
Anselm Kiefer © Paolo Pellegrin
Anselm Kiefer è l’artista delle rovine. Della memoria. Della guerra. A partire da quella che ingaggia con le sue gigantesche opere. “Mentre dipingo, i miei quadri subiscono distruzioni, riparazioni, trasmutazioni. Li massacro, li picchio… La mia mente è in guerra. La guerra è in me”, ha confidato a Vincenzo Trione in Prologo celeste – Nell’atelier di Anselm Kiefer. Ora però la guerra è dappertutto. Da ricordo angosciante, quindi metafora multiuso, è tornata a essere cruda cronaca. Le macerie, da quinta scenica della sua infanzia tedesca, sono diventate il paesaggio unico di Gaza, di quartieri di città ucraine e di un numero di luoghi che promette di crescere. Per questo parlare con “il più grande artista vivente”, come lo presentò già una dozzina d’anni fa la retrospettiva alla Royal Academy of Arts di Londra, o semplicemente uno dei più grandi, ha oggi un senso particolare.
L’occasione di ottenere udienza dal peintre-philosophe è la prossima inaugurazione, al Palazzo Reale di Milano, di una sua mostra dedicata alle grandi alchimiste della storia. Che aprirà il 7 febbraio nella stessa sala in cui Picasso espose Guernica. Altri tempi, analoga follia.
Lei è nato tra le macerie della Germania post-bellica. Oggi si torna a morire per le bombe in Europa e sulle coste del Mediterraneo. Papa Francesco parlava di “terza guerra mondiale a pezzi”. Il Vecchio continente non ha imparato niente dai suoi errori? “Io non sono nato dopo la guerra, ma poco prima della sua fine, l’8 marzo 1945. Fa differenza. La notte prima che venissi al mondo la casa dei miei genitori fu bombardata: noi non c’eravamo, ma se fossi stato partorito ventiquattr’ore prima probabilmente saremmo tutti morti. Quanto a oggi, il pantano europeo è ancora fertile e da esso continuano a emergere bolle di insensatezza”.
Nel ‘53 Picasso espose, nella Sala delle Cariatidi restaurata dopo i bombardamenti, il quadro simbolo dell’oscena assurdità del conflitto.
Oggi lei ci accasa il suo lavoro sul potere rigenerativo e salvifico delle alchimiste. C’è continuità o presa di distanza? “Senz’altro continuità. Esprime il mio amore per le donne che, ieri come oggi, non hanno pieno diritto di essere riconosciute per il loro lavoro. Prenda
Saffo: una grande poetessa che conosciamo attraverso le citazioni che di lei hanno fatto gli uomini. Oppure Maria la Giudea, Mary Anne Atwood o Rebecca Vaughan che, o non firmavano le loro opere, o usavano uno pseudonimo maschile, o al più l’iniziale del vero nome. È venuto il tempo di restituire loro quello che meritano. Metterle in prima fila come le rivoluzionarie nei club giacobini senza le quali la rivoluzione francese non ci sarebbe stata”.

Anselm Kiefer, Isabella d’Aragona, 2025. © Anselm Kiefer Photo: Nina Slavchev
Lei stesso è una sorta di alchimista. Dà fuoco ai suoi quadri, li seppellisce e li lascia trasformare dagli agenti atmosferici: la sua è una collaborazione tra essere umano e natura o qualcosa di diverso? “Chiamo la natura a dare una mano”, dice in tedesco, aspettando che un’assistente traduca da un inglese altrimenti impeccabile come il francese che aveva sfoggiato nelle leggendarie nove lezioni al Collège de France del 2010. Nell’atelier-mondo di Croissy, a mezz’ora d’auto da Parigi, nonostante la neve fuori Kiefer si collega indossando una t-shirt nera. Come quella in cui, nel magnifico documentario di Wim Wenders Anselm, lo si vede vagabondare in bicicletta tra gli hangar – circa 36mila metri quadrati in tutto – del suo studio: quasi una piccola città a immagine e somiglianza del suo cervello (“È grande esattamente quanto basta perché i cani credano di essere all’aria aperta” è l’efficace descrizione dello scrittore Christoph Ransmayr). “Non si possono fare le cose da soli. Grandi progetti hanno bisogno di grande aiuto. Più che assistente però direi che la natura è il mio idolo. Sono stato fuori quasi un mese, per esempio, e quando sono tornato ho trovato molte sorprese su alcune opere che avevo lasciato. Non è facile sorprendermi, ma succede ancora. Sennò mi annoio”.
L’alchimia è stata spesso liquidata come parascienza o superstizione.
