempo, siamo certi di saperla lunga; ecco perché chiamo questo atteggiamento la “politica della presunzione”. Si prenda la reazione di molti esponenti della sinistra all’attacco Al Qaeda dell’11 settembre. Secondo loro gli Stati Uniti avrebbero dovuto definire quell’attacco un crimine, ed erano convinti che fossero l’ONU e la Corte Penale Internazionale a doversi occupare dei colpevoli. È stata una tipica reazione della serie “Chiama il 911” all’11 settembre (reazione che si è ripetuta più e più volte anche dopo, in risposta a successivi attacchi terroristici) e avrebbe avuto un senso se vivessimo in un mondo effettivamente controllato dall’ONU e dall’ICC. Ma, come ho scritto su Dissent all’epoca, quella volta al 911 non ha risposto nessuno. Il far da sé, d’altro canto, non è l’unica risposta efficace e giustificabile agli attacchi criminali; varie forme di mutua assistenza e sicurezza collettiva sono possibili, e la sinistra dovrebbe mostrarsi all’avanguardia nello sperimentarle. Ma dato il mondo in cui viviamo, anche il far da sé deve avere un ruolo, e far finta che non sia così non è una buona idea.

Ancora un esempio: alcuni che a sinistra erano contrari all’intervento in Kosovo hanno sostenuto che gli mancasse quel che ogni ricorso alla forza legale e giustificato richiederebbe: l’autorizzazione delle Nazioni Unite. In effetti, gli mancava. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è incapace, pressoché in qualsiasi circostanza, di agire in maniera tempestiva. Si pensi all’invasione vietnamita in Cambogia per chiudere i campi di sterminio; o all’invasione indiana del Pakistan orientale, oggi Bangladesh, per mettere fine al regime di terrore; o all’invasione dell’Uganda da parte della Tanzania per rovesciare il regime criminale di Idi Amin. Nessuna di queste operazioni ha avuto – o avrebbe potuto avere – l’avallo delle Nazioni Unite. Gran parte della sinistra si era opposta a ognuno di questi interventi, dando per scontato che l’ONU fosse già quel che la sinistra avrebbe voluto che fosse: un agente politico efficace. Non lo è, e quindi il ricorso all’uso unilaterale della forza è spesso, come sostenuto da Jürgen Habermas nel caso del Kosovo, “illegale ma moralmente necessario”.

L’ultimo e più sintomatico esempio dell’abitudine di sinistra a dare per scontate le cose è l’insistere sulla ragionevolezza di gente che in realtà non dà alcun segno di essere ragionevole. Paul Berman scrive che moltissimi socialisti francesi avevano appoggiato l’Accordo di Monaco perché “guardandolo dall’altra sponda del Reno si erano semplicemente rifiutati di credere che milioni di onesti tedeschi avessero aderito a un movimento politico animato da principi come paranoiche teorie sulla cospirazione [e] raggelante odio…”. Nello stesso spirito, molti esponenti di sinistra propendevano per il definire i comunisti cinesi “riformatori agrari”. E molti oggi hanno fatto presto a dare legittimità all’opposizione islamista nei confronti delle basi americane in Arabia Saudita, per dire, o dell’esistenza di Israele, tralasciando l’aspirazione a uno stato di shari’a e la rivendicazione di un ruolo radicalmente subordinato delle donne. Sono abbastanza certo che la maggior parte della gente coinvolta nei casi da me citati, sapesse, nel profondo, di fingere qualcosa che non era.

Conclusioni

C’è molto da dire a favore della posizione di massima. Per migliorare le cose dobbiamo operare nel posto che conosciamo meglio. Il progresso dell’umanità parte da casa nostra. Tale tesi ha una presa particolare sugli americani, che vivono nel contesto di una società sempre più impari che è al tempo stesso una potenza mondiale semiegemonica: dobbiamo diffidare di avventure all’estero che complichino il nostro lavoro in patria.

Tuttavia, una sinistra valida non può evitare l’internazionalismo. Non possiamo sfuggire a quel che Václav Havel nel 1993 definì “il senso di co-responsabilità nei confronti del mondo”. Il nostro impegno più profondo sta nel solidarizzare con chi è in difficoltà, e alcune delle piaghe peggiori – povertà, fame, tirannia, stragi di massa – dilaniano proprio ora nazioni in cui vivono altri popoli. È per questo che siamo destinati a impegnarci a più riprese in dibattiti su cosa possiamo fare per dare una mano. Non esiste un trucco per cogliere magicamente nel segno. Ma certe posizioni ideologiche, se rigidamente mantenute, quasi certamente ci inducono in errore: ci convincono che l’uso della forza non sia mai giustificato; che le potenze “imperiali”, come gli Stati Uniti, non possano mai agire a fin di bene nel mondo; che i rivoluzionari e chi lotta per la liberazione, i leader populisti e le avanguardie politiche non debbano mai essere oggetto di critica. In tutti questi casi, il coinvolgimento ideologico fa sì che se ci azzecchiamo è solo per puro caso.

Intelligenza politica e sensibilità morale funzionano di gran lunga meglio dell’ideologia, e sono questi due valori che dovrebbero guidare le nostre scelte su chi allearci e le nostre decisioni sul come e quando intervenire all’estero. Dittatori e terroristi non sono in nessun caso nostri compagni, lo sono solo gli uomini e le donne che davvero credono – e praticano – la democrazia e l’uguaglianza. Dovremmo interagire all’estero solo con chi condivide i nostri ideali, e dovremmo operare solo in maniere conformi a quegli ideali. La sinistra lo ha fatto spesso in passato, ma altrettanto spesso no: abbiamo sbagliato compagni o li abbiamo traditi, e abbiamo agito in modi che non servivano la causa né della democrazia né dell’uguaglianza.
Dobbiamo imparare dalla nostra storia, e la prima lezione è questa: niente più scorciatoie, niente più dissimulazioni.

Traduzione di Chiara Rizzo

Immagine: Quartier generale dell’Esercito yugoslavo distrutto durante un bombardamento della NATO

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