L’Europa mette in guardia Renzi: prima conti a posto

Il Sole 24 Ore: “Padoan: il mio piano su cuneo e spending”. Il quotidiano apre con una intervista con il ministro dell’Economia. “Priorità ai tagli fiscali, risorse dai tagli di spesa (5 miliardi subito) e coperture transitorie”. Di spalla: “La Ue: squilibri eccessivi su debito e competitività. Il governo: ora la crescita”.

 

Il Corriere della Sera: “Accuse Ue, l’Italia reagisce. L’Europa: sorvegliata speciale. Il Tesoro: ora misure choc. Sotto osservazione anche Parigi e Berlino. Renzi: dati molto duri, faremo le riforme”

 

La Repubblica: “Conti, schiaffo Ue all’Italia”, “’La manovra insufficiente’. Renzi: giudizio duro, cambieremo”.

Di spalla a destra: “Ucraina, Kerry tratta con la Russia ma la Nato gela Putin”, “Simferopoli, inviato Onu costretto a fuggire”.

A centro pagina: “Big Pharma, svelato l’accordo truffa, ‘Boicottava la medicina a basso costo’”.

 

La Stampa: “Rischio manovra per Renzi”, “La Ue: squilibrio eccessivo, due mesi per riparare. Il governo: subito misure choc”.

Sotto la testata: “’Cartello sui farmaci’. Maximulta a due colossi”.

A centro pagina, grande foto dagli scavi di Pompei: “Scavi chiusi e bagni rotti, vita da turista a Pompei”.

In apertura a destra i lettori troveranno poi un intervento del presidente Usa dedicato alla crisi ucraina sotto il titolo: “’L’America dà voce a chi non l’ha’”.

 

Il Fatto: “Renzi cambia verso. Gli indagati non si toccano”.

In taglio basso, l’indagine dell’Antitrust: “’Quel farmaco costa poco: screditiamolo’”

 

L’Unità: “La Ue ci boccia, Renzi rilancia”. “Debito alto, crescita lenta, bassa competitività: Italia declassata insieme a Slovenia e Croazia.

 

Il Giornale: “Il giudice anti-Berlusconi finisce sotto processo. Il magistrato che condannò il Cavaliere rinviato a giudizio dal Csm per l’intervista-scandalo che anticipava le motivazioni della sentenza”. In prima anche: “Schiaffo di Renzi ad Alfano: gli indagati Pd non si toccano. E usa i bambini come claque”.

 

Economia

 

Il Sole 24 Ore dedica una intera pagina alla intervista al Ministro dell’Economia Piercarlo Padoan. “’Ecco le coperture per abbattere il cuneo’”. L’intervista inizia con i rapporti con il premier, per smentire un presunto “dualismo”: “Ogni volta che vedo il presidente del Consiglio ci chiediamo chi metta in giro queste voci. Una contrapposizione farebbe molto male al governo”. Alla domanda su dove troverà i soldi per fare le cose annunciate da Renzi (10 miliardi per il cuneo fiscale, 60 per i crediti delle imprese, il Jobs Act, l’edilizia scolastica, il credito di imposta per la ricerca), Padoan premette di condividere “totalmente che la priorità assoluta di questo Paese sia la crescita”. E poi, sul cuneo fiscale, dice che “sarebbe utile concentrare tutto l’intervento in una direzione”, scegliendo tra i due “casi limite”, cioè tutte le risorse alle imprese, e dunque intervento sull’Irap, o tutte ai lavoratori, e dunque intervento sull’Irpef. “Ci sono pro e contro su entrambi questi casi limite, che riguardano tra l’altro la capacità di creare nuovi posti di lavoro”. Sulle risorse: “Stiamo valutando la possibile entità dell’intervento e i relativi tempi. Su questo diventa essenziale la spending review. Servono tagli strutturali perché la riduzione del cuneo è strutturale”. Quanto si potrà ricavare dalla spending review? “Credo sia possibile fare per il 2014 qualcosa in più rispetto ai tre miliardi immaginati dal precedente governo. Diciamo che 5 miliardi su base annua è una cifra non irragionevole”. E come arrivare ai 10 miliardi per il taglio del cuneo? “Ci sarà una fase transitoria in cui i risultati della revisione di spesa non saranno ancora a regime, durante la quale potremo anche utilizzare provvisoriamente per le coperture risorse una tantum o da riallocare all’interno del bilancio”. Padoan parla delle risorse provenienti dal rientro dei capitali (“una somma difficile da valutare ma che ci sarà”) e un migliore utilizzo dei fondi europei. Più avanti: “Chiederete più flessibilità sul 3 per cento?”. “Siamo da poco usciti dalla procedura di infrazione grazie al fatto che siamo scesi sotto al tre per cento. Ma non possiamo permetterci di tornare sopra al 3. Sarebbe un errore. Se sapremo crescere attraverso le riforme strutturali guadagneremo automaticamente più spazio nei conti pubblici”. Sulle rendite finanziarie: “Su tutte le imposte, non solo sul cuneo fiscale, va fatta una analisi rigorosa dei costi e dei benefici. Le rendite finanziarie sono tante cose molto diverse. Per ciascuna bisogna valutare gli effetti sul gettito ma anche l’impatto sul reddito delle famiglie e sui mercati. Ci riserviamo un approfondimento molto serio per decidere se intervenire. Dobbiamo essere prudenti su questo”. Sui pagamenti dei debiti della Pa, Padoan dice che il provvedimento è pronto e che sarà portato a uno dei prossimi consigli dei Ministri. “Grazie anche al coinvolgimento della Cdp pensiamo di poter risolvere strutturalmente il problema”. Quanto ai timori di abbassamento del rating per Cdp, annunciata da Fitch, Padoan dice che sono “preoccupazioni del tutto fuori luogo”, perchè Cdp e banche saranno “coinvolte in una triangolazione con beneficio per tutti”.

