Nadia Murad, un Nobel per la pace contro la violenza sulle donne

Nadia Murad ha ricevuto – insieme al medico congolese Denis Mukwege – il Nobel per la Pace 2018 per il suo impegno contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra. Pubblichiamo qui un’intervista alla giovane donna yazida realizzata in Italia e pubblicata su Metro il 03/05/2016

Nadia Murad è una ragazza esile, sembra più giovane dei suoi 21 anni e viene spontaneo chiederle come immagina il suo futuro: «Una volta avevo un futuro, studiavo, volevo fare l’insegnante di geografia e aprire un salone di bellezza, ma adesso per me e la mia famiglia non c’è più un futuro». Nello sguardo sfinito porta il peso di tutto l’orrore che ha visto e subito e che instancabilmente va in giro a raccontare per il mondo, in ogni dettaglio – ieri anche al Festival dei diritti umani in corso a Milano – sperando che la comunità internazionale reagisca e metta fine alla strage del popolo yazida, minoranza religiosa irachena, su cui i carnefici dell’Isis si sono accaniti perchè “infedeli”. Come Nadia ha denunciato all’Onu: «Lo Stato islamico ha trasformato le donne yazide in carne da trafficare e lo stupro è stato usato per distruggerci».

Quando nel 2014 le truppe del Califfato sono arrivate nel suo villaggio sei dei suoi fratelli e sua madre sono stati uccisi mentre lei insieme ad altre migliaia di donne e bambine è stata deportata come schiava sessuale a Mosul. Indicibili le sofferenze che ha subito, venduta a diversi miliziani, vittima di stupri di gruppo, picchiata, torturata. Dopo tre mesi è riuscita a fuggire, prima in un campo profughi in Kurdistan, poi in Germania, dove vive. Altre non ce l’hanno fatta, molte si sono uccise. «Seimila donne e bambini yazidi sono stati rapiti, ne restano ancora 3500 schiavi. Ma nessuno fa niente per la loro libertà».

A dicembre ha raccontato la sua terribile vicenda davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu. È servito a qualcosa?

No, tutti fanno promesse, ma nessuno si impegna davvero per sconfiggere l’Isis e interrompere il genocidio del mio popolo.

È andata anche in Egitto e in altri paesi musulmani per cercare l’appoggio del mondo islamico contro la visione distorta dell’Islam sunnita del Califfatto. Ha trovato supporto?

Sono andata in Egitto e in Kuwait, ho chiesto tre volte di andare in Arabia Saudita (sunnita ndr) ma mi hanno rifiutata. L’unico che si è impegnato e mi dà un po’ di speranza è Al Sisi, il presidente dell’Egitto, che mi ha detto che il suo primo obiettivo è sconfiggere lo stato islamico.

Il governo iracheno l’ha candidata al premio Nobel.

Non mi interessano i premi, servono atti concreti per sconfiggere i criminali dell’Isis.

Lei ha portato la sua testimonianza in 15 paesi, ricevuta da capi di stato e nei campi profughi. Dove trova la forza?

È molto dura per me ma la forza la trovo perchè continuo a vedere molta ingiustizia. Due settimane fa sono tornata nel campo profughi dove anch’io ero fuggita e ho visto dolore e sofferenza, molte donne in lutto: ogni giorno muoiono bambini, ogni giorno donne vengono stuprate. La trovo lì la forza per testimoniare questa ingiustizia che non finisce. Perchè so che la giustizia è della mia parte.

Come giudica i suoi aguzzini?

Io non li giudico, io racconto i fatti, magari li odio, ma deve essere il mondo a giudicarli.

@paolarizzimanca

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