De Sousa: «per salvarsi l’Europa deve andare a scuola dal resto del mondo»

boaventura

«Il 50 per cento del mio tempo va all’università. L’altro 50 per cento ai movimenti sociali». È così che presenta il suo lavoro Boaventura de Sousa Santos, docente all’Università di Winsconsin-Madison, negli Stati Uniti, e direttore del Centro di studi sociali (Ces) e del Centro di documentazione sul 25 aprile 1974 all’Università di Coimbra, in Portogallo. Nella libreria del suo studio di Coimbra campeggia una foto che lo ritrae con un copricapo regalatogli dagli indios brasiliani: «un omaggio per l’impegno svolto alla Corte suprema del Brasile per il riconoscimento del loro diritto alla terra». Un simile impegno non deve sorprendere: Boaventura de Sousa Santos da molti anni fa da ponte tra l’accademia e i movimenti sociali. Tutti i suoi studi sulla sociologia del diritto, sull’epistemologia, sul multiculturalismo, sui diritti umani sono orientati all’emancipazione sociale, alla trasformazione della realtà, di cui ricerca «la parte indiziaria»: le potenzialità inespresse, latenti, le emergenze, ma anche le realtà «rese assenti dal silenzio, dalla repressione, dall’emarginazione».  La sua «epistemologia del sud» è volta a farle emergere, attraverso una «ecologia delle conoscenze» che recuperi le conoscenze ignorate o attivamente represse dalla razionalità e dal pensiero egemonici. Un esercizio di umiltà che il sociologo portoghese suggerisce anche all’Europa, affinché possa affrontare la crisi economica, di immaginazione politica e democratica che sta vivendo. Lo abbiamo incontrato a Coimbra per discutere del suo lavoro.

Professor Boaventura de Sousa Santos, uno dei sui ultimi libri è intitolato A difícil democracia: reinventar as esquerdas (Boitempo editorial 2016). Adottando il titolo, dividerei questa conversazione in due parti. La prima sulle difficoltà della democrazia, la seconda sulla ricostruzione della sinistra. Partiamo dalla prima: almeno in Europa, dunque da un punto di vista circoscritto, la democrazia sembra in difficoltà perché sta venendo meno quella che per lei è la «tensione produttiva» con il capitalismo, che ha dato vita al compromesso socialdemocratico. Vale soltanto per il vecchio continente?

Il titolo del libro rimanda a una questione generale, che assume però aspetti differenti in contesti diversi. A livello generale, la difficoltà è che la democrazia è inscritta nelle Costituzioni nazionali, la cornice entro la quale sono state stabilite le regole. Ma oggi viviamo un tempo in cui, sovraimposto rispetto al costituzionalismo nazionale, c’è il costituzionalismo globale, fatto di capitale finanziario, multinazionali, accordi di libero commercio, etc. E il costituzionalismo globale contraddice il funzionamento democratico, a volte perfino costringendo un certo Paese a cambiare la Costituzione. Esiste dunque una tensione di fondo tra il costituzionalismo nazionale e quello globale, intrinsecamente antidemocratico, mosso dall’accumulazione, dall’avidità, dal profitto. Oltre a questo, siamo di fronte a una crisi del capitalismo produttivo. L’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, l’organismo che include i Paesi altamente sviluppati, prevede che fino al 2060 non ci sarà vera crescita. Questa stagnazione conduce all’idea che per ottenere profitti occorra passare dal capitalismo produttivo a quello finanziario, in cui non esistono lavoratori e regole sociali, ma solo accumulazione.