 

Sullo stesso quotidiano si dà conto del richiamo della Commissione UE che ieri, con il commissario Rehn, ha “alzato il livello di allerta e monitoraggio sull’Italia, retrocedendola tra i Paesi con ‘squilibri macroeconomici eccessivi’: poche riforme, scarsa competitività”. Nel rapporto si legge: “L’Italia deve mettere mano al suo debito pubblico troppo elevato e alla sua debole competitività. Ambedue hanno le proprie radici un una perdurante bassa crescita della competitività e richiedono una azione urgente e decisa in modo da ridurre il rischio di effetti negativi per l’economia italiana e della zona euro”. Per questo la Commissione esorta l’Italia a varare “nuove misure economiche” per aiutare la crescita.

Tra i punti critici segnalati nella relazione Ue, le fondazioni bancarie (settore “opaco”) le banche (“debolezza strutturale del sistema bancario”), le inefficienze della Pa e del sistema giudiziario, le frequenti barriere presenti nel mercato dei beni, la presenza di una griglia salariale che non tiene conto delle differenze di produttività e del costo della vita, un sistema scolastico e universitario da modernizzare.

Il governo italiano ha risposto che “le riforme annunciate saranno tradotte in un crono programma che sarà inserito nel prossimo Programma Nazionale di Riforme. Il ministro Padoan, che lunedì sarà all’Eurogruppo, ha definito “severo” il richiamo di Bruxelles.

 

Su La Repubblica un “retroscena” firmato da Roberto Petrini: “Renzi: ‘I numeri non erano quelli di Letta, ora dobbiamo correre, senza scherzare’”. Il riferimento è ad un “commento aspro” che il presidente del Consiglio avrebbe espresso “con i suoi” alle prime notizie sulla bocciatura dell’Italia: “Sapevamo che i numeri non erano quelli che raccontava Letta, ma siamo gentiluomini e non abbiamo calcato la mano. Ora dobbiamo correre: se è vero che i mercati hanno fiducia in noi, è vero anche che non possiamo scherzare”. A cominciare da lunedì, scrive La Repubblica, quando il ministro dell’Economia Padoan si presenterà a Bruxelles per l’Eurogruppo: e per il quotidiano “il governo ha già una strategia in cantiere”, poiché il Tesoro sta lavorando alla cosiddetta due diligence, il check dei conti pubblici per verificare i reali margini di manovra.