Lei la tratta invece come forma profonda di conoscenza. Non crede che questo messaggio possa essere malinteso all’indomani della pandemia che ha visto vacillare la fiducia nella scienza? “Non vedo contraddizioni. Isaac Newton, per dire, era scienziato e alchimista. È solo un tipo di scienza con elementi più intuitivi. Una volta feci un lavoro sulla ‘teoria delle stringhe’ e tre importanti fisici che vennero a vederlo mi confermarono che aveva accuratamente descritto il concetto! Anche quando i matematici scoprono nuove formule le definiscono belle prima ancora che interessanti. Sono dimensioni che si completano a vicenda”.
In un mondo ancora dominato dalle logiche di potenza – basti pensare, da ultimo, al caso Venezuela – lei sembra assegnare una possibilità di salvezza a figure femminili cancellate dalla storia. Ci sta dicendo, in forma ben più sofisticata della mia sintesi, che c’è troppo testosterone in circolo? “A dire il vero io sono sempre per il testosterone! (ride, per la prima e unica volta) ma dev’essere governato dalle leggi e dall’intelletto. Le donne hanno una connessione maggiore con la terra. Sono superiori a quegli uomini che soffrono di un complesso di inferiorità e fanno di tutto per non farle emergere”.
Tornando alla sua Germania, che impressione le fa l’inedito e massiccio programma di riarmo? “Su questo punto sono veramente dilaniato. Da una parte penso che dovremo spendere molti, molti più soldi per riarmarci – come Europa – perché siamo minacciati in maniera diretta. Anzi, considerando gli attacchi cyber, siamo già in guerra con la Russia. Dall’altra, però, sono anche molto spaventato che la Germania torni a essere militarmente potente”. Perché, aggiunge, i tedeschi sono stati i più potenti ma anche i più orribili. A questo proposito vale la pena ricordare che tra il ’68 e il ’69 il giovane Kiefer dette scandalo con un ciclo (è un termine che il Maestro preferisce a “serie”. E non gli piacciono neppure “informale”, riferito al suo stile non classicamente figurativo, e “site specific”) di fotografie intitolato Occupazioni dove, nella divisa della Wehrmacht del padre, faceva il saluto nazista in varie città europee, Roma inclusa. Ovviamente gli dettero del fascista ma lui rispose che: uno, voleva contrastare l’oblio su quel periodo nefasto e tuttavia non aveva chiaro cosa sarebbe stato lui nel ’30 o nel ’39; due, pur restandoci male per critiche simili, già ricevute quando aveva girato il coltello nella piaga della storia tedesca resuscitando il Parsifal e altre leggende sanguinarie magnificate dal Reich, non si diceva antifascista perché sarebbe stato un insulto rispetto ai veri antifascisti dell’epoca.

Kiefer. Le Alchimiste. Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi. Installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio
I suoi lavori non sono mai pacifisti in modo semplice: mostrano la violenza, non la rimuovono. Che siano i “caccia pietrificati” mostrati a Berlino durante la seconda guerra del Golfo oppure le battaglie navali e i sommergibili nel Palazzo Ducale di Venezia. Come convive con la contraddizione di creare opere belle a partire da materiale moralmente immondo? “Questa è l’inevitabile condanna dell’artista: vedere cose orribili e ricavarne la bellezza. La natura è ciò che vedi. L’arte invece coglie la verità che l’occhio da solo non riesce a cogliere. Il compito dell’artista non è trovare una bellezza consolatoria, ma di testimoniare l’intollerabile”.
Lei ha lavorato sul senso di colpa (Schuld) storico del suo Paese. Che impressione le fa assistere alla distruzione di Gaza da parte di Israele? “Gaza è diventata un cumulo di rovine. È certamente un’orribile contraddizione e una situazione molto difficile” è la telegrafica risposta dell’impareggiabile ritrattista delle macerie. In un passaggio particolarmente toccante del film di Wenders, Kiefer prova a immaginarsi quanto deve essere stato duro per il poeta Paul Celan scrivere in tedesco dal momento che i suoi genitori erano stati uccisi nei Lager. Lo stesso Celan va poi a trovare Martin Heidegger fin nel suo rifugio in montagna sperando di scucirgli una parola di scuse sui suoi trascorsi nazisti. Invano. Omissione che, sullo schermo, fa commentare al pittore: “D’altronde siamo tutti rimasti in silenzio”. Un silenzio, in circostanze ovviamente diverse, che adesso riecheggia rispetto alle decine se non centinaia di migliaia di vittime civili palestinesi.
