Recovery, luce verde sulle risorse.
Buio sul rispetto dello stato di diritto.

Festa amara per la Commissione: il Parlamento minaccia di portarla in tribunale

5+5+5. La svolta politico-economica europea post-Covid può essere condensata in tre numeri. C’erano voluti esattamente cinque mesi, lo scorso anno, perché l’Ue passasse dall’incredulità per i primi casi di Covid 19 “dentro casa” (Codogno, 21 febbraio 2020) all’adozione del pacchetto di rilancio economico più ambizioso della sua storia: quel Recovery Fund – meglio, Next Generation EU – varato dal Consiglio europeo il successivo 21 luglio. Varato soltanto a parole, però, pur se messe nero su bianco dai capi di Stato e di governo dei 27.

Ce n’erano voluti altri cinque, di mesi, per trasformare quell’accordo di principio in un piano operativo in grado di risollevare l’Unione dal baratro post- (e in alcuni casi anche pre-)pandemico: a dicembre, c’era voluto tutto l’ascendente politico e la capacità negoziale di Angela Merkel per convincere i riottosi di Visegràd – Polonia, Ungheria e per un tratto anche Slovenia – ad abbandonare le resistenze, in cambio di un ammorbidimento dell’”invasività” della condizionalità dei finanziamenti al rispetto dello stato di diritto.

Predisposta la nave, ci sono voluti poi in questo primo scorcio di 2021 altri cinque mesi – vissuti tutt’altro che a cuor leggero – per poterla finalmente mettere in mare: ottenendo cioè che la norma sulle cosiddette “risorse proprie” da attribuire al timone di comando della Commissione fosse approvata da tutti e 27 i Parlamenti nazionali. «Un grande giorno per l’Europa», hanno festeggiato all’unisono via Twitter i Commissari europei il 31 maggio: per il sollievo di vedere finalmente concluso un iter pieno d’incognite, certo, ma anche perché i “bazooka” degli altri due grandi attori globali, Usa e Cina, hanno cominciato a iniettare tonnellate di risorse alle rispettive economie da ormai molti mesi, e con effetti poderosi.

Dal 1° giugno, dunque, la fase 1 del piano Next Generation è finalmente partita: la Commissione ha iniziato a raccogliere sui mercati le risorse che potrà poi trasferire ai 27 Stati europei perché realizzino i rispettivi, famigerati Recovery Plans. Ma tutti i nodi, presto o tardi, vengono al pettine, e per chi osserva (o vive sulla sua pelle) la realtà dei Paesi Ue ad alto tasso di autoritarismo la domanda torna prepotente: dove finiranno, quei soldi? Potranno essere la leva per risanare le democrazie, oltre che le economie, del centro-est, o diventeranno invece benzina per le agende illiberali di Orbán, Kaczynski e degli altri emuli nazionalisti?

A far temere che il pendolo possa pendere ben più decisamente da quest’ultimo lato è un nuovo rapporto stilato dal German Marshall Fund sulle dinamiche di consolidamento del potere, politico ed economico, tanto in Ungheria quanto in Polonia. I due regimi, denuncia in sostanza l’autrice della ricerca, Edit Zgut, hanno messo a punto azioni e strumenti di gestione delle risorse e del consenso tanto efficaci quanto difficili da individuare. «Interazioni non codificate, informali», in altri termini, che proprio per questo sfuggono facilmente ai radar europei e internazionali. Clientelismo sistemico, pressioni per “allinearsi” di ogni genere su individui e organizzazioni, cattura politica degli enti di controllo, sagace canalizzazione dei fondi pubblici.

