“Pace a tutti voi”, la sfida di Papa Leone arriva a Beirut

Il primo viaggio apostolico di Leone XIV è ormai alle porte: la prima è una tappa tutta ecclesiale, l’incontro a Nicea, in Turchia, per celebrare i 1.700 anni dal primo Concilio ecumenico, quello che definì il Credo cristiano. È una tappa dedicata a quell’ecumenismo che, dal Concilio Vaticano II, è divenuto ricerca di una vera unità: non più annessione delle altre Chiese, né tantomeno ricerca di un’omologazione, piuttosto l’unità dei diversi carismi. Quindi, dopo Nicea, domenica 30 novembre, papa Leone si sposterà a Beirut. Anche qui, meno celebrato, c’è un anniversario il cui senso va compreso: siamo infatti nel cinquantesimo anno consecutivo di destabilizzazione bellica del piccolo Libano.

 

Cinquanta anni di violenze in Libano

Tutto cominciò proprio 50 anni fa, nel 1975, l’anno in cui tutte le cronologie fanno iniziare la guerra civile libanese, che si concluse solo quindici anni dopo. Un conflitto matrioska, al tempo stesso guerra d’indipendenza, identitaria, etnica, guerra tra Stati e guerra interna alle comunità. Da allora si è aperta una sequenza ininterrotta di violenze, favorite dall’invasione israeliana del sud del Libano e dalla connessa emersione di Hezbollah, una milizia che prima non c’era. Prodotto khomeinista, fedele alla guida spirituale iraniana, Hezbollah esordì con la resistenza all’occupazione israeliana, terminata nel 2000.

Ma la resistenza è poi proseguita e ha alimentato nuovi conflitti: interni, come l’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri nel 2005 e le feroci esecuzioni che seguirono; esterni, come il conflitto con Israele nel 2006, funzionale anche a cancellare dalla memoria l’eliminazione di Hariri; “fratricidi”, come l’occupazione della Beirut sunnita nel 2008 o il lunghissimo e spietato intervento in Siria a sostegno di Assad dalla fine del 2011. A tutto ciò si sono aggiunte le operazioni di espansione dell’influenza regionale, come il sostegno ai ribelli Houthi nello Yemen, i rabbiosi tentativi di autoimposizione, emblematicamente condensati nell’esplosione del porto di Beirut nel 2020, un vero atto di urbicidio che ha distrutto il più grande scalo del Levante, fino alla guerra a bassa intensità dichiarata contro Israele nel 2023, presentata come a sostegno di Hamas per consegnare a Teheran la conquista di un negoziato sulla Palestina. Un’operazione di intelligence la fece fallire, portando alla sconfitta di Hezbollah con i bombardamenti del 2024.

Ne è seguito il cessate il fuoco che prevede il completo ritiro israeliano e il disarmo di Hezbollah. Ma Hezbollah non lascia che l’esercito libanese lo completi perché Israele non si ritira del tutto, Tel Aviv non si ritira perché l’esercito libanese non completa il disarmo di Hezbollah, che al contrario si starebbe riarmando. I più ritengono che proprio per questo Hezbollah non reagirebbe ai raid israeliani: non sarebbe pronto. Questo comunque è il nodo a cui il Libano oggi è impiccato: il presidente della repubblica, con una mossa a sorpresa, in queste ore ha detto di essere pronto a un negoziato di pace per ottenere il ritiro nemico garantendo il disarmo di Hezbollah, che serve al Libano, visto che nessuno Stato può coesistere con una milizia che non ne rispetta la sovranità e la politica nazionale di difesa.

 

La crisi economica libanese

Non ci sono soltanto le guerre militari, ci sono anche quelle economiche. Il colpo devastante è arrivato nel 2019 quando il governo, al tempo orientato da Hezbollah e sostenuto da molti partiti alleati, anche cristiani, ha scelto di dichiarare default pur di non accettare alcune “ricette” del Fondo Monetario Internazionale. A inizio 2020 la divisa libanese è crollata: da un tasso di cambio di 1.500 lire libanesi per un dollaro, in brevissimo tempo è precipitata fino a 110-120mila lire libanesi, per stabilizzarsi oggi intorno alle 90mila. La mancata predisposizione di strumenti legislativi per impedire la fuga di capitali, su pressione della Banca Centrale, consentì a banche e grandi famiglie di mettere in salvo 14 miliardi di dollari. Poi la Banca bloccò i conti correnti privati di chi aveva piccoli risparmi in valuta pregiata, per evitare la bancarotta. Chi la governava, da 30 anni, è stato arrestato dopo un mandato di cattura francese, per l’accusa di riciclaggio di denaro sporco.

