Il caso Regeni e le responsabilità
della comunità accademica

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Ripubblichiamo la lettera di Marina Calloni – professoressa di Filosofia politica e sociale all’Università di Milano-Bicocca – uscita sul blog del Corriere della Sera il 10 marzo 2016. L’autrice si interroga sulle responsabilità di ricercatori e docenti nel tragico caso di Giulio Regeni.

Attraverso un appello online, la docente invita la comunità accademica a riflettere sui propri cardini deontologici, etici e scientifici. «Come possiamo aumentare il livello di sicurezza di giovani ricercatori che supervisioniamo? Si possono forse predisporre pratiche di valutazione del rischio, in forma di sicurezza preventiva e monitorata».

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La verità sulla morte di Giulio Regeni, sui suoi mandanti e sugli esecutori materiali che ne hanno straziato il corpo, sembra essere ancora lontana dall’essere raggiunta. Informative egiziane rimandano a complotti interni al regime o ad atti compiuti da oppositori islamici; fonti anglo-americane ritengono che nell’attacco alla libertà di ricerca vi sia un’aggressione contro di loro; indagini italiane intendono il delitto come un segnale atto a bloccare lo sviluppo di trattative economiche. Tutte queste ipotesi sono verosimili, anche se non dimostrate, forse perché sono tutte vere nel loro insieme.

Un’altra verità che cerchiamo consta forse nell’interrogarsi su quali possano essere le nostre responsabilità in qualità di ricercatori e docenti, non solo in questo tragico caso, ma più in generale in altri casi simili.

I molteplici appelli che si sono susseguiti a livello italiano e internazionale subito dopo la morte di Regeni, chiedono naturalmente verità e giustizia, riconfermando il diritto alla libertà di pensiero, manifestazione e movimento. Ma oltre a questi comprensibili appelli, ritengo giusto che la comunità accademica colga l’occasione per riflettere sui propri cardini deontologici, etici e scientifici.

Due sono le principali reazioni che possono essere scorte nei molteplici appelli sottoscritti e pubblicati in rete.

Da una parte vi è la reazione di giovani ricercatori (dottorandi, assegnisti, borsisti) che da subito si sono identificati con Regeni, una persona della loro stessa età, con le loro stesse aspettative, con la passione per le indagini sul campo e l’interesse a mettere in luce ciò che non è stato ancora detto, grazie a un’osservazione partecipata. Il sentimento che ne deriva è di vulnerabile precarietà e insieme di preoccupazione per le mancate opportunità in patria e per l’indifferenza verso chi lavora in luoghi non protetti.

Dall’altra parte, vi è la domanda di come noi docenti e supervisori di ricerche possiamo continuare a insegnare i principi dell’autonomia e della metodologia scientifica, in cui crediamo, pur individuando possibili rischi. Quel che insegniamo è la necessità di stare accanto all’oggetto di studio anche in situazioni complesse, di non demordere dall’analisi rigorosa delle fonti, di avere il coraggio di sostenere il proprio punto di vista. Ma forse non possiamo ignorare l’esistenza di possibili pericoli, talvolta ipotizzabili, altre volte imprevedibili. La domanda che pongo è: come possiamo aumentare il livello di sicurezza, seppure a distanza, di giovani ricercatori che supervisioniamo, nel rispetto della loro autonomia decisionale, quali persone adulte e responsabili?

È vero che non può esserci un’immediata identificazione fra la ricerca condotta da giovani ricercatori e le responsabilità dirette che i loro supervisori possono avere in casi tragici, come quello di Regeni. Si possono però forse predisporre pratiche di valutazione del rischio, in forma di sicurezza preventiva e monitorata.

La questione mi tocca da vicino, poiché mi occupo di difesa e violazione dei diritti umani. Ho quindi spesso a che fare con studenti attivisti o desiderosi di misurarsi in situazioni complesse. Un processo continuo di «valutazione del rischio» diventa fondamentale per chi svolge ricerche delicate e per chi le segue, prevedendo diverse strategie di uscita in casi problematici. Si tratta di un processo di consapevolizzazione e di allerta prima della partenza e durante il soggiorno, attraverso contatti costanti e un uso mirato del web.

Un accorgimento che ha spesso funzionato, per esempio, è stato quello di pianificare ricerche che prevedessero la partecipazione di almeno un uomo e una donna, tali da poter valutare – a partire da prospettive e sensibilità diverse, ma complementari – contesti rischiosi, evitando di assumere atteggiamenti che potrebbero creare sospetti, misconoscendo il ruolo e i compiti dei ricercatori. Un altro accorgimento può consistere nel far rientrare i ricercatori in attività condotte da associazioni non governative o in interventi di cooperazione internazionale, tale da avere una più ampia protezione di gruppo. Fondamentale è inoltre individuare a diverso titolo persone di riferimento e di appoggio in loco, che possano aiutare a gestire situazioni pericolose.

Le università potrebbero predisporsi per contattare le rappresentanze diplomatiche locali, qualora sulla base di segnalazioni emerga che i ricercatori sono potenzialmente o realmente in pericolo, a causa di eventi anomali, quali minacce, pedinamenti, perlustrazioni o altro. In questi casi è necessario intervenire con procedure sistematiche da predisporre, chiedendo la difesa consolare, attivando reti di protezione alternative o altri tipi d’intervento, in un quadro di certezza operativa e non di estemporaneità.

Bisogna tener conto, tuttavia, come sanno bene i corrispondenti di guerra, che nella lotta tra fronti opposti che si scontrano in zone grigie e ambigue, il rischio non è mai pienamente valutabile o ipotizzabile, per cui sarà ineliminabile un elemento residuo di imprevedibilità.

In conclusione, non sarà stata inutile la morte di Giulio Regeni se riuscirà a indurre noi, ricercatori e accademici, a riflettere in modo approfondo e serio sui compiti scientifici e le responsabilità etiche che la nostra professione comporta.

Marina Calloni: professoressa di Filosofia politica e sociale all’Università di Milano-Bicocca.

L’appello è sottoscrivibile a questo link 

Vai a www.resetdoc.org

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