Siria, l’accordo che mette in salvo
i curdi e archivia il Rojava

Il miliardario di origini libanesi Tom Barrack, inviato speciale della Casa Bianca per Turchia e Siria – un’area di competenza di per sé indicativa, viste le mire di influenza diretta di Ankara su Damasco – ha affermato di recente che il Medio Oriente, plasmato dalle potenze coloniali europee un secolo fa, da allora non ha conosciuto un giorno di pace. Un giudizio difficilmente discutibile. Poi, dopo il tracollo del Rojava, l’esperimento di autonomia della Siria nord-orientale sotto guida curda – con supervisione e sostegno tattico americano in funzione anti-Isis durante il regime di Assad – Barrack ha aggiunto: “Penso che tutti questi confini risalgano all’accordo Sykes-Picot, all’accordo di Sèvres, a tutti i confini falliti. È giunto il momento di ridefinirli e raggiungere un accordo”. Anche qui le sue ragioni appaiono evidenti. Tuttavia, il trattato di Sèvres, che riconosceva il Kurdistan, non è mai entrato in vigore: sopravvive nei sogni dei miliziani curdi, mentre sul campo vige quanto stabilito a Losanna, cioè la spartizione delle aree rivendicate dai curdi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

Ma, detto questo, c’è qualcosa da rimpiangere di quello che è stato il Rojava? C’è qualcosa da celebrare nella crescente unità nazionale siriana sotto la guida di Ahmed al-Sharaa? Ora che la fine del Rojava è certificata e che l’esercito di al-Sharaa ha vinto e i curdi si sono salvati firmando un accordo con Damasco che toglie loro l’autonomia amministrativa ma li integra nell’esercito nazionale ed evita un massacro di civili curdi, le due domande non possono essere divise. Per provare a rispondere occorre partire da un antefatto: più si parla di minoranze etniche e/o religiose da tutelare, più si sancisce che esiste una maggioranza etnica e/o religiosa; un dato però, in genere, più politico che statistico.

Dopo un secolo di colonialismo e post-colonialismo la pace di Augusta non è entrata nei radar del Medio Oriente: è questo il nodo colto da Barrack. Qui si colloca infatti il punto debole sia dell’esperimento del Rojava – che pure ha coinvolto popolazioni di etnie e religioni diverse, ma è stato guidato in modo assolutistico dai soli curdi, o meglio dal Pkk – sia della nuova Siria di al-Sharaa, a sua volta governata con analogo assolutismo da un potere di fatto monocolore, sul piano etnico e confessionale, con familiari di al-Sharaa insediati negli snodi nevralgici dell’amministrazione e del controllo territoriale. Proprio come accadeva con la dinastia degli Assad. L’unico ad aver intuito per tempo l’esito di questo percorso è stato Abdullah Öcalan, che ha abbandonato la lotta armata in cambio di garanzie civili per i diritti curdi. Vedremo cosa potrebbe ottenere in Turchia, ma in Siria non è stato capito.

Per cogliere il discorso di Barrack e perché la Siria, come i Paesi limitrofi, sia e resti uno Stato fratturato, in cui l’unico problema sembra essere individuare chi possa garantire a questi territori la “propria” stabilità, occorre risalire alla fine dell’Impero ottomano. Si tratta della conclusione di un’epoca politicamente depressiva per gli arabi, che avevano sperato fosse anche l’ultima stagione coloniale della loro storia.

In quella fase finale si tentarono strade nuove, basterà soffermarsi sull’introduzione dell’idea di “nazione”. Vocabolo prima sconosciuto, fu tradotto all’inizio con il termine usato per indicare le comunità di fede. I nazionalisti arabi, soprattutto da Beirut, corressero presto questa impostazione, sostenendo che il loro nazionalismo voleva avvicinarsi al senso europeo del termine: la sovranità appartiene al popolo e i diritti spettano a tutti i cittadini. Quando però le grandi potenze europee tracciarono sulla sabbia confini funzionali ai propri interessi spartitori, avviando l’impresa coloniale, l’impressione di un tradimento europeo fu forte. Il Patto Sykes-Picot si prese cura di dividere gli arabi; il trattato di Losanna i curdi, sottraendo loro nel 1923 quanto era stato riconosciuto appena tre anni prima e dividendoli tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Da allora, i curdi si sono trovati in conflitto con i vari governi nazionali e quindi in astio tra di loro.

