Frattura Riad-Abu Dhabi: in Yemen rischio di una nuova guerra

Il mondo sembra essersi accorto dello Yemen e dell’importanza strategica del Mar Rosso solo allo scoppio della crisi di Gaza, quando gli Houthi hanno cominciato a colpire il traffico mercantile in transito nell’area. Gli eventi che si sono dipanati nel corso dei mesi dimostrano peraltro che gli Houthi sono oramai una realtà radicata nella stessa storia dello Yemen; una realtà che detiene un’area pari a circa un quarto del Paese, che amministra con efficienza il territorio controllato, estrae risorse dai giacimenti disponibili, fabbrica in proprio missili e droni, con una dipendenza minore dalle forniture iraniane, e che continua a indottrinare e a reclutare per accrescere le proprie schiere e per alimentare la sua visione politica. Benché nell’ambito della rete di “resistenza” iraniana, ma con l’orizzonte di una visione propria, gli Houthi hanno potuto dirottare dal Mar Rosso un’ampia parte del traffico navale mercantile, costringendo gli Stati Uniti e l’Europa all’adozione di azioni militari, e hanno potuto negoziare con gli americani la fine dei bombardamenti contro l’astensione da attacchi alle navi statunitensi. La regione controllata dagli Houthi è ormai di fatto un’entità statuale, sebbene non riconosciuta.

Nelle azioni antisraeliane intraprese allo scoppio della crisi di Gaza, si deve leggere non soltanto un “atto dovuto” come alleati dell’Iran, ma anche una dimostrazione di forza e risolutezza e una manifestazione dell’intenzione di essere un attore cruciale, e nelle aspirazioni prevalente, nel futuro dello Yemen, nella regione del Mar Rosso e nelle complicate interrelazioni nelle ormai quasi secolari contese che ruotano attorno alla situazione israelo-palestinese. La crisi di Gaza e la sua proiezione nel Mar Rosso meridionale hanno offerto al movimento una straordinaria opportunità per accrescere e per mostrare le capacità operative di un soggetto come Ansar Allah (dall’arabo “Partigiani di dio”, il nome del movimento degli Houthi), altrimenti confinato in una partita tutto sommato secondaria del complesso mosaico degli equilibri mediorientali.

Le vicende belliche della guerra contro la coalizione a guida saudita e l’operato dei suoi vari protagonisti hanno quindi determinato lo stabilimento di aree di opposta influenza e supremazia sul territorio e sulla popolazione dello Yemen. Si tratta di aree non formalmente né precisamente delimitate, nonché in costante movimento.

La mappa politica dell’attuale Yemen vede il governo internazionalmente riconosciuto posizionato nel governatorato di Hadramout, il più esteso del Paese, situato a est e ricco di petrolio, sede del porto di Mukallah e degli aeroporti internazionali di Seiyun e al-Rayyan; in quello di al-Mahra, il secondo per estensione, situato nell’estremo oriente del territorio yemenita, al confine con l’Oman, dove sono dispiegate anche forze saudite; e in quello di Shabwa, dove è situato l’impianto di liquefazione del gas di Balhaf, una delle risorse economiche più importanti del Paese, occupato dagli Emirati nel 2016 e poi bloccato.

Sono sotto controllo diviso fra governo e Houthi il governatorato di Marib, a 170 chilometri a est di Sana’a, ricco di idrocarburi e per questo conteso per lunghi mesi durante la guerra guerreggiata; la regione di Taiz, a sud-ovest, dove il governo mantiene l’omonimo popoloso capoluogo mentre gli Houthi occupano la città di al-Hawban, più a est, dove sono presenti attività industriali che rendono al gruppo circa il 70 percento delle entrate complessive della provincia.

Gli Houthi controllano i governatorati nord-occidentali, a partire dalla regione di Sa’da, la capitale Sana’a, il governatorato di Dhamar, al centro della parte occidentale del Paese, e il governatorato di Ibb, a sud-ovest; con eccezione di limitati distretti occupati dalle forze governative, detengono anche la strategica costa di Hodeida, con l’omonima città portuale che ne fa lo scalo marittimo più importante del Mar Rosso; controllano infine la maggior parte dei governatorati di al-Jawf, al confine con l’Arabia Saudita, di Hajjah e di al-Bayda.

Emerso con forza dalle vicende belliche, il separatista South Transitional Council (STC), istituito nel 2017 e sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, controlla l’intero governatorato di Aden con il suo porto, che è il principale dello Yemen; rivendica lo strategico arcipelago di Soqotra, a sud-est del Paese, nell’Oceano Indiano, di fatto occupato dagli Emirati; condivide con il governo internazionalmente riconosciuto il governatorato di Abyan; mantiene una presenza militare nei governatorati di al-Dali’ e Lahij, nel sud-ovest dello Yemen. A partire da queste posizioni, e sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, l’STC coltiva l’ambizione di ricostituire l’antico Yemen del Sud.

