Regioni, comuni, province: i tagli del governo

Il Sole 24 Ore: “Start up e digitale per la crescita. Sì al decreto sviluppo bis: sgravi fiscali per le infrastrutture. Copertura da bollette e ‘tassa Ryanair’. Monti: trasformiamo l’Italia”. La tassa Ryanair sarebbe sul modello di quella già applicata in Francia: la compagnia irlandese paga oggi aliquote più basse, quelle del suo Paese di origine, irlandesi anche per i suoi lavoratori stabilmente basati in Italia, avvalendosi di una direttiva sui lavoratori mobili. Le aliquote contributive sono del 12 per cento, contro il 37 per cento in Italia.

 

La Repubblica: “Sindaci e regioni, la scure di Monti. Il governo vara le misure per abbattere i costi della politica e il decreto sviluppo. Il Professore: non escludo un percorso per ridurre le tasse”. “Il premier: scandali e festini inqualificabili, i cittadini sono indignati”. A centro pagina: “Sorpresa Romney, Obama perde il primo duello tv”. Di spalla: “Turchia-Siria, chi cammina sull’orlo del cratere”.

 

Il Corriere della Sera: “Niente fondi a chi non taglia. Monti: cittadini indignati e sgomenti per gli scandali”. A centro pagina: “Aiuti alle nuove imprese: 200 milioni di risorse e 4 anni di lavoro flessibile”. “Nel decreto sviluppo, innovazione e agenda digitale”.

 

La Stampa: “Monti: politica inqualificabile. ‘Basta con gli scandali, creano danni incalcolabili all’immagine del Paese’. Ok del Consiglio dei Ministri al decreto taglia-spese: controlli preventivi della Corte dei conti sugli enti locali”. In alto: “Turchia-Siria, Erdogan frena, la tensione resta”.

 

Libero: “Un impegno sobrio: meno tasse per tutti”.

 

L’Unità: “Tobin tax, il governo resiste”. “Sprechi, stretta su Regioni e Comuni”.

 

Il Fatto quotidiano riprende una intercettazione trasmessa ieri dal programma Piazza Pulita: “’Ho sistemato la signora Grilli’. Monti: ‘Basta con l’Italia degli scandali’, e annuncia l’approvazione del decreto taglia sprechi degli enti locali. Purtroppo a ‘Piazza Pulita va in onda l’intercettazione tra il presidente di Finmeccanica Orsi e l’ex presidente Ior Gotti Tedeschi, dove si parla di favori e possibili ‘ricatti’. Il ministro dell’Economia ha già smentito. Ma il 16 ottobre tocca a lui decidere il futuro del colosso di Stato”.

 

Il Giornale apre con il titolo: “Berlusconi lascia il Pdl. Gli ultimi scandali delle Regioni hanno offuscato l’immagine del partito: così non ha più futuro. Il Cavaliere ha capito che è arrivato il momento di rifondare tutto. E’ una sfida che può vincere”. In evidenza in prima pagina un articolo su Monti: “Un Prof da 32 mila euro al mese”. Ieri il sito Dagospia ha fatto i “conti in tasca” al premier, che incasserebbe ogni mese quella cifra.

 

Governo

 

Una pagina del Sole 24 Ore è dedicata alle misure previste per le nuove imprese cosiddette “start up” tricolori, sulle quali il ministro dello Sviluppo Passera punta molto. L’obiettivo è quello di creare un “ecosistema favorevole”. I criteri che circoscrivono la platea delle imprese ammissibili: dovranno avere meno di 4 anni di attività, un fatturato inferiore a 5 milioni e nessuna distribuzioni di utili. Dovranno provare il loro pedigree innovativo: spendendo almeno il 30 per cento in ricerca e sviluppo o impiegando, almeno per un terzo della forza lavoro, ricercatori, dottori o dottorandi. In alternativa si potrà dimostrare di essere titolari o licenziatari di un brevetto. Appena conquistato questo bollino di start up innovativa, la nuova impresa potrà accedere ad agevolazioni e semplificazioni: esonero dalle spese per l’iscrizione al registro delle imprese, possibilità di remunerare amministratori, dipendenti ed amministratori, quote e titoli, diritti, opzioni o strumenti finanziari. Con l’incentivo in più che in questo caso il reddito di lavoro non concorrerà alla formazione del reddito imponibile. Poi gli sconti fiscali: detrazione Irpef al 19 per cento per un triennio, della somma investita dal singolo contribuente nel capitale sociale di una o più start up. Viene prevista anche l’introduzione del contratto tipico: sarò possibile assumere con contratti a tempo determinato per una durata fino a 3 anni, e potranno essere rinnovati più volte anche senza soluzione di continuità. Sarà possibile dopo i 36 mesi un ulteriore rinnov di un anno, senza pagare il contributo addizionale del 1,4 per cento per finanziare l’Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego istituita dal Ministro Fornero. La parte variabile dello stipendio potrà essere pagata anche con quote della società (stock option).

 

Un altro decreto varato ieri dall’Esecutivo è quello sugli enti locali. Il Sole spiega la “dieta” prescritta ai costi della politica regionale, con un decreto sugli enti in dissesto approvato dopo un lungo dibattito in Consiglio dei Ministri. Il decreto legge interviene innanzitutto sulle “poltrone”, richiamando il taglio del 30 per cento di consiglieri e assessori imposto dalla manovra di Ferragosto 2011 (governo Berlusconi), ma disatteso quasi ovunque. Chi non si è adeguato dovrà farlo entro il 30 novembre o entro 6 mesi se servono modifiche statutarie. In caso contrario perderà il 30 per cento di trasferimenti erariali (eccezion fatta per il trasporto pubblico locale) e il 5 per cento dei trasferimenti sulla sanità. Se questo non basterà si attiverà una procedura di scioglimento. Se i governatori regionali sono anche commissari straordinari della sanità, la carica verrà assunta dall’Esecutivo. Per quel che riguarda i fondi ai gruppi politici consiliari: andranno ridotti del 50 per cento rispetto al livello fissato dalla Regione più virtuosa, che sarà individuata dalla conferenza delle regioni di ottobre. Non potranno godere di fondi pubblici i monogruppi formatisi durante la legislatura, mentre potranno percepirli se hanno un solo componente fin dalla nascita. