Un attacco americano all’Iran
potrebbe ridisegnare lo sciismo globale

Il recente massiccio dispiegamento di forze statunitensi in Medio Oriente e in Europa ha spinto molti esperti a interrogarsi sulla possibilità di un intervento militare in Iran e sulle sue conseguenze a breve e lungo termine. Un’azione che dovesse portare al collasso della Repubblica Islamica aprirebbe scenari politici e religiosi di portata globale. Tale riflessione non appare più un mero esercizio intellettuale alla luce degli eventi bellici del giugno 2025 nel contesto dell’operazione Leone nascente (Rising Lion), con cui le forze israeliane e statunitensi hanno già attaccato militarmente il cuore delle infrastrutture militari e nucleari iraniane. Successivamente, il regime di Teheran ha represso con violenza le imponenti manifestazioni di piazza esplose nel Paese. Quali sarebbero le ripercussioni sistemiche di una nuova operazione mirata, questa volta ai vertici di potere del regime?

Se e come una crisi definitiva possa articolarsi resta ad oggi un’incognita. Dal punto di vista dei rapporti fra diritto e religione, un eventuale collasso del regime potrebbe però portare a una crisi senza precedenti, con ramificazioni globali.

Oggi lo sciismo rappresenta circa il 15-20 per cento dell’Islam globale e quasi la totalità dell’Islam iraniano (circa il 90 per cento della popolazione). Vi sono tuttavia numerosi altri Paesi con un’importante presenza sciita come l’Azerbaijan, l’Iraq, il Bahrein, il Libano, il Kuwait e lo Yemen. Anche in Stati come Pakistan, India e Tajikistan si riscontra la presenza di sciiti. In questo contesto, l’Iran ha aspirato al ruolo di guida del mondo sciita attraverso politiche d’influenza in Libano, tramite Hezbollah, e in Yemen, con il sostegno ai ribelli Houthi. La Siria ha costituito l’hub strategico per la proiezione di Teheran nella regione; tuttavia, il collasso del regime di Assad e la fine del dominio alawita ne hanno compromesso l’egemonia. Non si deve sottovalutare poi la crescente influenza di Teheran nel contesto africano e la presenza di cellule operative di Hezbollah in Venezuela.

La rivoluzione iraniana del 1979 ha rappresentato lo spartiacque del risveglio sciita, favorendo il superamento del nazionalismo arabo in favore di formazioni politiche identitarie. La successiva fusione tra istituzioni e clero ha contribuito a generare una “burocrazia della fede” integrata in maniera capillare nei gangli del potere, soprattutto all’interno degli apparati di sicurezza. Nel caso di una caduta della Repubblica Islamica, questa classe dirigente andrebbe probabilmente incontro a un’epurazione politica e sociale, spingendo il clero verso un ritorno forzato alla dimensione accademica e “quietista”. Privata del supporto materiale e coercitivo dello Stato, quale sarebbe il destino di Qom e della sua complessa architettura istituzionale? Qom non è solo una città santa, ma il cuore pulsante dell’istruzione sciita nel mondo, vero cervello ideologico e religioso della rivoluzione khomeinista.

Si aprirebbe una competizione tra centri religiosi che potrebbe favorire un riavvicinamento alla tradizione dell’irachena Najaf. Distante dal modello gerarchico iraniano, Najaf preserva una produzione del sapere sciita orizzontale, guidata dall’Ayatollah Ali al-Sistani. La sua visione rifiuta il governo teocratico, promuovendo una sovranità di stampo popolare dove il potere religioso non governa, ma agisce come custode dei valori etici e morali. Il modello di al-Sistani si differenzia dall’approccio autoritario di Teheran, che utilizza l’apparato repressivo per plasmare la società. Per al-Sistani, una governance equa non può essere il prodotto della forza, bensì il risultato naturale di una coscienza civile maturata indipendentemente dal controllo statale.

Questo modello, portato avanti nel corso degli anni, sarebbe probabilmente più aderente a una proiezione globale del mondo sciita nel caso di un collasso della Repubblica Islamica in Iran. La natura aperta del modello di al-Sistani e il suo distacco dall’enfasi sul ruolo dell’apparato coercitivo dello Stato lo rendono compatibile con contesti nazionali pluralisti dove lo sciismo convive con altre fedi religiose come in Libano o nello stesso Iraq. Tale impostazione, ad esempio, potrebbe contribuire in maniera sostanziale a rasserenare i rapporti tra sunniti e minoranze sciite nelle monarchie del Golfo, dove gli sciiti sono spesso visti come agenti al servizio di Teheran. Sarebbe invece più difficile per il “modello Najaf” sostituire la rete di formazione ad alto impatto globale che l’Iran ha contribuito a formare con l’obiettivo di esportare la rivoluzione tramite alcune istituzioni, come l’Università internazionale Al-Mustafa, già sanzionata dal dipartimento di Stato americano perché identificata come luogo di formazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Allo stesso tempo, non si può non tenere conto dello scenario che si aprirebbe nel caso di una disputa per la successione dell’anziano Ayatollah di Najaf. La sua eventuale scomparsa, vista l’età avanzata, contribuirebbe a introdurre un’ulteriore variabile nel già complesso scenario.

Il collasso istituzionale di Teheran avrebbe probabilmente come effetto quello di trasformare le pretese di fusione tra religione e politica in uno spettacolare fallimento storico, costringendo il clero di Qom a una revisione identitaria. Il collasso di un’autorità centrale, sostenuta dal monopolio della forza, aprirebbe inevitabilmente a scenari di profonda instabilità. Tuttavia, un simile vuoto di potere offrirebbe l’occasione per ridefinire il ruolo globale dello sciismo, favorendo un nuovo equilibrio tra fede e politica. Questo processo, appunto più adatto a contesti pluralisti, potrebbe trarre linfa dal recupero di intellettuali e teologi modernisti finora marginalizzati dal regime.

Al contempo, non ci si può nascondere rispetto alla possibilità che, con il venir meno del modello centralizzato iraniano, ampia parte delle milizie, prive di guida ideologica e indirizzo politico, possa trasformare il mondo sciita nell’ennesimo esempio di balcanizzazione politico-religiosa, aumentando il rischio di conflitti intestini per il controllo di risorse e santuari. In definitiva, al netto di evoluzioni che nessuno a oggi è in grado di prevedere con precisione, l’eventuale collasso della Repubblica Islamica andrebbe probabilmente a incidere su una questione centrale dei rapporti tra religione e politica (non solo in Iran): il problema della “statalizzazione” della fede religiosa. Tra gli scenari possibili, l’eventuale ritorno a un’influenza sempre maggiore di Najaf potrebbe contribuire a liberare il pluralismo insito nel mondo religioso, e in particolare in quello musulmano, con un maggiore radicamento nei diversi contesti nazionali. Ne potrebbe risultare una fede rinvigorita e più in grado di affrontare le sfide della modernità pur tra mille difficoltà.

 

 

Immagine di copertina: il Santuario di Fatima bint Musa a Qom. (Foto di Behrouz MEHRI / AFP)

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