In un’intervista di qualche tempo fa lei ha detto che “l’umanità ha qualcosa di sbagliato nella sua costruzione mentale e che, se l’uomo fosse un aeroplano, si schianterebbe sempre al suolo” perché mal progettato. Lo pensa sempre? “Chiunque abbia costruito il nostro mondo aveva torto, doveva essere un po’ pazzo. Guardi anche solo la natura:
da una parte abbiamo una serie di animali che evolvono per proteggersi al meglio dall’essere predati. Dall’altra, invece, altri che sviluppano le caratteristiche per predare meglio: esiste una contraddizione più idiota? Mi hanno dato del pessimista per affermazioni del genere ma trovo quella categoria del tutto inutile. Per come la vedo io, il pessimista è colui che sa esattamente cosa non dovrebbe accadere mentre l’ottimista uno che sa altrettanto esattamente come le cose dovrebbero essere. Ecco, io non so affatto come il mondo dovrebbe essere. Provo a fare qualcosa attraverso l’arte, mantengo la speranza che possa servire a qualcosa, senza sapere niente sul disegno finale”.

Anselm Kiefer, Marie de Bachimont, 2025. © Anselm Kiefer Photo: Nina Slavchev
Quanto tempo è passato da quando, appena diciassettenne, Anselm vince il premio del suo liceo per una serie (o un ciclo) di schizzi alla maniera di Van Gogh. Il giovane secchione di allora è diventato un’autorità incontrastata. A forza di studi impegnativi quanto idiosincratici si è fatto una personalissima idea del mondo: “Leggo molta filosofia, riviste scientifiche e giornali, ma solo su carta. Lo smartphone è un impoverimento assoluto!”. Nel mondo di prima quando sua moglie usciva sapeva solo che, a un certo punto, sarebbe rientrata, mentre oggi potrebbe sapere in ogni momento dove si trova.
La tecnologia, dice, ha ucciso l’attesa, uno degli ingredienti più importanti per ogni tipo di ispirazione. Da bambino, tra le macerie, aveva come unici giocattoli pochi mattoni sbrecciati. Anni fa, nella regione collinare dell’Odenwald, a duecento chilometri da dove è nato, ne ha comprato un’intera fabbrica dismessa. I suoi non sono semplici atelier, ma organismi multifunzionali che fungono da laboratorio, officina, raffineria, biblioteca e depositi dove vengono accatastati mondi interi. Kiefer, si apprende da Trione, paragona Croissy al Cern: anche lui fa ricerche sull’inizio dell’universo.
Di cosa può avere paura uno che, ripensando alla patria in frantumi del ’45, afferma: “Per me è la cosa più edificante in assoluto. Non riesco a distogliere lo sguardo. È così meraviglioso perché è l’inizio, dove tutto è possibile”. Altrove è ancora più esplicito: “Per me, le rovine sono la cosa più bella che ci sia”. Convengo piuttosto sul fatto che il mondo sia “una tragedia che continua. L’arte ha il compito di mostrarla”. Gli chiedo, sul finale, quale sia la cosa che oggi lo inquieta di più: “Prima c’erano i blocchi, Est e Ovest. Anche se, in alcuni momenti, siamo andati vicini allo scontro nucleare, vivevamo nell’illusione di un ordine mondiale. Oggi quell’illusione è andata in pezzi. La complessità ne ha fatto saltare i confini: una crisi inizia e, quando sembra in via di risoluzione, ne parte un’altra. Come i cunicoli scavati da una talpa che collegano tutto a tutto, senza che dalla superficie ce se ne renda conto”. Gli faccio notare che un altro grande tedesco aveva usato l’immagine della talpa, come di levatrice rivoluzionaria di un nuovo ordine. Lui, che ha letto Il capitale, ha apprezzato soprattutto lo scrittore che ha descritto, come nessuno prima, il funzionamento del motore a scoppio. Peccato per i marxisti arrivati dopo, commenta, decisamente non all’altezza.
Kiefer ha intitolato le torrenziali e concettuosissime lezioni francesi L’arte sopravvivrà alle sue rovine. Ispirandosi agli intarsi di Lorenzo Lotto ha battezzato i suoi procedimenti alchemici Putrefactio, Dissolutio, uno scioglimento che avviene per cauterizzazione ed ustione (Verbrennen), lignificazione (Verholzen), immersione (Versenken) o insabbiamento (Versanden). Ultima viene la Coagulatio. Non è uno scherzo tenere insieme una barca in piombo, un girasole glassato di gesso e resina, pigmenti, detriti, cenere, paglia, ossido di ferro e olio di lino. Che sono solo alcuni dei materiali delle possenti stratificazioni geologiche su cui l’artista esegue continui carotaggi. Il risultato dei quali è da considerarsi “non come una fine ma come un inizio”, che pure “dissimula la fine racchiusa in esso”. I 38 teleri delle Alchimiste, in dialogo con quello che resta delle Cariatidi, ne sono solo l’ultima manifestazione.
Questa intervista è stata pubblicata in origine su Il Venerdì di Repubblica il 22 gennaio 2026.


