Iran – Usa: a New York prove tecniche di normalizzazione

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Si sono ascoltati, osservati, ‘annusati’. E tesi una mano. A distanza. Anche se quella famosa stretta di mano in carne e ossa, che in molti speravano, non c’è stata. Barack Obama con il suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu ha lasciato socchiusa la porta; Hassan Ruohani, da tutte le platee che gli sono state concesse, ha provato a rassicurare Stati Uniti e suoi alleati che “le armi nucleari e le altre armi di distruzioni di massa non hanno posto nella dottrina di difesa e di sicurezza iraniana e contraddicono i nostri fondamenti religiosi e nostre le convinzioni etiche”. Forse l’etica e la religione non sono argomenti abbastanza convincenti quando si parla di nucleare, ma le timeline sì: la questione deve essere risolta in “tre o sei mesi”. Parola di Rouhani che, dal punto di vista simbolico, ha fatto ancora di più, regalando un saluto in inglese al pubblico della CNN: “Mi piacerebbe dire al popolo americano: Io porto pace e amicizia dagli iraniani agli americani”. E poi, un altro simbolo importante, e cioè la Torah, citata a conclusione del suo discorso al Palazzo di Vetro. Un dettaglio che non è casuale.

Parole semplici, dirette e ben studiate, che hanno colpito non poco l’opinione pubblica occidentale. E qui c’entra, però, anche Lombroso, perché il sorriso benevolo e lo sguardo mite del neopresidente iraniano, aggiunto a toni e parole inclini al dialogo e al compromesso, sono indubbiamente un nuovo biglietto da visita per la Repubblica Islamica dell’Iran, dopo gli ultimi otto anni di presidenza Ahmadinejad. Anche se in ambienti diplomatici iraniani non manca la cautela e c’è chi sottolinea come anche Khatami avesse modi aperti e fosse apprezzato in Occidente, eppure è stato durante il suo mandato che l’Iran è stato inserito nell’Asse del Male dagli Usa. Il famigerato Axil of Evil post 9/11.

Una sfiducia che, come spiega anche Obama “ha radici profonde” ed è difficile che “questa difficile storia possa essere superata in una notte”. Forse anche per questo quella stretta di mano non c’è stata: “noi non parliamo a questo livello – ha spiegato alla stampa Rouhani – da 35 anni. Sono passi che vanno fatti con cura”.

Le radici dei problemi fra i due arrivano, però, ben prima del 1979, e ben prima della crisi degli ostaggi, ma si ritrovano nell’ingerenza statunitense e britannica nell’area, culminata nel colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq.

Adesso, il clima che si è respirato in queste intense giornate newyorchesi pare però diverso e ad immortalarlo c’è un’immagine; le foto del meeting di Alto Livello sul Disarmo Nucleare, un appuntamento fissato già l’anno precedente, che vede alla stesso tavolo John Kerry e Javad Zarif, entrambi sorridenti. Kerry e Zarif hanno centrato l’obiettivo mancato dai loro presidenti e hanno avuto un incontro privato a latere, al termine del quale il Capo del Dipartimento di Stato Usa ha sottolineato che la presentazione fatta dal suo omologo è stata “molto differente nei toni e nella visione” per quel che riguarda le opportunità future.

Il futuro prossimo è già il 15 e 16 ottobre quando i 5+1 si incontreranno a Ginevra. “Abbiamo bisogno di un nuovo inizio sotto nuove condizioni”; l’aveva preannunciato lo scorso 23 settembre Zarif, sulla sua pagina officiale Twitter.

A New York, invece, ha ribadito la speranza di “essere in grado di fare progressi verso la risoluzione di questo problema in modo tempestivo, sulla base del rispetto dei diritti del popolo iraniano alla tecnologia nucleare per scopi pacifici” e , al contempo, eliminando “la preoccupazione a livello internazionale sul fatto che il programma nucleare iraniano sia tutt’altro che pacifico”.

Il nuovo ministro degli Esteri iraniano ha la delega del presidente sul nucleare che a sua volta pare avere carta bianca da parte della Guida Suprema Ali Khamenei. Almeno così ha confermato lo stesso Rouhani nell’intervista alla Cnn, e così ribadiscono anche in ambienti diplomatici iraniani. Ciò che è da superare ora è la resistenza e le pressioni dei gruppi più conservatori in Iran, come pure nel Congresso statunitense, senza dimenticare le richieste che giungeranno da Israele che per il momento non pare sentirsi rassicurato dall’apertura del presidente iraniano. Neanche dopo le sue affermazioni sull’Olocausto: “Tutti i crimini contro l’umanità, compresi i crimini commessi dai nazisti contro gli ebrei, sono riprovevoli e condannabile. Uccidere un essere umano è spregevole e non fa differenza se si tratti di un ebreo, un cristiano o un musulmano. Per noi è la stessa cosa”.

Su questo nuovo approccio che lascia in molti ancora increduli c’è, poi, chi ironizza. Come fa il cartoonist dell’Herald Tribune, Patrick Chapatte, con una vignetta molto esplicativa, pubblicata all’indomani dell’incontro sul disarmo nucleare. Il ravvicinamento tra Usa e Iran è sintetizzato così: Rouhani che guarda Obama e lo definisce “un piccolo Satana” e Obama di fronte all’altro, “un asse non così del male”.

Resta che il viaggio di Hassan Rouhani a New York è indubbiamente il capolavoro diplomatico della politica estera iraniana degli ultimi anni, e allo stesso modo l’Iran, i suoi rappresentanti e la questione nucleare hanno fagocitato l’attenzione dei media e del mondo su questo 68simo incontro, in cui ci si aspettava forse un po’ di più sulla Siria.

Anche in questo caso, è un’immagine a racchiudere il tutto ed è ancora una volta quella di una stretta di mano – che questa volta sì, c’è stata – fra il segretario generale dell’Onu Ban ki moon e il presidente iraniano. Un foto come da cerimoniale, ma a confrontarla con quella dell’anno prima, nello stesso luogo, si nota un’aria nuova, che mancava da anni.

Secretary-General Meets  President of the Islamic Republic of Iran

Rouhani con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon
High Level SC Meeting on Small Arms

Mohammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano. Sullo sfondo le bandiere degli USA e del Regno Unito

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