Qualche esempio? In Ungheria, secondo il Centro di ricerca sulla corruzione di Budapest, la quota di contratti pubblici aggiudicati senza competizione è letteralmente decollata da quando Fidesz è arrivato al potere, arrivando a toccare nel 2020 quota 41%. Ma anche quando le gare si fanno, ad aggiudicarsi i fondi, compresi quelli europei, sono i soliti noti: aziende di amici personali del “capo”, Viktor Orbán – come Lőrinc Mészáros, diventato in una manciata di anni l’uomo più ricco del Paese – o addirittura di suoi parenti stretti – dal genero István Tiborcz, bonariamente sussidiato dalla Banca centrale, al padre la cui compagnia mineraria pratica indisturbato prezzi stellari per ogni commessa pubblica. In un sistema di “coordinamento centrale-verticale basato su un sistema di potere gerarchico”, le distanze tra pubblico e privato si frantumano, insomma, e le risorse pubbliche da distribuire non sono che uno strumento per consolidare il blocco di potere.

Edit Zgut, politologa e autrice del rapporto del German Marshall Fund

O addirittura la stessa narrativa nazional-populista, come accade in Polonia: lo dimostra plasticamente, ricorda ancora Zgut, il caso della Fondazione nazionale polacca. Istituita nel 2016 formalmente per “promuovere l’immagine della Polonia all’estero” e sostenuta dai contributi profumati di molte aziende statali, si è distinta l’anno successivo soprattutto per la campagna di manifesti a tappeto a sostegno della riforma giudiziaria. Proprio quella entrata nel mirino dell’Ue e delle organizzazioni non governative perché smonta alla base il principio d’indipendenza della magistratura. Per assicurarsi la funzionalità delle “cinghie di trasmissione” del suo potere intanto, mese dopo mese, il partito di governo Pis ha distribuito un numero eccezionale di posti di lavoro in enti o aziende pubbliche a persone spesso senza alcuna esperienza scelte unicamente in base alla loro lealtà. E con l’esplodere la pandemia, per venire ai giorni nostri, i contributi governativi per lo sviluppo del territorio sono andati in misura dieci volte maggiore alle amministrazioni locali controllate dal Pis.

Mentre l’Ue si perde in lunghi iter giuridici per provare a contrastare l’agenda anti-democratica di Polonia e Ungheria, accusa dunque il rapporto del German Marshall Fund, gli autocrati dei due Paesi irrobustiscono quotidianamente con mille strumenti più o meno “tracciabili” la propria presa politica. Un cruccio ben presente al Parlamento europeo, che proprio per questo si è battuto lungo tutto l’arco dei negoziati sul Next Generation EU (e sul bilancio “ordinario” Ue 2021-27) per rendere operativo il meccanismo di condizionalità dei fondi al rispetto dello stato di diritto: la sospensione dei versamenti è azione ben più rapida, incisiva e – si presume – dolorosa degli infiniti “dialoghi politici” o dibattimenti di fronte alla Corte di Giustizia.

Eccolo, dunque, il nodo al pettine. Con la loro “azione di disturbo” lo scorso autunno Orbán e Kaczynski non sono riusciti a far saltare quel meccanismo, ma a rallentarne gli ingranaggi. Hanno preteso e ottenuto di vincolarne l’entrata in vigore al controllo di legittimità della Corte europea di Giustizia, che a marzo è stata investita del caso, oltre che all’adozione di specifiche linee guida. Tempi biblici? Non secondo tutti. Lo stesso Parlamento a fine marzo ha alzato la voce oltre ogni abitudine, sostenendo che la procedura davanti alla Corte non è affatto da considerarsi vincolante e chiedendo alla Commissione di procedere a pubblicare le linee guida entro e non oltre il 1° giugno. La minaccia, in alternativa, era quella di portare la Commissione stessa di fronte alla Corte per inazione.

La deadline del 1° giugno è passata, e l’esecutivo Ue, pur promettendo di farlo presto, non ha prodotto alcuna documentazione. Avrà l’audacia ora il Parlamento europeo di mantenere la promessa e “trascinare” la Commissione in tribunale in nome dello stato di diritto? La risposta (forse) la prossima settimana a Strasburgo.

 

Foto: Il primo ministro ungherese Viktor Orbán all’ingresso di un recente summit europeo a Bruxelles (Yves Herman / AFP)

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