Il capitale finanziario globalizzato, dunque, è un problema generale, che investe tutto il pianeta. Ma poi ci sono aspetti specifici, diversi, dell’idea che la tensione tra democrazia e capitalismo stia scomparendo perché in sostanza scompare la democrazia, svuotata dei suoi contenuti. È un processo molto visibile in Europa, dove dopo il 1945 abbiamo provato a costruire una democrazia di matrice liberale corretta in nome dei principi di sovranità popolare, con la redistribuzione della ricchezza, l’inclusione sociale, i diritti economici e sociali, non solo civili e politici. È ciò che chiamiamo socialdemocrazia: in origine si trattava di una proposta per un socialismo democratico, l’idea cioè che si potesse realizzare il socialismo attraverso le elezioni; in altri termini, una via alternativa alle rivoluzioni socialiste, ritenute adatte solo ai Paesi “meno sviluppati”. Poi però la socialdemocrazia ha cominciato a crollare, perché in Europa perfino le forze progressiste non hanno valutato con attenzione i trattati dell’Unione europea, in particolare quello di Maastricht e quelli fondativi della Banca centrale europea. In sostanza, in quei trattati si constata che il capitale finanziario e il neoliberismo non possono mirare a distruggere le socialdemocrazie singolarmente, perché in Europa vigono le Costituzioni, i partiti progressisti e socialisti, le organizzazioni sindacali. Per questo è stato deciso di farlo dall’alto al basso, dall’Unione europea ai singoli Paesi. I trattati europei sono trattati neoliberisti. L’euro è una moneta neoliberista, di cui si è perso il controllo. Con la crisi greca, è finita l’era della socialdemocrazia, incompatibile con il capitale finanziario. La democrazia rappresentativa, multipartitica, elettorale, non può difendersi da sé contro le forze antidemocratiche del neoliberismo.

E se dallo svuotamento della democrazia in Europa volgiamo lo sguardo altrove, che tendenze nota?

Noto innanzitutto l’imperialismo statunitense ed europeo nel mondo. Proviamo a esaminarne gli effetti: Nordafrica, Libia, Siria, Iraq e Palestina distrutti. Il caso dell’America latina racconta invece un’altra storia: il millennio è cominciato con processi democratici interessanti. In parte, sono il risultato del Forum sociale mondiale, inaugurato nel 2001. Ci sono stati governi progressisti, emersi da ampie mobilitazioni sociali, in Brasile, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador. Le idee democratiche sono transitate da un continente a un altro, catturando l’immaginazione a livello planetario. C’era un progetto per trasformare la democrazia liberale esclusiva in una forma più inclusiva: non solo la redistribuzione del benessere e del reddito ma anche il riconoscimento delle differenze culturali e di genere. Ma la fase che ha trasformato il continente latinoamericano è poi entrata in crisi. Una crisi che dimostra come la tendenza democratica si sia svuotata, esaurita. Bisogna chiedersi come sia stato possibile. Fuori dall’Europa, la diffusione della democrazia che definisco «a bassa intensità» è stata causata anche dall’assalto imperialistico. All’inizio del secolo gli Stati Uniti erano occupati nelle guerra in Iraq e Afghanistan. In seguito, sono tornati a prestare attenzione all’America latina, finanziando progetti per costruire democrazie US-friendly: prone al saccheggio delle risorse naturali da parte delle multinazionali. Dove c’erano protezioni oppure ostacoli al saccheggio, sono stati eliminati.

Se allarghiamo la prospettiva storicamente, la crisi democratica legata alla tensione tra il costituzionalismo globale e quello nazionale ci conduce alla sua tesi sulla «fine del contratto sociale» e sul consolidarsi delle due tendenze, opposte e complementari, del pre e del post-contrattualismo, che si traducono nel «predominio strutturale dei processi di esclusione»: il fascismo sociale. Di cosa si tratta?

Nel pensiero sociale a volte siamo ostaggio dei nostri concetti. Così, per esempio, con la fine della guerra ci siamo convinti che il fascismo equivalesse a un particolare regime politico, che fossimo diventati pienamente democratici. Ma se ci chiediamo cosa sia fascista, ci accorgiamo che si tratta di un tipo di relazione sociale, quella che le popolazioni coloniali hanno vissuto per lungo tempo, quando erano alla mercé dei padroni, degli amministratori coloniali, dei gesti filantropici delle chiese. Vivevano ciò che definisco come un’esclusione abissale, che li rendeva non del tutto umani, privi di diritti, alla mercé degli altri. Quest’idea che ci siano persone e popolazioni che sono escluse sin dall’inizio dal contratto sociale sta diventando prevalente. Lo si vede con la crisi della socialdemocrazia in Europa. E in altre regioni del mondo. Da una parte fasce di popolazione sempre più ampie sono escluse sin dall’inizio dal contratto sociale, non hanno speranza di potervi entrare a far parte – è il pre-contrattualismo, la contrazione di ciò che definisco come «intimate» e «strange civil society»; dall’altra, molte altre persone vengono sbattute fuori, nella giungla sociale, come parte di ciò che definisco società civile incivile: è il post-contrattualismo. Gente che vive in condizioni molto simili a quelle vissute nell’esclusione abissale delle popolazioni coloniali. Ecco cos’è il fascismo sociale. Non un regime politico, ma una forma di sociabilità.