 

Come si inserisce la visita di Leone XIV

Come è evidente, il problema Hezbollah è la punta dell’iceberg, quello che ha messo la politica nazionale di difesa in mano all’Iran e al suo braccio armato. Ma questo è accaduto anche per via di un meccanismo spartitorio che ha coinvolto parte significativa dell’establishment: a chi il traffico d’armi e a chi la speculazione, finanziaria ed edilizia. E la docente di Psicologia, l’accademica Mona Fayad, arriva oggi a mettere in dubbio che sia giusto definire resiliente il popolo libanese; i singoli certamente lo sono, viste le indicibili difficoltà a cui sono sottoposti da 50 anni. Ma basta la resilienza privata? La sua tesi ha molto a che fare con la visita di papa Leone.

Per Fayad, Hezbollah è un partito confessionale che si comporta come uno Stato nello Stato non solo per l’uso della forza, ma anche per il suo sistema di welfare confessionale, per l’assistenzialismo confessionale, per il clientelismo confessionale, per il sistema finanziario confessionale, per il sistema radiotelevisivo confessionale, ma non è un’anomalia, è il modello. Tutti i partiti ormai tendono a comportarsi così. È una regola che ha trasformato il sistema-Stato in una cupola interconfessionale, dove i grandi clan o tribù si impossessano di una comunità di fede per occupare lo spazio che a quella compete. Così il confessionalismo libanese, che avrebbe dovuto garantire alle comunità che mai più qualcuna avrebbe tentato di distruggere l’altra, è entrato in crisi.

La resilienza, ricorda Fayad citando lo psichiatra Boris Cyrulnik, non è solo eroismo o tenacia, ma capacità di ricostruirsi attraverso la connessione umana: non “sopportare il dolore”, bensì trasformarlo. Nel libro che sta scrivendo, Come pensa un libanese, auspica una rivoluzione che spezzi il meccanismo dell’“adattarsi” alla disfunzione, che produce fragilità psicologiche e una sorta di scissione tra il vivere quotidiano e la consapevolezza del disastro.

Fayad ricorda il mito di Sisifo, che Albert Camus trasformò: “Sisifo continuò a spingere la roccia pur sapendo l’inutilità dello sforzo, perché la sua stessa consapevolezza costituiva l’atto di resistenza”. Molti libanesi, osserva, continuano a spingere la pietra ma senza questa consapevolezza. Guardando ai giovani e ad alcune loro nuove iniziative nutre però la speranza che qualcosa stia cambiando. Se Leone XIV esorterà i cristiani a scrollarsi di dosso la rassegnazione, proprio loro potrebbero dare sostanza ai vagiti del nuovo. La grande rivoluzione che auspica è questa. Il papa che ha scelto il nome di Leone XIV perché il precedente Leone ha scritto un’enciclica intitolata Rerum novarum; potrebbe accendere la fiamma che fa vedere le “cose nuove” di cui c’è bisogno. E la prima “cosa nuova” per lei è rivalutare il bene comune tra musulmani e cristiani libanesi, di tutte le 18 comunità che lo costituiscono. Così, quanto disse Giovanni Paolo II nel 1997, “il Libano è un messaggio”, diventerebbe di nuovo realtà.

 

Il rompicapo Hezbollah e le riforme

Il rompicapo Hezbollah, se non venisse risolto, potrebbe produrre la trasformazione della fascia di confine con Israele in una brughiera senza residenti, a Washington qualcuno la chiama “parco industriale”. Se così fosse, sarebbe la perdita di numerosi villaggi oggi distrutti.

Si può sperare in un disarmo concordato, superando quella parte di confessionalismo che stabilisce che ci siano il 50 per cento di cristiani e il 50 per cento di musulmani? Le percentuali reali non sono queste. Hezbollah ne ha parlato, ma una riforma costituzionale contro i cristiani è improbabile. Certo gli sciiti sono sottorappresentati, ma una logica settaria non considera il bene comune. Un ruolo diverso per gli sciiti potrebbe venire da una loro maggiore integrazione. Diversi sistemi elettorali consentirebbero di votare sia un musulmano che un cristiano, i partiti potrebbero tornare a essere interconfessionali, espressioni di idee e territori, non di potentati. Si potrebbe anche pensare, come previsto dalla Costituzione, a due Camere, una eletta su base confessionale e l’altra su liste aperte, dei nuovi partiti di tutti. La prima Camera garantirebbe le comunità, la seconda darebbe diritti agli individui.

Dal salotto della sua casa beirutina, Mohammad Sammak, l’unico musulmano, sunnita, a essere intervenuto a due sinodi della Chiesa cattolica e leader riconosciuto dell’islam spirituale al punto da aver intessuto rapporti d’amicizia con tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, conviene, ma invita alla prudenza.

