Una spiegazione, bitte.

Il Corriere della Sera a centro pagina ha un grande titolo sullo scandalo Datagate: “’Merkel spiata dagli Usa’”, “La Germania accusa. Obama rassicura la Cancelliera: le sue comunicazioni mai monitorate”, “E Roma sapeva da tre mesi dei controlli sui dati italiani”.

In grande evidenza, in apertura, politica e giustizia in Italia: “Un altro processo per Berlusconi, ‘Stanno cercando di farmi fuori’”, “Compravendita di senatori, rinvio a giudizio a Napoli”.

In taglio basso: “Joele, il nostro ragazzo ucciso nel Kent”, “Partito da Lecco per un lavoro. Il rischio di una guerra tra poveri”.

 

La Repubblica: “Voti comprati, processo a Berlusconi”, “’Pagò i senatori per far cadere Prodi’. L’ira del Cavaliere: il governo rischia”.

A centro pagina, foto di Angela Merkel con Barack Obama: “Berlino: spiato dagli Usa il cellulare della Merkel”.

 

La Stampa: “Berlusconi, nuovo processo”, “Rinvio a giudizio a Napoli. La procura: 3 milioni per comprare un senatore. Napolitano e le fibrillazioni politiche: faziosità e calunnie destabilizzano”.

Sotto la testata: “Londra, massacrato da una banda di ubriachi”, “Aveva 19 anni, era di Lecco. Ipotesi lite per lavoro”. Ma anche la morte dell’ex candidato sindaco di Torino Alberto Musy: “Morto Musy, l’accusato adesso rischia l’ergastolo”.

A centro pagina, anche qui foto Merkel-Obama: “La Merkel chiama Obama: basta spiarmi”.

 

L’Unità: “Tre milioni per colpire Prodi”, “Berlusconi rinviato a giudizio per corruzione nel caso della compravendita dei senatori. Un’operazione che provocò nel 2008 la caduta del governo del Professore. Il Pdl attacca la magistratura e minaccia. Scontro aperto tra Alfano e Fitto, il centrodestra a un passo dalla scissione”.

A centro pagina, foto della cancelliera tedesca al telefono: “Datagate: spiato anche il cellulare della Merkel”.

In taglio basso: “Napolitano: basta calunnie e faziosità”.

E poi il voto dell’europarlamento su una risoluzione bipartisan: “L’Europa: via la Bossi-Fini”.

 

Il Fatto: “B. ha un altro processo. Le larghe compravendite”.

In taglio basso: “Costituzione, devastato l’art.138. Il governo si salva per cinque voti”.

 

Il Giornale: “Se il pm esibisce in un ufficio il suo odio per Berlusconi”, “Altro che toghe imparziali: un magistrato di Roma appende alle pareti vignette contro il leader di Forza Italia. E a Napoli tutto secondo copione: Cavaliere a processo, l’accusatore se la cava”. (Il riferimento è, evidentemente, al senatore De Gregorio). (La “toga” cui fa riferimento il quotidiano è il Pm di Roma Edoardo de Santis ndr)

 

Libero: Silvio a processo. I teppisti in libertà”, “Berlusconi avrebbe comprato un senatore per far cadere Prodi. Un fatto smentito dalla storia, ma pur di incastrarlo va bene tutto. Intanto escono i devastatori di Roma”.

A centro pagina, una vicenda di giustizia tributaria che riguarda la Loren: “La Loren non doveva finire i carcere. Fisco sconfitto (dopo 31 anni…)”.

 

Il Sole 24 Ore: “Banche, l’esame Bce scuote le Borse”, “Francoforte annuncia il via a novembre di test più severi del previsto sui bilanci di 130 big europei: soglia minima dell’8% per il capitale”, “Milano perde il 2,38%. Visco e Saccomanni: criteri giusti, solidi i 15 istituti italiani”.

Di spalla: “Senatori comprati, processo per Berlusconi. La replica: accanimento”.

In taglio basso: “Letta: cambio di direzione con la legge di stabilità”.

