Perché la sentenza Ue sullo stato di diritto può dividere Polonia e Ungheria

Propaganda a parte, la stretta sui fondi Ue mette nei guai Orbán e Morawiecki

La sentenza con cui la Corte di Giustizia europea ha respinto i ricorsi di Polonia e Ungheria sull’introduzione del meccanismo di condizionalità dello stato di diritto per l’erogazione dei fondi non è stata una sorpresa. Che il Tribunale si sarebbe mosso in questa direzione era già chiaro dallo scorso dicembre quando l’Avvocato generale Manuel Campos Sánchez-Bordona ne aveva raccomandato il respingimento.

Per Varsavia e Budapest si tratta di una batosta economica, oltre che politica. Sono gli unici due Paesi che non si sono visti approvare il piano del Recovery Fund: 36 miliardi di euro per la Polonia, 7,2 miliardi per l’Ungheria. Ora, quando la Commissione avrà approvato le linee guida per l’applicazione della sentenza si vedranno precludere l’accesso ai finanziamenti del bilancio 2021-2027.

 

Una lunga storia

Per capire come si è arrivati alla storica sentenza di mercoledì – trasmessa per la prima volta in diretta streaming – è opportuno fare un passo indietro.

Ormai da anni Polonia e Ungheria sono impegnate in un braccio di ferro con Bruxelles legato al rispetto dello stato di diritto. Per Varsavia il nodo principale resta quello dell’indipendenza dei giudici: una storia antica che mette le radici alla fine del 2015, quando il governo conservatore di Diritto e Giustizia (PiS), tutt’oggi al potere, si era insediato da un paio di mesi. Con una discussa serie di nomine e provvedimenti correttivi, PiS riuscì in poco tempo a modificare la composizione dei giudici del Tribunale Costituzionale, portandola ad essere espressione dell’esecutivo. Successivamente, a essere “catturati” furono il Consiglio nazionale della magistratura e la Corte suprema, oggetto di una più ampia e radicale riforma nel 2017. Il principale pomo della discordia si rivelò essere la camera di disciplina, un organo di controllo creato in seno proprio alla Corte suprema con il compito di valutare ed eventualmente sanzionare i giudici, il cui operato venga considerato non idoneo.

Nonostante i richiami e le procedure di infrazione, il governo polacco ha fin dall’inizio tirato dritto per la sua strada. Nel 2017 la Commissione europea ha iniziato le procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, la cosiddetta “opzione nucleare”, mai utilizzata fino a quel momento, che porta il Paese sanzionato alla perdita del diritto di voto al Consiglio europeo. La procedura però può trovare attuazione solo con l’approvazione unanime da parte di tutti i membri dell’Unione. In questo senso la Polonia ha trovato un alleato formidabile in Viktor Orbán, che ha fatto porre il veto sull’operazione. Il premier magiaro, leader maximo del sovranismo europeo, era già da tempo entrato in rotta di collisione con Bruxelles a causa della controversa riforma costituzionale che aveva minato le basi democratiche dell’Ungheria. Ad ogni buon conto la Polonia ha saputo sdebitarsi, ponendo a sua volta il veto quando il procedimento dell’articolo 7 è stato avviato contro Budapest.

La svolta è avvenuta alla fine del 2020 quando il Parlamento europeo ha approvato l’introduzione del meccanismo di condizionalità dello stato di diritto per l’erogazione dei fondi europei. Un processo di approvazione turbolento, che aveva visto Polonia e Ungheria mettersi di traverso, bloccando per diversi giorni l’approvazione del bilancio pluriennale, a cui è legato anche il Recovery Fund, e mettendo quindi in difficoltà tutto il blocco europeo.

Alla fine i due governi ribelli avevano ceduto grazie alla mediazione di Angela Merkel. Il compromesso al quale erano giunti con la cancelliera tedesca era che il meccanismo non sarebbe entrato in vigore finché non fosse stata emessa la sentenza al loro ricorso. E così è stato, fino alla sentenza di mercoledì, che però per i due Paesi ha avuto esito negativo. Nei loro ricorsi Polonia e Ungheria affermavano che il provvedimento fosse incompatibile proprio con l’articolo 7 dei Trattati, e che venisse violato il principio della certezza del diritto. Argomentazioni smentite dalla sentenza, dove si stabilisce inoltre che il regolamento non è volto a punire la violazione dello stato di diritto in sé, ma a tutelare il bilancio dell’Unione dall’effetto di tali violazioni.

 

Reazioni a catena

La decisione della Corte è destinata a portare conseguenze gravi e dirette nella politica interna dei due paesi e nelle relazioni con l’Unione europea. Teresa Coratella, program manager dello European Council on Foreign Relations (ECFR) vede un duplice effetto: «Il primo è interno al Gruppo Visegrád, dove Slovacchia e Repubblica Ceca hanno già preso una strada diversa e quindi si sono smarcate rispetto al percorso intrapreso da Polonia e Ungheria; il secondo è sul piano europeo, non solo perché riguarda lo stato di diritto, ma anche perché c’è di mezzo il Recovery fund, un piano senza precedenti per l’Europa il cui fallimento o successo dipende proprio dall’implementazione dei fondi».

