Ungheria, Orbán “vede” la sconfitta
dopo 12 anni e prepara le contromosse

Lo sfidante Péter Márki-Zay si rafforza in vista del voto di aprile

Un lungo testa a testa. È quello che si prospetta tra il premier ungherese Viktor Orbán e il candidato unico dell’opposizione Péter Márki-Zay, lanciati verso le elezioni parlamentari che si terranno il prossimo aprile. Un appuntamento cruciale per l’Ungheria, chiamata a scegliere se riconfermare la fiducia al premier uscente oppure imboccare la via del cambiamento.

La corsa di Márki-Zay, a dire il vero, era iniziata già qualche mese fa, da quando aveva deciso di partecipare alle primarie organizzate dalle diverse anime dell’opposizione.
Una competizione nata per raccogliere sotto un’unica bandiera il candidato da opporre a Orbán, e aumentare sensibilmente le possibilità di vittoria.

Alla vigilia i giochi sembravano chiari. Il grande favorito era il sindaco verde e progressista di Budapest Gergely Karácsony, emerso a inizio estate come il principale oppositore dei piani del governo per la costruzione del campus dell’università cinese Fudan.

Il primo turno delle votazioni aveva però presentato uno scenario inatteso, con Karácsony sopravanzato dall’esponente di Coalizione Democratica Klara Dobrev. Subito dietro, l’outsider indipendente Márki-Zay, protagonista di una campagna elettorale molto brillante, e risultato il più carismatico nel confronto televisivo tra i candidati. A quel punto il sindaco di Budapest ha deciso di ritirarsi e di dare il suo appoggio proprio a quest’ultimo, ritenendolo il profilo ideale per la corsa alla carica di primo ministro. Una scelta che si è rivelata corretta, dal momento che Márki-Zay ha vinto il ballottaggio contro Dobrev con il 56,7% delle preferenze.

 

Il ritratto di Márki-Zay

Politicamente collocato nell’area di centrodestra, Márki-Zay viene spesso definito un politico all’americana. Dietro di sé non ha un vero e proprio partito, ma un movimento da lui lanciato nel 2018, quando si candidò e vinse le elezioni comunali di Hódmezővásárhely, una cittadina nel sud del Paese, di cui ricopre tuttora la carica di sindaco. Quarantanove anni, cattolico, ha vissuto per molti anni in Canada. Da giovane è stato un sostenitore di Fidesz, il partito di Orbán, come rivelato recentemente in un’intervista rilasciata a Le Grand Continent. L’allontanamento è avvenuto a partire dal 2002, dal momento in cui il partito ha cominciato ad assumere un’impronta sempre più populista. Oggi Márki-Zay identifica quello di Fidesz come un governo di “corrotti” e “criminali”. In anni più recenti è stato avvicinato anche da Jobbik, partito di destra, un tempo estrema, che ha pure partecipato alle recenti primarie. Avances che però lui ha sempre rifiutato.

La sua vittoria alle primarie ha sorpreso innanzitutto i partiti che hanno partecipato alla coalizione elettorale. András Bozóki, docente di Scienze Politiche alla Central European University di Vienna, spiega che la più grande difficoltà al momento è proprio quella di tenere a bada i suoi alleati. «Ci sono dei problemi tecnici, ad esempio su chi dovrà guidare la campagna elettorale – osserva – Lui d’altra parte non ha buoni rapporti con i partiti. Tuttavia penso che sono problemi che si risolveranno. Si trovano tutti sulla stessa barca, perché il loro obiettivo comune è quello di sconfiggere Orbán».

 

Le mosse di Orbán

Ad aprile Viktor Orbán correrà per il suo quinto mandato da primo ministro, il quarto consecutivo. La sua campagna elettorale è iniziata ufficialmente il 23 ottobre, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione ungherese. Una campagna che per la prima volta lo vede rincorrere gli avversari. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal think tank Zavecz Research, l’opposizione lo sopravanzerebbe di quattro punto percentuali. Una situazione che Bozóki spiega così: «Orbán è in difficoltà e sta diventando sempre più impopolare. Le radio e le tv vicine a lui cercano di trasmettere il messaggio che sta andando tutto bene, ma non è vero. Il Paese si è gravemente indebitato durante il periodo della pandemia».