 

Berlusconi

 

Il prossimo 11 febbraio, davanti alla IV sezione penale del Tribunale di Napoli, inizierà il processo a carico di Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, rinviati a giudizio dal Gup Primavera per corruzione. L’inchiesta, scrive il Sole 24 Ore, “è quella sulla presunta compravendita di Sergio De Gregorio (che ha chiesto ed ottenuto di patteggiare la pena a venti mesi di carcere, uscendo così definitivamente di scena) passato nel 2006 da Italia dei Valori al centrodestra in cambio, dice lui, di una mazzetta a sei zeri”. Nei verbali De Gregorio ha parlato di tre milioni di euro come proposta per cambiare schieramento. Di questi tre milioni, due sarebbero stati pagati al nero, e uno è stato dichiarato alla presidenza della Camera dei deputati come finanziamento al suo partito, Italiani nel mondo. A consegnargli materialmente i soldi sarebbe stato Lavitola, suo ex socio, con cui è coinvolto in un’altra vicenda giudiziaria, quella di presunte truffe sui fondi all’editoria per la testata ‘L’Avanti’. La difesa di Berlusconi – scrive ancora il quotidiano di Confindustria – avrebbe cercato di far passare la linea della insindacabilità degli atti parlamentari, perché il reato di corruzione, così come ipotizzato dai magistrati partenopei, non sarebbe configurabile perché per i parlamentari non esiste vincolo di mandato. Gli avvocati di Berlusconi considerano quella del Gup una decisione “straordinaria” nel senso che, come ricordano, “solo pochi mesi fa lo stesso ufficio Gip, con un diverso giudice, aveva stabilito l’improcedibilità del richiesto giudizio immediato, rilevando insussistente l’ipotesi corruttiva”. Insistono nel sostenere che il senatore De Gregorio voleva fortemente tornare nel centrodestra: “Per sua stessa ammissione, tutti i voti dati nel corso della legislatura erano correlati alle sue convinzioni personali e non già a somme di denaro ricevute o promesse”. Lo stesso De Gregorio, in una intervista ieri, ha dichiarato: “Io devo solo riflettere sul disvalore delle mie azioni”, “tuttavia mi fa piacere che per il Gup le mie parole corrispondano al vero. Sul piano politico questa vicenda accelera il tramonto politico di un uomo che farebbe bene a ritirarsi”. De Gregorio ha aggiunto di aver chiesto un incontro a Romano Prodi, “per rinnovargli le mie scuse”.

 

In prima pagina su La Repubblica l’editoriale è firmato da Massimo Giannini. Il titolo: “Un corruttore come alleato”. Dove si legge, nell’incipit: “Puoi governare con il tuo carnefice? Puoi considerare ‘alleato’ un leader politico, pregiudicato e spregiudicato, che solo cinque anni fa ha comprato un parlamentare a suon di milioni per far cadere la tua maggioranza? Di fronte al rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi deciso dal Gup di Napoli nella inchiesta sulla corruzione del senatore De Gregorio conviene ribaltare la questione, famosa e ormai annosa, della cosiddetta ‘agibilità politica’ del Cavaliere. Conviene guardarla dal punto di vista non delle reazioni del centrodestra, ma delle decisioni del centrosinistra. Un rinvio a giudizio non equivale ovviamente a una sentenza di condanna. Ma significa che un giudice terzo, diverso dai Pm inquirenti, ritiene che siano state raccolte prove sufficienti a giustificare l’avvio di un processo”.

Si tratta di prove, secondo Giannini, “niente altro che prove”: e la conferma arriva dal faccendiere Lavitola, che, in una lettera spedita a Berlusconi il 13 dicembre 2011, batteva cassa per L’Avanti da lui diretto e ricordava a Berlusconi tutto quel che aveva fatto per lui. Giannini sottolinea che non si tratta, nel caso del governo Prodi, “di un blitz episodico”, ma del “collaudatissimo sistema corruttivo riguardante tutte le vicende giudiziarie di Berlusconi”. Un metodo che ha funzionato per le tangenti alla Gdf e per Mills, per il lodo Mondadori e per i diritti tv. La conclusione: “C’è da chiedersi se non tocchi alla sinistra riformista il ‘dovere’ di rompere l’alleanza innaturale con l’uomo che ha ucciso il governo Prodi, comprando 4 traditori per trenta denari, piuttosto che concedere ancora una volta a una destra irresponsabile il ‘diritto’ di far saltare il tavolo”.