Qui c’è traccia di una sua convinzione profonda: l’idea che il capitalismo si accompagni sempre a due altre forme di sfruttamento e dominio, il colonialismo e il patriarcato…

È così. È un’illusione ritenere che il colonialismo sia finito. Viviamo ancora sotto condizioni coloniali, benché il colonialismo sia cambiato, come il capitalismo. Dal 17esimo secolo a oggi il capitalismo si è modificato, ma lo chiamiamo ancora capitalismo. Lo stesso vale per il colonialismo. Oggi non passa più per l’occupazione militare, ma per xenofobia, razzismo, discriminazione, esclusione sociale, saccheggio delle risorse naturali. Il progetto coloniale prosegue. È un punto importante della mia «epistemologia del sud». Ci siamo illusi – anche a causa di Marx – che con l’evoluzione delle società moderne il contratto sociale avrebbe eliminato lo stato di natura originario, progressivamente abbandonato. Ci siamo scordati, invece, che una volta creato il contratto sociale abbiamo creato anche lo stato di natura. Non era visibile, perché vigeva nelle colonie, ma non è mai sparito. E oggi torna nelle nostre società, dove la tensione tra i due principi della regolamentazione e dell’emancipazione sociale viene sostituita con quella tra violenza e appropriazione, che pensavamo riservata alle colonie. I senza tetto per le strade, i rifugiati, gli esclusi, ci parlano dello stato di natura, di appropriazione e violenza. Con il concetto di fascismo sociale provo a descrivere questa condizione del nostro tempo: la coesistenza tra regimi politici formalmente democratici e relazioni sociali sostanzialmente fasciste.

Lei ha parlato anche di un colonialismo più “domestico”, sostenendo che in Europa la crisi economica abbia fatto risorgere il fantasma del colonialismo del nord contro il sud, tracciando una nuova «linea abissale» dentro l’Europa, destinata a creare inevitabili traumi culturali futuri. Ci spiega meglio?

Si tratta di una questione di lunga durata. La periferia europea ha cominciato a formarsi nel 14esimo secolo, quando il centro dell’accumulazione del capitale erano le città settentrionali italiane, le città olandesi e ciò che oggi è la Germania, e poi l’area verso il Mar Baltico e l’Europa centrale. Intorno c’erano le periferie: quelle settentrionali, ma anche il Portogallo e la Spagna al sud, e poi il sud-est, i Balcani, la Grecia, e il sud quasi feudale come l’impero ottomano e russo. Di tutte queste periferie, soltanto una è diventata parte del centro, le aree settentrionali, la Finlandia, la Svezia. Il resto è rimasto periferico. È vero che Spagna e Portogallo sono state il centro dell’accumulazione del capitale, ma per meno di un secolo, tanto che alla fine del 16esimo secolo erano già in crisi, e poi sono subentrate l’Olanda e la Gran Bretagna. La crisi europea non è soltanto una crisi del capitalismo, ma anche una manifestazione coloniale della presunta sub-umanità di alcuni europei. Rimanda a pregiudizi coloniali di lunga durata del nord verso il sud, anche all’interno dei singoli Paesi, come in Italia e Portogallo. Se si legge ciò che scrivono i giornali tedeschi sulla crisi greca, sulla Spagna o il Portogallo, si rintracciano echi di termini e pregiudizi di secoli fa. Oggi è in atto un modo nuovo di tracciare un’antica linea abissale. La stessa idea che l’Unione europea non possa svilupparsi alla stessa velocità tradisce questa matrice.

Nonostante la critica profonda che rivolge all’attuale democrazia liberale, lei continua a ritenere che la democrazia dovrebbe rimanere un orizzonte utopico, «un’utopia concreata, realistica». Ne invoca spesso un allargamento, verso una forma di «democrazia non egemonica». Ma da dove partire? Dalla complementarietà tra democrazia partecipata e rappresentativa?