Chi ha dato il via al nuovo sistema di governo sono stati gli europei, forse in primis i francesi. Nei primi anni Venti del secolo scorso questi presero il controllo dei palazzi del potere di Damasco. Quando il generale Henri Gouraud si insediò a Damasco, il suo segretario, il diplomatico e visconte Robert de Caix de Saint‑Aymour, gli disse – secondo la ricostruzione storica di Peter Shambrook – che a suo avviso esistevano solo due opzioni: “Costruire una nazione siriana che non esiste, ammorbidendo le profonde frizioni che la attraversano, o coltivare questo fenomeno [tali divisioni, Ndr], il che richiede il nostro arbitrato. Devo dirle che la seconda opzione è la sola che mi interessi”.

Approfondire le fratture confessionali o etniche per governare: in altre parole, divide et impera. Da allora questo è stato il metodo di governo, soprattutto in quel Levante che faceva della complessità etnica e religiosa la propria cifra identitaria, rendendo il cosmopolitismo un tratto irrinunciabile. Sono dunque nati, e presto falliti, Stati mai divenuti tali proprio perché il loro sistema di governo negava ogni complessità. Chi li ha governati ha sempre seguito la ricetta di Robert de Caix de Saint‑Aymour, appoggiandosi di volta in volta a una base tribale e/o confessionale. È stato così con i “laici” Assad in Siria e Saddam Hussein in Iraq.

Combattuti ferocemente da tutti, i curdi hanno trovato una prima ampia autonomia in Iraq dall’acerrimo nemico Saddam, anni dopo la famosa strage chimica di Halabja nel 1988. Il loro leader Massoud Barzani, che non poteva fidarsi di Baghdad, è diventato amico dei turchi benché fossero in guerra con i curdi della Turchia. E va ancora così. Perseguitati da Assad, i curdi siriani hanno avuto un destino diverso: Hafez al-Assad ospitò Öcalan e i leader del Pkk incoraggiandone l’attività contro la Turchia. Ma i curdi di Siria sono rimasti discriminati fino alla fine del regime. Da allora non c’è stata una vera leadership laica, ma militare, in larga parte ancora legata alla vecchia guardia del Pkk e ostile al nuovo corso proposto da Öcalan. E così arriviamo all’oggi, che comincia con l’Isis e chiama in ballo tutti gli odierni protagonisti.

La politica genocidiaria dell’Isis obbligò i curdi a difendersi, trovando il sostegno tattico degli Stati Uniti. Sebbene tattico fu un fatto meritorio, che ha esteso il controllo curdo su territori strategici e ricchi di risorse del suolo e del sottosuolo e soprattutto abitati da non curdi. Nei fatti la costruzione della Siria del Nord-Est ha sottomesso ai curdi grandi città arabe come Raqqa e Deir ez Zoor, nonché di campi petroliferi, dighe e vaste zone agricole fondamentali per l’economia siriana.

Yassin Suweiha ha pubblicato su al-Jumhuriya un articolo illuminante, che non è sfuggito al collega Lorenzo Trombetta, di Limes, che lo ha tradotto e rilanciato in Italia. “Nonostante la legittimità della guerra contro l’Isis e nonostante gli abitanti di Raqqa furono la materia prima su cui l’organizzazione esercitò la sua perizia nell’uccidere, torturare e mutilare i cadaveri, gli abitanti di Raqqa furono privati dello status di partner in quella guerra – scrive Suweiha – e nell’estate del 2017 furono trattati, insieme alla loro città, come nemici. La maggior parte di Raqqa fu distrutta. E migliaia di persone, tra abitanti della città e delle campagne vicine, furono uccise in bombardamenti che non tennero conto della necessità di proteggere i civili”.

Qui entrano nel racconto le forze militari curde, le Forze democratiche siriane (Sdf). Scrive ancora Suweiha: “Hanno investito nel collasso sociale di una città già ferita per approfondirlo ulteriormente. Sotto titoli scintillanti, presi in prestito dalle retoriche postmoderne e dalle più recenti teorizzazioni di Öcalan, un’organizzazione stalinista e repressiva ha governato la città esercitando una vera e propria eliminazione politica dei suoi abitanti, rinchiudendoli in una non-soggettività silenziosa e passiva, concentrata solo nella ricerca dei mezzi di sussistenza”. Tutto questo avrà favorito i gruppi più retrivi della società araba, le milizie tribali e filogovernative. Ma se le città arabe hanno salutato con soddisfazione la fine del Rojava, ciò va ascritto allo stalinismo operativo delle Sdf; il sogno di un esperimento di decentramento pluralista nel Rojava non ha trovato il modo di diventare realtà. Il sollievo dei non curdi per la fine del Rojava potrebbe però durare poco. Arriva ora anche lì la shock therapy liberista di al-Sharaa, che per finanziare la ricostruzione della rete elettrica ha aumentato in modo incredibile le tariffe. Durante una manifestazione di protesta a Damasco un uomo ha mostrato che il suo salario, pari a 70 dollari, è inferiore alla sola bolletta elettrica, che prima era di 2 dollari, ora di 72.