 

Il senatore De Gregorio viene intervistato anche da La Stampa e sul “tradimento” dei suoi ideali a seguito di dazione, dice: “L’ho fatto non solo per i soldi, anche se quei soldi mi servivano maledettamente. Berlusconi era un mito per me. Dal 1994 in poi ho costruito la mia carriera politica per attirare la sua attenzione. Era il leader ideale, ma a distanza di venti anni è stato una delusione”. E’ stato corrotto? “Sono stato consapevolmente utilizzato come una pedina funzionale al disegno da lui pianificato, diretto e attuato. Disegno che prevedeva di far cadere Prodi”, “io servivo anche a convincere altri senatori a seguire la mia strada”.

Su Il Giornale è Paolo Guzzanti a tracciare il “ritratto” del protagonista: “De Gregorio, il pentito incredibile”. Guzzanti ricorda di aver conosciuto bene De Gregorio, poiché prima di esser senatore è stato un giornalista. Perso di vista, “me lo ritrovai al Senato. Mi spiegò che lui era in Forza Italia e che doveva essere in lista, ma poi per beghe interne lo avevano segato. E allora aveva trovato il modo di candidarsi con Di Pietro, con la segreta intenzione di tornare all’ovile. Quando avvenne questo passaggio non c’era alcuna aria di crisi, anche se il governo Prodi si reggeva sui voti dei tremebondi senatori a vita”. Scrive ancora Guzzanti: “Il governo come è noto cadde quando la giustizia italiana entrò a piè pari nelle vicende politiche, facendo mandare in bestia Clemente Mastella, che ritirò i suoi voti cadere il governo, ed è una balla sesquipedale che il governo sia stato fatto cadere corrompendo De Gregorio”.

 

Governo, riforme

 

Scrive Il Giornale che le larghe intese sono “sempre più strette” e spiega che l’esecutivo ha retto per soli 4 senatori, poiché ieri il provvedimento di riforma costituzionale che istituisce il comitato dei 42 saggi è passato “per il rotto della cuffia”. Decisivo è stato il sì in massa della Lega. Mancanti all’appello, oltre agli assenti, 12 senatori tra cui 11 del Pdl, astenutisi perché in dissenso. E, scrive il quotidiano, sono stati messi subito sul banco degli imputati dai ‘governisti’, che li accusano di aver teso un agguato per far cadere il governo. Ieri, oltre alle assenze (Berlusconi, Bondi, Bonfrisco, Ghedini, Matteoli, Mussolini, Repetti, Romani, Rossi, Verdini e Villari) pesavano le astensioni pidielline di Maria Elisabetta Alberti Casellati, Vincenzo d’Anna, Domenico De Siano, Ciro Falanga, Pietro Iurlaro, Pietro Langella, Eva Longo, Antonio Milo, Augusto Minzolini, Francesco Nitto Palma e Domenico Scilipoti. Secondo Il Corriere della Sera, Berlusconi avrebbe accantonato l’idea delle urne, anche perché non avrebbe la certezza di ottenere le elezioni e allo stesso tempo perderebbe di sicuro un pezzo del partito. Ieri, spiega Francesco Verderami, una dozzina di fedelissimi berlusconiani “ha provato a fare un regalo al capo”. “Se il blitz sulle riforme tentato nell’Aula del Senato fosse riuscito, sarebbero state consegnate al Cavaliere in un sol colpo le teste di Quagliariello, di Letta (e Alfano) e di Napolitano”. L’agguato era preparato soprattutto per il ministro delle riforme Gaetano Quagliariello. Secondo La Repubblica, invece, la reazione di Berlusconi sarebbe questa: “Il Cavaliere si sente senza via di scampo: ‘Mi mettono in galera. Letta deve dimettersi’. Agguato in Senato dei falchi sulle riforme. Alfano: scissione? Non posso farla”. E la reazione del presidente del Consiglio sarebbe stata la seguente: “’Alfano rompa con Silvio o è rischio crisi’”. Il quotidiano torna a sottolineare i timori che sia Renzi a scaricare il governo. Sulla stessa pagina, intervista al deputato renziano Pd Paolo Gentiloni: “’Questa alleanza è ormai insostenibile, senza riforme continuare non ha senso”.

