Dove va la Turchia di Erdogan dopo Gezi Park? Parla un attivista

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Libertà, uguaglianza delle opportunità, difesa dei beni collettivi: la Turchia ha trovato i suoi ideali. In un colpo solo il paese a cavallo tra occidente e oriente ha vissuto la sua “primavera” e il suo movimento Occupy. Erdogan e dieci anni di politiche controverse sono state al centro della protesta che a partire dallo scorso maggio ha infiammato Istanbul e tutta l’Anatolia. In piazza una generazione intera: è la generazione Y. Umuth Turk, 26 anni, neo-laureato dell’università Statale di Milano, è tornato nel suo paese per dare il suo contributo alla mobilitazione. Vive in Italia da quattro anni, tra Pisa e Milano, e ha sviluppato uno pensiero critico rispetto al suo paese, ma anche riguardo alle logiche neo-liberali nate in occidente. Lo abbiamo intervistato per capire meglio quali siano le forze propulsive della protesta in Turchia. Ci ha parlato del contesto sociale e mediatico che contraddistingue la Turchia oggigiorno, degli obiettivi raggiunti e della strada che il movimento deve ancora percorrere.

Umuth, quali sono gli obiettivi che siete riusciti a raggiungere fino a ora?

Grazie alle mobilitazioni che hanno scosso la Turchia siamo riusciti a raggiungere un primo obiettivo fondamentale: d’ora in poi i cittadini non staranno più solo a guardare cosa succede in politica, ma reagiranno! Le persone hanno compreso la forza politica che può esercitare un movimento di massa. La gente di questo paese ha utilizzato uno strumento democratico relativamente nuovo: l’opposizione che si esercita dal di fuori delle istituzioni, quella che prende vita nelle strade e nelle piazze.

Quali sono le principali forze politiche che sono scese in campo durante la mobilitazione?

Ci sono diverse realtà che si sono unite nella protesta: i gruppi politici socialisti, i sindacati, i movimenti LGBT, le associazioni di studentesche universitarie e i partiti di opposizione.

Quale è l’età media dei manifestanti?

A dire il vero è un interrogativo che guida le principali ricerche sociali sul movimento. In maniera molto generale la gente in piazza è stata ribattezzata come generazione “Y”: i nati tra il 1989 e il 1999.

Quale è il nucleo concettuale della protesta? La difesa dei beni pubblici o la ricerca di maggiore libertà individuale?

Entrambe, ma non solo. Una certa sensibilità ecologica, chiamata in causa dalla demolizione del Taksim Gezi Parki, ha dato il via alle proteste, ma esiste una ragione a monte che ha spinto migliaia di persone a scendere in piazza: l’insoddisfazione delle persone rispetto alle azioni del governo durante gli ultimi dieci anni. Certo, principi come la libertà individuale, la libertà di stampa e di opinione, la conservazione dei beni collettivi erano tutti al centro del dibattito, ma è difficile trovare un’unica chiave interpretativa. La mia opinione è che parte del movimento e dell’opposizione combattano contro le politiche neo-liberali del governo, ma non posso dire che ci sia una tendenza organica della protesta. La maggior parte delle persone che sono scese in piazza si sono mobilitate autonomamente: di volta in volta, la gente ha reagito a precise misure adottate dal governo, per esempio: la nuova disciplina della produzione e del consumo di alcool, l’incarcerazione di giornalisti, le decisioni arbitrarie del governo riguardo al sistema educativo, la tendenza di distruggere luoghi di significato storico e sociale.

Perché credi che, in parte, la protesta possa essere definita come anti neo-liberale?

Perché le politiche adottate dal governo sono state di tale natura in qualsiasi campo di azione. Concretamente ciò significa lo sfruttamento delle risorse umane e naturali in favore dell’instaurazione o del mantenimento di logiche di mercato : Taksim Gezi Parki è il miglior esempio, ma non l’unico. In questo senso, la protesta può essere paragonata alle proteste anti-G8 e al movimento Occupy Wall Street.

Gli eventi in Turchia possono essere compresi nel fenomeno delle primavere arabe?

La comparazione tra la mobilitazione in Turchia e le “Primavere Arabe” merita attenzione, ma credo sia troppo presto per poter dare una risposta a questo interrogativo.

Quale è stato il comportamento della televisione turca durante le manifestazioni?

Nei primi giorni i media nazionali sono stati completamente muti riguardo agli incidenti di Taksim Gezi Parki. Per dare un’idea, la Cnn turca ha mandato in onda documentario naturalistico sui pinguini per tutta la notte del primo giorno di scontri. La gente ha avuto notizie riguardo alle violenza da parte della polizia soprattutto tramite i social media. Nei primi giorni questi ultimi sono stati l’unica fonte di informazione. Il governo ha dovuto affrontare la realtà di migliaia di cittadini diventati ‘reporter’ grazie ai loro telefoni e computer.

Hai avuto modo di vedere come i media occidentali hanno monitorato la protesta in Turchia?

Sì. Nei primi giorni i media internazionali sono stati la risorsa di informazioni più accurata. La Cnn per esempio ha seguito le proteste in maniera estensiva. Anche i media italiani hanno svolto un buon lavoro in questo senso.

Credi che le ragioni della protesta siano state riportate in maniera trasparente?

I report sono stati trasparenti e hanno dato supporto alle persone che stavano occupando Taksim Gezi Parki. I media occidentali hanno svolto anche un ruolo importante nel criticare i media nazionali turchi. Il loro lavoro è stato importante ai fini del successo della protesta. La cosa più importante è che grazie alla copertura da parte dei media occidentali è divenuta più palpabile una certa tensione tra il mondo occidentale e il governo di Erdogan, che probabilmente ha cominciato a sentirsi il fiato sul collo.

Un rapporto, quello tra Turchia e occidente, che si è incrinato solo di recente a dire il vero…

Sì, infatti va ricordato che i media, gli intellettuali e i governi occidentali hanno sempre appoggiato Erdogan da quando è diventato presidente. In effetti è stato soltanto a causa dell’atteggiamento aggressivo del governo nei confronti i manifestanti, a causa della violenza messa in campo tramite il corpo della polizia, che i governi occidentali hanno dovuto riconsiderare i loro rapporti con il governo turco.

Quale è il modello ideale di società che vorreste vedere realizzato in Turchia?

Nessuna persona coinvolta nelle mobilitazioni potrebbe rispondere a questa domanda con una precisa definizione dato che la protesta non si rivolge contro il sistema politico in quanto tale. Io credo che sia importante sottolineare come, oggigiorno, in Turchia, tutti quanti si sentano considerati individualmente, piuttosto che collettivamente, come parte “altra” da parte del governo: da un lato c’è la tendenza a discriminare secondo l’orientamento sessuale e, in maniera più generale, secondo le scelte individuali e private che non sono conformiste. Dall’altro, in Turchia, è all’opera una dinamica di conflitto di classe: in gioco c’è l’uguaglianza di opportunità di vita materiali. Quello che vogliamo è una democrazia reale che comprenda sia libertà individuale che uguaglianza delle opportunità per tutti.

Umuth Turk comunicato stampa Gezi Park

Vai a www.resetdoc.org

Nella foto: Umuth Turk

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