Per cercare di recuperare consensi il premier magiaro ha allentato i cordoni della borsa della spesa. I principali beneficiari saranno i pensionati, che nel 2022 riceveranno un ritocco del 5% sulla mensilità prevista. Inoltre a febbraio, poco prima dell’appuntamento elettorale, riceveranno i soldi della tredicesima. Una politica analoga è stata adottata per il mercato del lavoro, con l’aumento del 20% del salario minimo, mentre in campo fiscale c’è stato un taglio delle tasse sull’occupazione pari a 750 miliardi di fiorini (circa 2 miliardi di euro). A fronte di queste spese l’inflazione si è impennata, toccando il 7,4% a novembre, mentre il deficit di bilancio indicato dal governo per quest’anno sarà pari al 7,5% del Pil.

Oltre a questo tipo di strategia, l’opposizione ha denunciato il rischio di manovre poco cristalline per modificare l’esito del voto. Un mese fa si è rivolta alla Corte costituzionale a causa della  modifica della normativa sulla definizione di residenza, che permette di considerare “residenza” quello che è in realtà un semplice domicilio. Il timore degli osservatori è che questo stratagemma possa essere utilizzato per far pendere dalla propria parte l’ago della bilancia nei collegi elettorali più incerti. In questo modo, Fidesz avrebbe infatti la possibilità di ricollocare migliaia di voti all’ultimo momento, e risultare vincente.

Un elemento di disturbo potrebbe essere inoltre rappresentato dall’oligarca György Gattyán, terzo uomo più ricco d’Ungheria, fondatore e proprietario della Docler Holding, una multinazionale dell’IT con 1300 dipendenti in tutto il mondo. Qualche giorno fa ha annunciato la sua candidatura alle elezioni. «Si è trattato di una vera sorpresa. Non vive nemmeno in Ungheria – commenta ancora Bozóki – è possibile che sia stato convinto a partecipare da Fidesz con l’obiettivo di dividere l’opposizione».

Il politologo fa inoltre notare che qualora Márki-Zay dovesse vincere si presenterebbe un problema di non poco conto. «Orbán ha creato una sorta di deep state, con uomini chiave negli apparati principali dello stato. Anche se l’opposizione vince, sarà difficile rimuovere queste persone. È richiesta la maggioranza qualificata per cambiare le cose. L’impressione è che il primo ministro voglia preparare uno scenario per cui se perde ci sarà una situazione caotica e lui potrà tornare dopo un paio d’anni».

 

La chiave europea

Al netto di queste manovre, le probabilità di vittoria di Márki-Zay sono buone. Rispetto al suo avversario, può attingere ad un bacino elettorale più ampio. Oltre ai voti della sinistra, potrebbero confluire su di lui anche i voti degli scontenti di Fidesz.

Inoltre il suo essere moderato potrebbe giocare un ruolo importante in chiave europea. Un paio di settimane fa Márki-Zay si è incontrato a Varsavia con il leader dell’opposizione polacca Donald Tusk, che riveste la carica di presidente del Partito Popolare europeo. Uno dei temi affrontati sarebbe stata proprio la possibilità di far entrare il suo futuro partito in quel gruppo politico. Sempre sul fronte europeo va registrata la visita effettuata qualche giorno fa dal presidente francese Emmanuel Macron a Budapest. Il presidente francese ha incontrato Viktor Orbán, definito “un alleato europeo, ma un avversario politico”, ma anche i rappresentanti dei partiti di opposizione.

Se la partita di Márki-Zay si gioca su una trama di alleanze ancora da tessere, la linea politica di Orbán con i partner europei continua a camminare su un crinale molto incerto. Il premier magiaro ha salutato la fine del cancellierato di Angela Merkel con un lungo messaggio, in cui ha lasciato intendere di essere pronto a sfidare la nuova coalizione tedesca a guida socialdemocratica, che su temi come immigrazione, diritti LGBT e visione dell’Europa si appresta a inaugurare una linea diametralmente opposta alla sua. E probabilmente dai rapporti con il nuovo governo tedesco dipenderà infine anche la partita dei finanziamenti del Recovery Fund, tenuti bloccati dalla Commissione Ue per i dubbi sulla trasparenza ungherese nella gestione dei fondi e su un sistema giudiziario ritenuto poco efficace nella lotta alla corruzione. Fondi che ammontano a 7,2 miliardi di euro e che senza dubbio a Budapest (e a Orbán) farebbero molto comodo. Se fino a questo momento la realpolitik di Merkel era stato un canale diplomatico su cui poter contare, ora il quadro è cambiata, e nello scacchiere europeo l’Ungheria, al pari della Polonia, appare più isolata che mai. Se e come riuscirà ad uscire dall’angolo, lo scopriremo alle elezioni di aprile.

 

Foto: J. Geron / AFP.

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