 

Intanto ieri il Capo dello Stato è tornato a sollecitare le forze politiche a proseguire sulla via delle riforme. Napolitano ha anche sollecitato l’approvazione della riforma elettorale prima che il 3 dicembre sia la Corte Costituzionale a decidere: “La dignità del Parlamento e delle stesse forze politiche si difende non lasciando il campo ad altre istituzioni. Non è possibile che il Parlamento naufraghi ancora nelle contrapposizioni e nella inconcludenza”. Secondo il Corriere da Napolitano sarebbe arrivato anche un invito a fermare le calunnie: “La vita pubblica e l’opinione dei cittadini – ha detto – sono condizionate e deviate da un’onda diffusa e continua di vociferazioni, di faziosità, di invenzioni calunniose, che inquinano il dibattito politico e mirano non solo a destabilizzare un equilibrio di governo, ma a gettare ombre in modo particolare sulle istituzioni di più alta garanzia”.

Anche sul Sole 24 Ore, Stefano Folli sottolinea come nel giorno nero di Berlusconi, Napolitano abbia cercato di dare un senso alle larghe intese, spronando la politica sulla via della riforma.

 

Internazionale

 

Spiega La Stampa che malgrado il sospetto circolasse da mesi, la quasi certezza è arrivata ieri direttamente dalla Cancelleria tedesca: tra i milioni di dati telefonici intercettati dalla intelligence Usa in Germania c’era anche l’utenza particolare della Cancelliera Merkel. Il portavoce della Cancelliera ieri ha diffuso la seguente nota: “Il governo tedesco ha avuto informazioni secondo cui il telefono cellulare della Cancelliera probabilmente era controllato dai servizi statunitensi. Ed è stata la stessa Merkel a chiedere spiegazioni al Presidente Obama. Ha parlato in serata il portavoce della Casa Bianca Jay Carney: “Non so cosa il Presidente abbia detto alla Cancelliera nel dettaglio, ma gli Stati Uniti non hanno monitorato il suo cellulare e le sue comunicazioni”.

 

Su La Repubblica, Federico Rampini: “Gaffe, menzogne e arroganza, e Angela smaschera l’America”. Rampini dà conto delle giustificazioni addotte da parte Usa per motivare il controllo sulle comunicazioni, ovvero la prevenzione di attacchi terroristici. Ma sottolinea anche il clima autoreferenziale e distratto, che si respira nel Paese su un vicenda che ha coinvolto tanto l’Europa che l’America Latina, i Presidenti come Dilma Roussef, o quelli messicani: “Quattro righe nei notiziari esteri del New York Times, un colonnino sul WSJ”.