Abbiamo cominciato il ventesimo secolo con due modelli molto diversi, ma entrambi legittimi, di trasformazione sociale, la rivoluzione e il riformismo, che hanno diviso la sinistra. Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, ci accorgiamo che non ne sopravvive nessuno. Con la caduta del muro di Berlino si è creduto che venisse meno il modello rivoluzionario, ma è venuto meno anche il riformismo. Non soltanto il comunismo, ma anche la socialdemocrazia. Il neoliberismo ne ha approfittato. Oggi dobbiamo uscirne, cambiare mentalità, pensare fuori dagli schemi. Ci sono due modi per farlo: uno è pensare a fondo il pensiero occidentale. Abbiamo sviluppato tante conoscenze, classificazioni, sistemi teorici, ma i risultati non brillano. Le scienze sociali si sono sviluppate all’inizio del ventesimo secolo di fronte a crisi, rivoluzione industriale, criminalità, urbanizzazione, malattie. Servivano a trovare risposte, ma i risultati sono deludenti. Dobbiamo dunque pensare profondamente e ripensare alcune nostre intuizioni, e poi dobbiamo guardare fuori. In un saggio recente ho scritto che l’Europa deve andare a scuola dal resto del mondo. Se lo facessimo, ci accorgeremmo che ciò che era riformista in Europa, per esempio il diritto all’educazione, alla sanità, era rivoluzionario in molte parti del mondo. Mentre oggi per i giovani europei il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione gratuita è diventato rivoluzionario. Dobbiamo sottoporre a profonda revisione le nostre categorie, democratizzare la rivoluzione e, per così dire, rivoluzionarizzare la democrazia, archiviando la classica distinzione rivoluzione/riforma.

Dobbiamo reinventarci, attraverso un esercizio di umiltà. Come europei pensiamo di dover insegnare a tutti, ma non è così. Quando si guarda fuori dall’Europa, ci si accorge che ci sono molte alternative valide, già in atto. In tutta l’America latina, dal Messico alla Patagonia, in Africa, in Angola come in Mozambico e in molti altri posti per esempio non esiste soltanto la democrazia liberale, ma ci sono altre forme e modi di deliberare, discutere, decidere, con il consenso o con altri modi. Esiste una demodiversità, mentre noi siamo impantanati con due modelli, la democrazia rappresentativa e, se va bene, quella partecipativa. Adottando uno sguardo umile, ci si accorge inoltre che in molte parti del mondo la vita ordinaria non è retta dall’economia capitalistica. Esiste l’economia socialista, contadina, indigena, popolare, cooperativa. Sono economie importanti, anche a livello municipale, come in Angola. Non possono raggiungere il livello nazionale, ma sono frutto di un’energia vera. L’economia capitalistica va ripensata, non per eliminarla, ma per riconoscere che le società sono plurali sotto il profilo economico. Anche sui diritti umani, c’è un’enorme diversità. Noi ne abbiamo una concezione molto circoscritta e individualistica. Altrove invece il concetto di dignità non è individualistico, ma comunitario. Un concetto come quello di ubuntu in Sudafrica, per esempio, rimanda all’idea che io esisto soltanto perché ci sei tu. Esiste dunque un co-diritto umano. Un altro esempio: in Uganda i rifugiati possono lavorare e sono incoraggiati a farlo, mentre in Europa, continente che invecchia e in cui c’è bisogno di 20 milioni di persone per salvare l’economia e la socialdemocrazia, costringiamo i rifugiati nei campi appositi. Dovremmo imparare dall’Uganda. Ma come possiamo farlo, se abbiamo il pregiudizio di essere più sviluppati? Tutto ciò rimanda a un’idea centrale del mio lavoro: non abbiamo bisogno di alternative, ma di un modo alternativo di pensare alle alternative. Pensiamo che gli altri siano meno sviluppati e per questo non ne beneficiamo. È un problema che riguarda anche la sinistra in Europa, che rimane molto razzista, molto bianca.

Nel corso di tutta la sua attività lei ha sempre cercato di immaginare forme nuove di emancipazione sociale, strumenti per allargare e approfondire l’idea di democrazia, favorire la demodiversità e combattere l’epistemicidio a danno delle culture “altre”, non egemoni. Ma questo lavoro viene svolto dentro l’istituzione universitaria, che lei stesso definisce reazionaria e che, suggerisce in alcuni saggi recenti, andrebbe trasformata. In che direzione? 

