Rusconi: «L’Italia è prigioniera dei talk show, la Germania dell’insicurezza»

Mentre le istituzioni europee si battono per tamponare la peggior crisi dal dopoguerra e porre basi comuni per la ricostruzione, tanto in Italia quanto in Germania sembra rafforzarsi – da prospettive diverse – un senso di sfiducia “strutturale” verso i partner europei. Quasi d’insofferenza. È l’allarme fotografato da una ridda di sondaggi, e che preoccupa anche Gian Enrico Rusconi, politologo emerito dell’Università di Torino, già direttore dell’Istituto torico italo-germanico di Trento e tra i più fini conoscitori della cultura tedesca. Che vede l’Italia persa in un dibattito pubblico ormai degenerato, dunque incapace di progettualità. Ma anche la Germania, alla vigilia di un semestre cruciale alla guida dell’Ue, preda di istinti “sovranisti” – come dimostra l’ultima sentenza della sua Corte costituzionale – e del dilemma più inquietante: l’incertezza.

Professor Rusconi, le indagini d’opinione restituiscono l’immagine di un’Italia sempre più sfiduciata, verso se stessa ma anche verso i suoi partner storici. A cominciare dalla Germania, in cui appena un quarto degli italiani riporrebbe una qualche fiducia (Demos) e che il 45% considererebbe ormai un “Paese nemico” (Swg).

Le confesso: questo dibattito mi pare un eterno ritorno. Già trent’anni fa si registravano pulsioni e inquietudini molto simili. Poi negli anni ’90 sembrava che tutto ciò fosse scomparso. Ma periodicamente il tema torna alla ribalta, perfino violentemente. Segno che il problema di una certa, reciproca Entfremdung – estraneità – non è stato davvero risolto, ma rimosso, certo. Ma segno dal lato italiano anche di un discorso pubblico deteriorato, sprofondato: complice una classe politica imbarazzante e un sistema mediatico condannatosi a rincorrere umori e dinamiche dei social network. L’oggetto di qualsiasi dibattito diventa irrilevante: ciò che conta è il talk show. È automatico che così riemergano gli stereotipi più antichi.

Lo stesso ambasciatore tedesco ha notato con amarezza l’”ingratitudine” della nostra opinione pubblica, mentre quella di Berlino si concentra ormai da settimane su come organizzare la solidarietà all’Italia.   

Ha ragione, senz’altro il messaggio della solidarietà tedesca dall’inizio della pandemia è passato poco – al contrario di quella di altri Paesi. Ma non possiamo nasconderci che il gioco degli stereotipi è sempre stato reciproco: quello degli italiani spendaccioni è altrettanto radicato nell’opinione pubblica tedesca, anche in questo caso con lo zampino di molta stampa. Dimentichiamo forse di quando i giornali tedeschi bollavano Mario Draghi tout court come “l’italiano” per stigmatizzare le sue scelte di politica monetaria?

In questo contesto, a proposito di Bce, è arrivata la pronuncia della Corte costituzionale tedesca che mette nel mirino il suo programma d’acquisti straordinario per contenere la crisi continentale. Solo una disputa giuridica o qualcosa di più?

Qui la Corte si è mossa per riaffermare due princìpi cardine della sua dottrina. Primo, che sovrano nell’ordinamento tedesco è il Parlamento, non ve ne sono né possono essere altri. Secondo, che l’Unione europea è una associazione di Stati – non dunque un embrione di “sovra-Stato” o simili: prova ne sia che a detenere il pallino delle decisioni è e resta in primis il Consiglio, cioè gli Stati membri. Mi chiedo tuttavia se questa uscita pur cauta della Corte non potrebbe anche essere letta come un ballon d’essai, in vista di un possibile allentamento dei rapporti con l’Ue. In questo senso il vero nodo politico è che la Corte pur involontariamente apre uno spiraglio alla bestia nera dei partiti tradizionali, l’Alternative für Deutschland.

Nel pieno della crisi più travolgente dal dopoguerra, la Germania si appresta ad assumere la presidenza del Consiglio Ue, in un semestre che sarà cruciale per porre le basi dell’agognata “ricostruzione”, oltre che per condurre in porto il trauma della Brexit. Sarà l’appello definitivo per il Paese a fare i conti con la sua riluttanza ad esercitare una leadership europea?

È senz’altro così, ma non saprei dire in quale direzione. O meglio, ho l’impressione che il non so profondo stia proprio nell’establishment tedesco. Quella fortunata definizione di egemonia riluttante fu coniata subito dopo l’ultima crisi dall’Economist e s’impose perché in fondo accontentava tutti: tanto chi l’auspicava quanto chi no. Ma io, mi permetto di far notare, ho proposto una diversa categoria, quella dell’egemonia vulnerabile, proprio per mettere in luce un’altra caratteristica dei tedeschi contemporanei che spesso non si comprende: il timore. Non a caso in Germania espressioni del genere sono bandite nel linguaggio pubblico: la massima definizione cui si è spinta la cancelliera Angela Merkel è stata quella di nazione di orientamento. C’è un timore ad assumersi troppe responsabilità, e forse oggi anche qualcosa di più: un certo “raffreddamento” del senso di appartenenza europea. Non dimentichiamo che la Germania è stata quella che più ha sofferto l’allontanamento del Regno Unito, e che il rapporto franco-tedesco, motore storico dell’integrazione, è ai minimi storici. D’altro canto, a Bruxelles c’è una politica tedesca, Ursula Von der Leyen, che ha dimostrato una sua autonomia di giudizio e spinge per una visione più “unionista”. Ecco perché mi pare il sentimento dominante nella classe dirigente tedesca in questo momento sia una profonda incertezza sulla strada da seguire. Ma in quest’insicurezza neppure l’ipotesi estrema di un “ritiro” dal progetto europeo, se la situazione dovesse precipitare, è del tutto assente, anche se non lo si direbbe mai apertamente. Per questo il gioco degli stereotipi austeri / spendaccioni – o al colmo da bar mafiosi / nazisti – lascia il tempo che trova: perché quei pregiudizi che riaffiorano in superficie nascondono dei rimossi politici ben più seri e profondi.

 

Foto: Tiziana FABI / AFP

  1. Grazie! E così arricchiamo le nostre conoscenze, aggiungendo al concetto di egemonia riluttante (Economist) quello di egemonia vulnerabile (Professore emerito Rusconi dixit) e di nazione di orientamento (Angela Merkel).
    Dopodiché, penso e spero che i reciproci pregiudizi italo-tedeschi siano (almeno in parte) superabili se gli interventi dell’Unione europea per uscire dalla terribile crisi del Covid-19 saranno efficaci, sul piano materiale (la ripresa economica) e immateriale (la loro buona narrazione). Vedremo…
    Cordiali saluti

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