Evoluzioni come quella descritta non sono da escludere nell’attuale non strutturata partizione, e rischiano di proporre continue riletture della situazione, modificando l’attuale informale tripartizione del Paese imposta dagli esiti della guerra. Se tale tripartizione dovesse tuttavia confermarsi, appare molto probabile che si riproponga lo schema di uno Yemen del Nord governato dagli Houthi e uno Yemen meridionale dove l’istanza separatista finirebbe probabilmente per consolidarsi. Le divise e litigiose forze afferenti al governo internazionalmente riconosciuto, ora guidato da un Consiglio presidenziale – sempre che non finiscano per essere assorbite in un nuovo Stato meridionale – dovrebbero riconoscere la secessione o provare a negoziare una forte autonomia del sud. Difficile, infatti, che possa proporsi una partizione più articolata del Paese, ispirata alla Costituzione federale a suo tempo varata dal Dialogo Nazionale e spazzata via dalla guerra.

Gli Houthi dovrebbero allora confrontarsi con le altre realtà: quelle legate a ciò che resta della componente repubblicana; quelle dell’antico Stato indipendente del Sud; quelle che fanno capo alle diverse identità tribali. Sempre che gli Houthi non si accontentino dei territori ora controllati, e al margine di quelle che saranno le definitive conseguenze della crisi di Gaza o di pragmatiche intese di spartizione, la “guerra per procura” potrebbe rischiare di continuare, magari assumendo altre forme, come guerra civile squisitamente interna.

La generale risistemazione dello Yemen post-bellico continuerà a subire l’influenza di Riad e Abu Dhabi, che intendono trarre qualche vantaggio dall’impegno profuso nella guerra e si sono già in tal senso posizionate con efficacia. Gli Emirati hanno grande influenza sul futuro Yemen meridionale: controllano già i porti di Aden e di Mukallah (quest’ultimo in Hadramout), e hanno imposto un significativo controllo sull’isola di Soqotra, che da paradiso di diversità biologica rischia di diventare un’imponente base logistica e militare che arricchirà l’impero talassocratico che Abu Dhabi sta edificando. Hanno inoltre avviato l’impianto di una base aerea nell’isola di Mayyun, che si trova in pieno stretto di Bab el-Mandeb e costituisce un insediamento strategico del tutto coerente con le finalità emiratine di estendere e consolidare la propria rete di controllo su acque e litorali di cruciale importanza per i traffici e la sicurezza marittima e generale. L’Arabia Saudita, dal canto suo, attuale potente attore ad Al-Mahra, ha consolidato legami di patronato con tribù locali e ha intrapreso importanti progetti di sviluppo presso i porti Al-Ghayda e Nishtun, al fine di crearvi uno sbocco per il proprio petrolio e non dover dipendere dall’attraversamento dello stretto di Hormuz. Se confermato dagli esiti dei processi in corso, e non rivoluzionato dagli ultimi sviluppi, questo posizionamento inciderà sensibilmente sullo Yemen post-bellico. Nel Paese, inoltre, si sono affacciati anche la Turchia e il Qatar, animati dalla rispettiva rivalità con i sauditi e dalle mire “ottomane” di Erdogan, in collegamento con il partito locale al-Islah, sostenuto da Ankara e da Doha. Le tre componenti perseguono condivisi obiettivi di indebolimento di Riad e di creazione nello Yemen di una terza forza fedele alla Turchia e al Qatar.

Se tali mire si realizzassero, si genererebbe un attrito nel sud dello Yemen con gli Emirati, anch’essi interessati al controllo di quelle regioni: la presenza della Turchia sulle sponde yemenite del Mar Rosso, infatti, consentirebbe ad Ankara un potere di controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, considerato anche il posizionamento turco nel Corno d’Africa; controllo che la base emiratina di Mayyun si propone molto probabilmente di contenere.

La descritta situazione, relativamente delineata fino allo scorso dicembre, rischia di essere tuttavia sovvertita da sviluppi recentissimi. Nelle ultime settimane il separatista STC ha eseguito importanti avanzamenti militari nelle regioni dell’Hadramout e di al-Mahra, minacciando l’influenza che Riad esercita in quelle aree. Se quest’azione non sarà risolta in forma negoziale, magari per evitare un delicato confronto per procura fra l’Arabia Saudita, che controlla quelle regioni e sostiene il governo internazionalmente riconosciuto, e gli Emirati Arabi Uniti, forti sostenitori dell’STC, potrebbe scoppiare un nuovo conflitto tra fazioni separatiste e fazioni unitarie, del tutto indipendente dalla questione houti, determinando addirittura una “proxy war” fra le due maggiori potenze del Golfo.