Prima di mettere mano a riforme necessarie bisogna uscire dall’emergenza militare. A suo avviso i leader di Hezbollah sanno bene che non possono combattere con l’esercito israeliano, sanno anche che le armi che ricevono non possono impensierire quell’esercito, e che al di là dell’altro confine, quello siriano, ora c’è un nemico loro e del loro vecchio alleato, Assad. È Ahmed al-Sharaa, uno che le armi le conosce e che sa bene quanti eccidi abbia compiuto in Siria la milizia che fu di Hasan Nasrallah. Dunque, dietro il paravento ideologico della resistenza, penserebbero a premunirsi nel caso di vendette siriane per lo scempio che Hezbollah ha commesso, massacrando migliaia di civili siriani. Anche per questo l’idea di un negoziato comune siro-libanese con Israele gli appare prematura; tra i due Paesi i rapporti migliorano, ma non ci sono ancora confini definiti, i valichi illegali abbondano, la diffidenza permane e Damasco deve dimostrare con i fatti di riconoscere davvero la sovranità libanese.

Sammak però vede una Siria che procede spedita e un Libano fermo, incapace di procedere. Mentre al-Sharaa è stato ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump, il presidente libanese Joseph Aoun sembra impantanato, non ancora capace di imporre le sue scelte; ora dice che si negozia con il nemico, cioè con Israele, e in cambio del pieno ritiro israeliano si offre il disarmo della milizia. Ci riuscirà davvero? Vorrebbe dire salvare il sud dalla prospettiva “fascia di sicurezza”. In un modo o nell’altro per Sammak questa è la prospettiva. Quanto ad al-Sharaa, apprezzato dagli americani, lui lo vede come un prodotto di qualche laboratorio; la sola novità che ha portato all’islam cui è tanto devoto sarebbe la barba. Quella sua come quella di tutti i suoi ministri è una barba islamica ma non lunga quanto quella dei tempi jihadisti, né corta come quella di alcuni occidentali: una barba mediana.

In questo contesto non sorprende che molti propongano di passare al federalismo, che in Libano vuol dire cantonalizzazione: cantone cristiano, cantone sciita, cantone sunnita, cantone druso e forse altri. Sarebbe la fine del Libano.

Ma la visita di Leone potrebbe ridare fiato a quanti, non solo tra i cristiani, pensano che il rinnovamento voglia dire guardare avanti, non indietro. Hezbollah, per il deputato maronita Fares Souhaid, è un problema, ma è soprattutto il passato. Il futuro è nel miliardo di musulmani sunniti che vogliono la pace regionale, giusta, ma pace. A suo avviso lo si vede nelle scelte di tanti Paesi, a partire dall’Arabia Saudita. In questo contesto il ruolo che ognuno si sceglie è quello di offrire la sua specificità per favorire una pace giusta. Ecco l’Egitto che investe su un museo spettacolare, che supera quelli europei, per riaffermare il suo antico valore culturale, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che offrono investimenti impensabili e propongono partnership a chi vuole investire da loro. E il Libano? È un piccolo Paese che però ha un grande patrimonio, la convivialità islamocristiana. “Sarebbe da pazzi smantellare l’unico talento che abbiamo, dobbiamo rinnovarlo, uscendo dagli schematismi tribali e rilanciando uno Stato unitario perché prodotto comune delle nostre diversità”. Altro che cantonalizzazione: a nome di oltre cento intellettuali cristiani di tutte le denominazioni e di tutti i Paesi consegnerà a Leone XIV un documento nel quale tra l’altro si dice: “Nel mondo odierno, dove non esistono più società pure e omogenee, vivere insieme è lo stile di vita che ci permette di testimoniare la nostra fede cristiana all’interno di società eterogenee e aperte. Ci permette anche di realizzare i nostri interessi nelle nostre terre ancestrali. La nostra lotta è diretta verso uno Stato ‘civile’, in grado di garantire i diritti individuali e collettivi a tutti i gruppi interessati, consentendo loro di vivere liberamente e in totale sicurezza, in conformità con le nostre particolarità culturali e religiose”.

Il professor Antoine Courban, docente all’università dei gesuiti, invita a guardare alle scelte di Leone: viene a Beirut per parlare a tutto il Medio Oriente, e parlerà di pace, facendo di Beirut la nuova Antiochia. “L’antica Antiochia non c’è più: piccolo centro insignificante in Turchia, è stata distrutta dal terremoto. Ma i nostri sono patriarchi di Antiochia, competenti per Libano, Siria, Iraq”, dice. Dunque ci invita a vedere il nostro orizzonte, non a chiuderlo in ridotte in cui barricarci. Sarebbe un inizio della rivoluzione di cui parla Mona Fayad.

 

 

Immagine di copertina: due poster pubblicitari che ritraggono Papa Leone XIV alla vigilia del viaggio a Beirut e il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, ucciso da Israele nel settembre del 2024. (Foto di Anwar Amro / AFP)

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