E proprio ieri il segretario di Stato Usa Kerry era in visita a Roma. L’incontro con il Presidente del consiglio è durato più di un’ora, lo spazio dedicato allo spionaggio americano secondo La Repubblica è stato piccolo, ma quei tre minuti sono stati sicuramente i più difficili della riunione. Il quotidiano riassume così le parole che avrebbe pronunciato il nostro Presidente del Consiglio: “L’Italia e gli Stati Uniti restano vincolati da una amicizia forte, proprio per questo per noi è indispensabile che ci sia la massima chiarezza su quel che è successo. Lei comprende che in questo Paese c’è un grande e giustificato allarme da parte della opinione pubblica. E la risposta di Kerry a Letta, secondo il Corriere, sarebbe stata la seguente: “Stiamo rivedendo le procedure, per trovare un equilibrio tra privacy e sicurezza”. Lo stesso quotidiano dedica ampio spazio a quella che definisce una “trattativa segreta” dell’Italia per verificare i dati in mano Usa. E’ stato il sottosegretario delegato ai Servizi Segreti Marco Minniti, in una audizione ieri, al Comitato Parlamentare sulla Sicurezza, a ricostruire quanto accaduto dopo le rivelazioni dell’analista informatico Snowden. Ci sarebbero stati tre incontri di altissimo livello nei mesi scorsi. A luglio l’Italia avrebbe avuto conferma che dati relativi alle nostre telefonate, sms ed email vengono acquisiti dagli Usa. Il direttore del Dis Massolo avrebbe incontrato a Washington i capi delle agenzie di intelligence (Cia e Nsa) e analizzato con loro il flusso di informazioni catturate attraverso il sistema Prism, relative alle comunicazioni in arrivo e in partenza per gli Usa. Ad agosto è arrivata a Roma una delegazione guidata dal vicedirettore esecutivo dell’Nsa. E due settimane fa è stato lo stesso Minniti a parlare con il direttore della Nsa Alexander. Ha spiegato lo stesso Minniti: “Uno scambio continuo che ci ha consentito di verificare che cosa sia accaduto e soprattutto che tipo di dati siano nelle mani degli Usa”. Il primo punto riguarda quelli che vengono definiti metadati: il che significa identità dei titolari delle utenze coinvolti, tipo di contatto, durata. Ha detto Minniti: “Ci è stato assicurato che mai nessuna comunicazione è stata intercettata”. L’ascolto infatti diventa possibile se si passa ad un secondo livello di minaccia, cioè quando il contatto analizzato si trasforma in un target sensibile. “In quel caso – ha detto Minniti – si attiva la procedura per captare i contenuti delle conversazioni o delle comunicazioni via mail o sms”. Sono i cosiddetti “sigint” che anche i nostri 007 hanno utilizzato in momenti di crisi, come dopo gli attentati dell’11 settembre, durante la guerra in Iraq e in Afghanistan, per captare conversazioni per individuare gli obiettivi per possibili attentati.

 

E poi

 

“Ma negare la Shoah non può essere un reato”: con l’analisi firmata da Adriano Prosperi La Repubblica tiene vivo il dibattito sull’introduzione del reato di negazionismo in Italia. Prosperi sottolinea come la vicenda Priebke abbia alimentato le polemiche: ma “non si legifera a furor di popolo”. Si tratta non solo di una legge sbagliata. “Una norma penale contro un reato di opinione non può entrare nel codice di un Paese erede dei principi dell’illuminismo senza alterarlo in modo sostanziale. Quanto agli effetti di una simile legge, basta guardare ai Paesi che ne hanno già di simili. E’ bastata una sentenza austriaca contro David Irving per fare di un sedicente storico che nessuno prendeva sul serio in Inghilterra un martire della libertà di pensiero”. Nella pagina di fianco, Michael Sturmer spiega come in Germania si sia deciso di varare una norma: la negazione dell’Olocausto è punibile dal diritto penale. Lasciar libero corso alla menzogna può diventare pericoloso quando nascono movimenti politici che si ispirano a teorie di odio razziale. E Riccardo Pacifici, a capo della comunità ebraica di Roma, spiega perché invece è bene che sia un reato.

Dalle pagine della Cultura de La Repubblica segnaliamo anche la recensione del libro di Luigi Manconi e Valentina Brinis dal titolo “Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati”. Un “viaggio senza retorica” nelle politiche dell’immigrazione.

Anche sulle pagine del Corriere: “Manconi: perché conviene accogliere i migranti”. Ieri peraltro a Strasburgo il Parlamento ha approvato a gran maggioranza una risoluzione bipartisan in cui si afferma che la strage di Lampedusa “deve rappresentare un punto di svolta”, e si chiede di “porre immediatamente fine a pratiche di detenzione” oltre che “modificare o rivedere eventuali normative che infliggono sanzioni a chi presta assistenza in mare”. Tutte parole, secondo il Corriere, in cui diversi hanno colto il riferimento alla legge italiana Bossi Fini e al reato di favoreggiamento della immigrazione clandestina. Il quotidiano ricorda anche che il vertice dei capi di Stato e di governo Ue che inizia oggi ha tra gli altri temi all’ordine del giorno, per iniziativa del governo italiano, proprio quello della immigrazione.

Anche su La Stampa: “Migranti, la Ue introduce il principio di solidarietà”, “l’Europarlamento: non sia reato soccorrere i migranti”.

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