È possibile che questo venga a un certo punto evitato; ma i segnali più recenti non depongono del tutto in tal senso. Fra il 26 e il 30 dicembre 2025, l’Arabia Saudita ha reagito duramente agli avanzamenti dell’STC nelle aree di propria influenza con attacchi aerei che hanno bombardato dapprima un campo militare del movimento separatista, e poi il porto di Mukalla, controllato dagli Emirati, al fine di colpire due cargo partiti dagli stessi Emirati, asseritamente carichi di armi per l’STC. Abu Dhabi ha assunto nella circostanza un basso profilo, ritirando, su intimazione di Riad, le proprie truppe presenti nell’area e proclamando il proprio sostegno alla stabilità dell’area e della stessa Arabia Saudita. Tuttavia, il pesante attrito fra le due maggiori potenze del Golfo era in atto sin dai tempi della guerra contro gli Houti, quando in alcune fasi gli Emirati sostennero, anche militarmente, l’STC contro la stessa coalizione di cui facevano parte, e si manifesta anche in Sudan, dove i due Paesi sostengono fronti opposti (Riad l’esercito regolare sudanese e gli Emirati le Rapid Support Forces, RSF).

Il tentativo dell’STC è quello di ridisegnare uno Yemen del Sud indipendente, coincidente con quella che fu fino al 1990 la Repubblica Democratica e Popolare dello Yemen; obiettivo non scontato, perché la regione dell’Hadramout, che coltiva da sempre a sua volta sentimenti autonomistici basati del resto sulla storia dello Yemen, manifesta resistenze verso quest’ipotesi. L’ambizione degli Emirati, nel sostenere l’STC, è quella di acquisire il controllo delle aree che vanno dal Mar Rosso allo sbocco verso l’Oceano Indiano del Golfo di Aden e che comprendono anche la ricca regione di Hadramout, sede di importanti giacimenti di gas e petrolio. Anche la realizzazione piena di quest’ambizione dovrà scontrarsi con le dette resistenze hadramani e con la ferma intenzione saudita di mantenere il controllo sullo Yemen orientale, per non dover rimanere a mani vuote dopo circa dieci anni di guerra; l’Arabia Saudita, infatti, che non intende riprendere la guerra contro gli Houti, perderebbe così regioni di propria tradizionale influenza, e dovrebbe rinunciare agli auspicati sbocchi petroliferi sulle coste di al-Mahra.

Se tuttavia l’azione dell’STC andasse in porto, lo Yemen rivivrebbe la struttura binaria che ha conosciuto in passato, ma si creerebbero tensioni con l’Arabia Saudita e fra questa e gli Emirati. Diversamente, si potrebbe profilare una coesistenza del Sud con quel che resta dello Stato internazionalmente riconosciuto, ora presieduto dal Consiglio presidenziale (sostenuto da Riad) di cui è presidente l’unitarista Rashed Al Alimi, e vicepresidente il separatista e presidente dell’STC, Aidarous al-Zubeidi; una situazione che si presta a conflitti, ma che può essere foriera di soluzioni negoziali, come per esempio uno Yemen unito, nel campo anti Houti, ma con una forte autonomia del Sud, oppure una formula tripartita come quella ipotizzata più sopra.

Nella complessità delle crisi che attraversano il Medio Oriente, non è facile singolarizzare questo o quel segmento; ma se non si vuole arrivare a conflagrazioni ancora più gravi e devastanti, bisognerebbe proiettarsi su visioni di stabilizzazione globale della regione, e ripartire con importanti percorsi da tempo avviati e interrotti dalle crisi in atto nel mondo (il negoziato per il nucleare iraniano, lo sviluppo dei Piani di Abramo, il consolidamento della normalizzazione di rapporti fra Iran e Arabia Saudita), i quali introdurrebbero significative spinte alla stabilità dell’area e auspicabilmente dello Yemen e del suo intorno marittimo. Sono temi da tempo in discussione che sono stati interrotti da conflitti e tensioni, cui né Cina né Russia sono estranee, e da improvvide decisioni americane; continuano a rimanere sospesi, benché condizionati dagli ultimi eventi, dalle politiche che gli Stati Uniti elaboreranno nel prossimo futuro, dagli inevitabili futuri rivolgimenti al governo di Israele; ma non sono stati del tutto accantonati, e sono potenzialmente suscettibili di esser ripresi.

In queste prospettive, l’atteggiamento degli Stati Uniti potrebbe essere dirimente anche sulla questione del separatismo yemenita. Washington ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale in cambio dell’adesione di Rabat agli Accordi di Abramo, e ha per ora registrato la dichiarazione di al-Zubeidi secondo cui anche uno Yemen del Sud indipendente adotterebbe la stessa misura. Se questo trovasse più formale conferma, e se il Governo degli Stati Uniti lo apprezzasse, si aprirebbero possibili scenari di sostegno statunitense all’istanza separatista.

 

 

Mario Boffo è stato Ambasciatore d’Italia nella Repubblica dello Yemen (2005-2010) e in Arabia Saudita (2013-2016). Nel 2025 per Armando editore è uscito il saggio “Houti. Vengono da lontano, guardano al futuro”.

Immagine di copertina: le forze sostenute dai sauditi nella città di Mukalla. Secondo una fonte militare di AFP, almeno 80 combattenti dell’STC sono stati uccisi negli scontri con le forze sostenute dall’Arabia Saudita e nei bombardamenti dall’inizio del 2 gennaio. (Foto di Afp)

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