La sentenza cade inoltre in un momento particolarmente delicato per l’Ungheria, dove il 3 aprile si voterà per il rinnovo del parlamento e Viktor Orbán cercherà di ottenere il quarto mandato consecutivo, il quinto assoluto, da primo ministro. Secondo i sondaggi Fidesz, il partito da lui guidato, è in vantaggio di un paio di punti percentuali sulla coalizione guidata da Péter Marki-Záy. Non si tratta di una tornata elettorale come le altre. Per la prima volta l’opposizione ungherese ha deciso di fare quadrato, e ha scelto il proprio candidato premier attraverso le primarie. Per quanto Orbán sia in vantaggio, l’esito non è scontato, e il periodo che resta da qui alle elezioni sarà terreno di aspra campagna elettorale.

Secondo Coratella, si tratta di una gatta da pelare per il premier magiaro: «Da una parte dovrà essere capace di gestire l’impatto che questa sentenza avrà sul suo ruolo, dall’altro dovrà trovare il modo di giustificarsi davanti all’opinione pubblica, che al pari di quella polacca, è molto attiva sui temi europei». I primi attacchi dell’opposizione sono volti ad accusarlo di far pagare agli ungheresi un prezzo salato per le sue politiche antidemocratiche. La ministra della Giustizia Judit Varga, dal canto suo, punta il dito contro quella che definisce una sentenza politica mossa da una vendetta per la legge sulla protezione dei bambini, che proibisce di esporre i minori alla cosiddetta “propaganda LGBT”. Su questa legge è stato indetto un referendum che si terrà lo stesso giorno delle elezioni. Le motivazioni del pronunciamento della Corte, secondo Varga, sarebbero dunque dettate da motivazioni ideologiche e non dalla necessità di difendere lo stato di diritto.

Più sfumata ma per certi versi più complicata la situazione della Polonia che si trova a vivere un difficile momento congiunturale dovuto a un’inflazione galoppante, che a gennaio ha superato il 9,2% su base annua, e a una grande fragilità politica. Il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, uno dei falchi della coalizione di governo, ha imputato al primo ministro Mateusz Morawiecki di aver commesso un errore capitale nel momento in cui ha accettato l’introduzione del meccanismo di condizionalità. La figura del premier polacco è peraltro già fortemente indebolita a causa di una controversa riforma fiscale entrata in vigore a inizio anno, che ha portato alle dimissioni del ministro delle Finanze e del suo vice.

La domanda è se Polonia e Ungheria, a fronte di questa situazione possano tentare di rientrare dalla finestra cercando un accordo con Bruxelles. «Credo che adesso entreremo in una situazione in cui Varsavia e Budapest si spingeranno fino al limite – afferma Coratella – e poi arriveranno al punto in cui dovranno fare marcia indietro utilizzando la diplomazia, per ottenere qualcosa. Ma si arriverà a questo momento solo quando Ue, Polonia e Ungheria arriveranno al punto di non ritorno. Va tuttavia evidenziato che al momento i due Paesi non hanno niente da offrire, vista l’instabilità sul piano politico, economico e anche pandemico».

 

Il quadro globale

La svolta nella vicenda – va ancora osservato – arriva in un momento cruciale nel contesto internazionale, alla luce della contingente crisi russo-ucraina. Qui Polonia e Ungheria hanno assunto due atteggiamenti completamente divergenti. Orbán da anni adotta quella che viene definita “la tattica del pavone”, che lo ha portato ad avere rapporti più che cordiali con Cina e Russia, a volte provocando l’irritazione degli alleati occidentali. A inizio febbraio si è recato in visita al Cremlino, precedendo di qualche giorno Emmanuel Macron, e ha pubblicamente dichiarato di non aver bisogno della Nato, né per difendersi, né per gestire un’eventuale emergenza legata all’arrivo di rifugiati ucraini.

La Polonia, dall’altra parte, pur in un momento in cui i rapporti con Washington non sono particolarmente esaltanti, ha già accolto cinquemila soldati americani sul suo territorio e altrettanti sono destinati ad arrivare. Varsavia, conferma dunque il suo ruolo di perno fondamentale dell’Alleanza atlantica sul confine orientale dell’Europa. Quanto basta per corroborare il dubbio che l’alleanza tra Polonia e Ungheria non sia più così solida, come osserva ancora Coratella: «In questo momento la Russia rappresenta un fattore divisivo, così come il tema migratorio. Morawiecki si è detto disponibile ad accogliere i rifugiati ucraini, mentre conosciamo le posizioni dell’Ungheria sull’immigrazione. Sono questioni che creano divisioni. Certamente i temi dell’euroscetticismo e della lotta all’Ue rimarranno, perché fanno gioco all’interesse reciproco, ma altri ormai sono scomparsi dall’agenda comune».

 

Foto: John Thys / AFP.

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