Dal dodicesimo secolo, le università sono state centri di pensiero critico, anche se esclusivo, perché destinato alle élite. Oggi sta scomparendo perfino questo tipo di università elitaria, dal momento che viene finanziata soltanto la conoscenza con valore di mercato. È la fine dell’università. Per questo dobbiamo lottare per creare delle contro-università all’interno delle università. E per decolonizzarle. L’accesso è stato democratizzato, ma i curricula no. I miei studenti che vengono dall’Africa o dall’America latina si ritengono spesso offesi: noi consideriamo eroi degli individui che hanno ucciso i loro leader, distrutto e saccheggiato le loro terre. Oltre a questo, c’è un secondo aspetto del mio lavoro, al di fuori dell’università. Sono abituato a dedicare il 50% delle mie energie all’università, il 50% ai movimenti sociali. E al Forum sociale mondiale ho avanzato l’idea dell’università popolare dei movimenti sociali. Abbiamo già organizzato diversi incontri, dall’Argentina alla Colombia. L’idea è di mettere insieme per alcuni giorni 15 persone, un terzo intellettuali e due terzi attivisti e leader di movimenti sociali, contadini, ecologisti, LGBT. La proposta che ho avanzato in Epistemologies of the South si muove, infatti, lungo due obiettivi principali: polarizzare le contraddizioni tra oppressi e oppressori, per evitare che gli oppressi votino e si identifichino con gli oppressori, e depolarizzare le differenze tra gli oppressi, tra donne, rifugiati, contadini, lavoratori, immigrati. A causa della tradizione di dogmatismo e settarismo della sinistra è un’operazione difficile, ma necessaria. Nelle nostre università popolari dei movimenti sociali proviamo a sviluppare una ecologia delle conoscenze. Conoscenze diverse: scientifica, popolare, accademica, creativa. E a Lisbona stiamo creando una nuova generazione di università popolari, un tempo molto diffuse in Europa. La prima università popolare venne fondata ad Alessandria d’Egitto, da lavoratori anarchici italiani!

Forse proprio perché in Europa il dogmatismo e gli interessi particolari hanno spesso dominato i partiti progressisti e socialdemocratici, tanti hanno celebrato il nuovo governo portoghese, composto da aree della sinistra molto diverse, in passato riluttanti a lavorare insieme. È una lezione per la sinistra europea?

Sono orgoglioso della sinistra portoghese, e confesso di aver lavorato molto a questo risultato. Una simile innovazione politica è avvenuta in un Paese particolare: con una storia democratica molto breve, vissuto sotto la dittatura fino al 1974, con un partito comunista rimasto tra i pochi a non aderire all’eurocomunismo, un partito con un bacino elettorale tra il 10 e il 13% e sempre fedele all’idea che i socialisti fossero un partito di destra, dunque incompatibile. Cosa è successo, allora? È successo che tra il 2009 e il 2014 abbiamo avuto uno dei primi governi reazionari dell’Unione europea, che ha adottato le politiche della Troika, ritenendole perfino insufficienti e causando la perdita del 6% del Pil. A quel punto, di fronte all’eventualità di altri 4 anni simili di governo, si sono moltiplicati gli appelli all’unità della sinistra, in un contesto che in termini politici era pre-fascista, con un paradigma neoliberista del tutto reazionario. Serviva una sorta di fronte popolare, che archiviasse settarismo e dogmatismo a sinistra. I pericoli erano imminenti. Contrariamente a quanto avvenuto in Spagna con Felipe Gonzales, che progressivamente si è spostato sempre più a destra, in Portogallo è poi successo che Mario Soares ha spostato a sinistra il partito socialista, concedendo spazi politici ad Antonio Costa, l’allora sindaco di Lisbona e attuale primo ministro. L’altro elemento è stato la lezione che veniva dalla Grecia. In sintesi, la sinistra portoghese ha avuto paura della destra, e lasciando da parte le questioni che dividevano le sue varie anime ha trovato un compromesso intorno a due obiettivi principali: no alle misure di austerità e ricostruzione del Paese. Il cambiamento è già iniziato: i conservatori avevano messo i portoghesi gli uni contro gli altri, i giovani contro gli immigrati; il nuovo governo invece ha adottato misure, simboliche e reali, che mostrano un Paese diverso.

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