Era chiaro che la Turchia, sostenendo al-Sharaa, avesse un disegno. Prendere un jihadista, armarlo e condurlo fino a Damasco, con il consenso statunitense e russo, serviva ad Ankara per diventare il vero perno del nuovo equilibrio siriano, innescando un effetto domino sull’intero Paese. I massacri delle minoranze considerate eretiche dal sunnismo integralista e suprematista da cui proviene al-Sharaa, quelli degli alawiti e dei drusi, hanno inaugurato il nuovo ordine. Poi è stato il turno dei curdi.

Quando la vittoria di al-Sharaa oltre a recuperare i territori non curdi e le ricchezze del sottosuolo siriano ha messo in pericolo anche le città curde, sembrava che fosse inevitabile lo scontro armato, con il rischio di nuovi massacri. Solo all’ultimo minuto è arrivato l’annuncio dell’accordo sul destino delle truppe e dei territori ancestrali curdi. Come previsto, è stata accettata la partecipazione curda all’esercito nazionale: sebbene privo di dettagli, il nuovo accordo annunciato il 30 gennaio 2026 ha dunque salvato i curdi, con Damasco che acconsente alla formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Sdf e inserite nell’esercito nazionale. Inoltre, le Sdf manterranno una brigata separata per la città di confine di Kobane, che è stata assediata dalle forze governative siriane per più di una settimana. A loro volta, le forze di sicurezza collegate al ministero dell’Interno entreranno nelle città curde di al-Hasakah e Qamishli. L’accordo è ancora privo di importanti dettagli, ed è stato raggiunto dopo l’intervento personale di Trump su al-Sharaa. Se questo accordo, ultimo di una lunga serie, reggerà si vedrà. Ma che la milizia curda dovesse confluire nell’esercito siriano si era capito da quando al-Sharaa, l’11 novembre 2025, è stato ricevuto alla Casa Bianca ed è entrato nella coalizione internazionale anti-Isis: era chiaro che il lavoro anti-Isis lo avrebbe fatto lui, l’ex jihadista, e quindi che il peso tattico dei curdi era svanito. Subito dopo questo cambio di alleanza molti prigionieri eccellenti dell’Isis sono stati trasferiti dagli americani in Iraq prima che i curdi perdessero il controllo delle zone dove li detenevano da anni.

Di certo il nuovo soggetto forte è la Turchia, che dà la “sua” stabilità a tutta l’area, contando anche sull’amicizia del curdo iracheno Masoud Barzani, ma non del rivale curdo Jalal Talabani, “titolare” dell’altro versante di territorio curdo iracheno, che confina con l’Iran. E per Ankara ridurre le milizie curde al confine tra Siria e Turchia è essenziale non solo per la “sicurezza”, ma anche per sperare di poter far tornare rapidamente in Siria molti rifugiati siriani. A quel punto un accordo con i curdi di Turchia, tra Erdogan e Öcalan in una Turchia rinnovata, potrebbe essere considerato. Ed Erdogan ha bisogno di voti curdi per le prossime elezioni.

Questa visione, sebbene anche Barrack abbia parlato con la vecchia retorica comunitaria della Siria come “mosaico”, distingue Washington da Israele, che per la sua sicurezza preferisce piccole entità in qualche modo autonome, come curdi e drusi. L’idea di un esercito turco-siriano ai propri confini non può essere apprezzata. Al riguardo gli Stati Uniti lavoreranno con la fantasia sui territori, offrendo garanzie per ridurre le distanze tra le parti.

C’è un’altra strada? Sì, è quella esposta nel Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal rettore dell’università islamica di al-Azhar, Ahmed al Tayeb, e che pone al centro di tutti gli Stati la cittadinanza, ponendo termine alla storia delle minoranze (e maggioranze) etniche o religiose. Un testo che indica il futuro e che di fatto riscopre la natura del nuovo Levante, cosmopolita, plurale come l’antico Impero dei Romani d’Oriente, non, come scriviamo noi, Impero Romano d’Oriente.

 

 

Immagine di copertina: le forze curde tengono la postazione mentre quelle di sicurezza interna del governo siriano entrano nella città di Hasakeh il 2 febbraio 2026. (Foto di Delil Souleiman / AFP)

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