Su La Stampa: “L’Ue vuole tutto: taglio del debito, crescita e riforme”. E il retroscena: “’Sapevamo che i numeri non erano quelli che raccontava Letta’”, “Renzi ai suoi: nessuna polemica, ma ora bisogna correre”. E poi la reazione del ministero dell’Economia: “Il Tesoro incassa la bocciatura e si prepara al contrattacco”, “Padoan: il giudizio è severo, ma va nella stessa direzione di quello che pensiamo noi”.

 

Il Corriere, nel dare la notizia, scrive che “Bruxelles teme le conseguenze sull’Euro, la manovra non basta”, e aggiunge che sotto la lente di Bruxelles sono finiti anche Francia e Germania. La prima per il deficit eccessivo, il debito pubblico in risalita e la competitività in discesa, e la seconda per scarsa domanda interna e alto debito pubblico.

Su Il Giornale: “Fisco, debito, giustizia lenta. La pagella Ue ci demolisce”.

 

Sul Corriere si parla del premier, che “si dà una settimana” ed annuncia per mercoledì le scelte decisive su Jobs Act, piano casa e scuole. Dovrebbero essere sbloccati due miliardi per l’edilizia scolastica, annunciato un nuovo piano casa dopo quello di Berlusconi e annunciato il varo del Jobs Act. “Basta tavoli di confronto, meglio le mail”, avrebbe detto Renzi riferendosi ai tavoli di concertazione con le parti sociali. Il Presidente di Confindustria Squinzi risponde: “Meglio guardarsi in faccia. Non amo le mail”.

Secondo Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, il richiamo Ue ha un “risvolto politico”, e “serve a mettere in guardia senza tanti complimenti il capo dell’esecutivo italiano” Renzi, che “aveva fatto capire, in modo generoso e un po’ velleitario, di voler allargare i vincoli dell’Unione. Ora gli viene detto: pensa a mettere a posto i conti in casa tua, perché sono in disordine, ed evita di darti per adesso obiettivi troppo ambiziosi”.

 

Big Pharma

Le prime quattro pagine de La Repubblica sono dedicate allo “scandalo” Big Pharma: “Medicine low cost bloccate. Big Pharma sotto processo, mega-multa dall’Antitrust”. Le multinazionali Novartis e Roche si sarebbero accordate per favorire la vendita del farmaco più costoso (Lucentis), rispetto a quello low cost (Avastin), destinato alla cura della maculopatia che, senza terapie adeguate, porta alla cecità. Sulla vicenda la Procura di Torino guidata da Guariniello indaga dal 2012, mentre quella di Roma ha aperto un fascicolo. E le carte sono state acquisite anche dalla Corte dei Conti. Il quotidiano intervista Silvio Garattini, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Milano: “L’industria fa i suoi interessi, lo Stato deve difenderci”, “Ho denunciato nel 2010 il caso Avastin-Lucentis ed era noto che quei due prodotti sono equivalenti, bisognava reagire prima”.

Su La Stampa: “Brevetti scaduti e trucchi. I segreti di Big Pharma”, “Il ruolo dei grossisti”, che spesso “favoriscono le farmacie a scapito delle parafarmacie che fanno prezzi più bassi”.

E La Stampa intervista il direttore dell’Aifa, l’Agenzia ministeriale del farmaco, Luca Pani: “L’Agenzia del farmaco nel mirino, ‘Ma è colpa di azienda e Regioni che non hanno collaborato’. Il direttore dell’Aifa: rafforziamo i rapporti con l’Authority”.

 

Legge elettorale

La Stampa: “L’Italicum arriva in aula e resiste al voto segreto”, “Le vere insidie potrebbero arrivare quando il testo approderà in Senato”. Qui si annuncia un “passaggio turbolento”, perché il Nuovo Centrodestra vuole introdurre le preferenze e rivedere lo sbarramento, fissato nel testo attuale ad un bizzarro 4,5%: c’è la concreta ipotesi che il governo voglia prestarsi al gioco, abbassando al 3% il barrage alle prossime elezioni europee. E questa soglia passerebbe anche per le politiche come “golden standard”. Il quotidiano sottolinea che al Senato Pd e Forza Italia sulla carta avrebbero da soli la forza per strangolare i piccoli partiti: però i 25 senatori Pd, ispirati dal lettiano Russo già rumoreggiano e fanno sapere che non daranno il via libera a soglie giudicate incostituzionali.

La Repubblica parla della “battaglia sugli emendamenti” alla Camera sulla legge elettorale ed evidenzia “la minaccia dei franchi tiratori”: “alla prima prova l’intesa regge ma rispetto ai 435 voti potenziali ne mancano 91”. Il quotidiano intervista il leader della minoranza Pd Gianni Cuperlo, che dice: “Sbarramento, premio, nomi bloccati, su queste cose la legge deve cambiare”, “avere stralciato le norme sul Senato rende più stringente il nesso tra riforma elettorale e riforma costituzionale”. Sulla pagina di fianco: “Blitz di Forza Italia sulle liste, salta la parità uomo-donna”.

Il Fatto: “Parità di genere o morte: l’Italicum parte male”, “Arriva in aula la legge elettorale, ma i problemi non finiscono. Con il voto segreto alla maggioranza mancano 37 voti. E l’approvazione slitta ancora”.

 

Lista Tsipras

“Lista Tsipras, Spinelli guida l’altra Europa”, titola Il Fatto dando conto della presentazione alla stampa, ieri, dei 73 candidati che concorreranno alle Europee: da Curzio Maltese ad Adriano Prosperi, da Loredana Lipperini ad Andrea Camilleri, da Luca Casarini a Moni Ovadia, Piergiorgio Alleva, Ermanno Rea. In arrivo un endorsement di Gino Strada.

La Repubblica titola: “Scrittori, attori e No Tav nella lista Tsipras”.

L’Unità spiega che in realtà Camilleri non è candidato, che le candidature sono 37 maschili e 36 femminili, che il simbolo scelto è un cerchio rosso con al centro una scritta bianca, in stampatello: ‘L’altra Europa con Tsipras’.

Su La Repubblica in prima pagina si offre ai lettori un’analisi di Stefano Rodotà sotto il titolo “Tutti i rischi della Lista Tsipras”. In realtà quella di Rodotà è soprattutto una riflessione sulle conseguenze dell’intesa con il centrodestra sulla legge elettorale e della ritrovata “vocazione maggioritaria” di Renzi, che lo induce a non manifestare aperture verso diverse realtà esistenti, “mostrandosi piuttosto interessato al recupero di una parte dell’elettorato del Movimento 5 Stelle (strategia peraltro analoga a quella di Silvio Berlusconi)”.

Il Giornale: “Repubblica fa la sua lista con Vendola. Il partito di Repubblica va sempre più a sinistra”. Dove si legge dei “molti giornalisti e intellettuali candidati con l’estrema sinistra”.

 

Ieri il governo – con il ministro Boschi – ha risposto in Parlamento sulla richiesta di dimissioni dei sottosegretari indagati. Il governo – ha detto la Boschi – non chiederà le dimissioni di sottosegretari e ministri solo perché raggiunti da un avviso di garanzia, anche perché la Costituzione sancisce la presunzione di innocenza. Il Giornale sintetizza: “Lo schiaffo del Pd ad Alfano: i nostri indagati non si toccano”.

 

Ucraina

 Il Corriere della Sera, con un richiamo in prima pagina, parla della “guerra fredda (economica) su Kiev”, e si parla dei sussidi annunciati dall’Europa per l’Ucraina. “Il presidente Obama ha promesso prestiti garantiti per 1 miliardo di dollari. L’Ue aggiungerà 11 miliardi di euro nei prossimi due anni, se oggi ci sarà il via libera del Consiglio europeo. Sul fronte opposto Putin ha già sottoscritto bond per tre miliardi di dollari, per puntellare l’ex presidente Yanukovich, annunciando che sarebbe arrivato a 15 miliardi, cioè fino a coprire le spese essenziali dello Stato ucraino: pensioni e stipendi pubblici per cominciare”. Il quotidiano ricorda che il Fondo Monetario aveva congelato un pacchetto di aiuti per la stessa somma poi accordata da Putin. Lagarde aveva chiesto a Kiev riforme “alla greca” e “forse ancor più severe”, a partire dalla riduzione dei sussidi alle famiglie sulla bolletta del gas, voce che vale il 7 per cento del bilancio statale.

Sullo stesso quotidiano una intervista con Mikhail Saakashvili, ex presidente georgiano, che “nel 2008 sfidò la Russia”. Quella del 2008 fu guerra dichiarata, a differenza di oggi, e Saakashvili conferma che “ci sono differenze con il caso georgiano”, che l’Ucraina “è dieci volte più grande e vicina al cuore del continente” europeo, ma questo significa solo che la situazione “è più grave” e che gli europei devono agire “con tempestività” se non vogliono “trovarsi con le spalle al muro”. L’Europa, dice l’ex presidente georgiano, rischia di commettere lo stesso errore commesso nel 1938, quando il britannico Chamberlain “liquidò la Cecoslovacchia come un ‘paese lontano’ e spianò la strada a Hitler che aggredì i Sudeti con il pretesto di dover appoggiare la minoranza tedesca. La Storia torna sui suoi passi”.

 

Parlando del ministro degli Esteri russo, La Stampa titola: “Lavrov non cede al pressing di Kerry”, “Il ministro russo lascia i negoziati di Parigi. Oggi incontro a Roma. La Nato: stop alla collaborazione con Mosca”. A Parigi ieri il segretario di Stato Usa “ha portato con sé il ministro degli Esteri ad interim di Kiev, Andrii Deschytisa, per un incontro tra i firmatari del memorandum di Budapest del 1994, che regola l’indipendenza dell’Ucraina, ma il collega russo Lavrov si è rifiutato di partecipare perché non riconosce il governo provvisorio. Alla domanda se avesse incontrato il ministro ucraino, Lavrov ha risposto: ‘Chi è?’”. Intanto la Ue ha stanziato 11 miliardi di euro per salvare l’economia di Kiev. Ed ha deciso sanzioni mirate contro 18 ucraini accusati di aver mal gestito fondi pubblici. Nel pomeriggio di ieri l’Alleanza atlantica si è riunita per l’esame della situazione e il segretario generale Rasmussen ha annunciato la sospensione della collaborazione militare con la Russia. Stop anche alle operazioni congiunte con Mosca per proteggere le navi coinvolte nella distruzione dell’arsenale chimico siriano.

Su La Repubblica, “lo scenario”: “Gas, grano e la minaccia di sanzioni, la vera partita tra Cremlino e Occidente”. Il reportage dalla Crimea di Nicola Lombardozzi, “tra gli ultrà di ‘Babbo Vladimir’, scatta la caccia agli inviati di Onu e Osce”, “I nazionalisti russi temono che un accordo internazionale li riporti sotto Kiev. Aggredito un diplomatico olandese delle Nazioni Unite”.

Prende spunto dalla crisi ucraina l’intervento del presidente Usa riprodotto da La Stampa, che poi arriva ad affrontare temi che coinvolgono il Medio Oriente e tutto lo scenario internazionale, dove è necessario “aiutare i Paesi a dare voce alle persone che non l’hanno mai avuta prima” e far sì che tutti condividano i benefici della crescita economica.

“Il potere dei bugiardi” è il titolo di un commento a firma di Adam Michnik che compare sulla prima pagina de La Repubblica. Dove si legge che nel 1938 “Adolf Hitler professava l’urgenza di assicurare la protezione da parte del Terzo Reich ai ’10 milioni di tedeschi che vivono nei Paesi confinanti’, suscitando la grande gioia dei tedeschi dei Sudeti (in tedesco Sudetendeutsche) e innescando una campagna propagandistica contro la Cecoslovacchia. In seguito, Hitler chiese di organizzare un plebiscito tra i tedeschi dei Sudeti aprendo così la strada verso la disgregazione della Cecoslovacchia e la sua sottomissione al Terzo Reich”.

 

Sul Sole si parla della “scommessa fatta dalle nuove autorità ucraine per riconquistare l’est ribelle”, cioè offrire agli “uomini più ricchi del Paese” il ruolo di governatori delle città. Sostenitori di Yanukovich, oggi questi oligarchi si sono “allineati dietro al nuovo potere nato dal Maidan”. Serghej Taruta, per esempio, “barone del metallo con un impero, la Isd corporation, che dà lavoro a decine di migliaia di persone”, è stato nominato governatore di Donetsk. Altri nomi di possibili nuovi governatori: Ihor Kolomoyskiy, terzo uomo più ricco del Paese, con un impero che include interessi in agricoltura e la banca Privatbank, e Vadim Novinsky, proprietario di un gruppo attivo nella metallurgia.

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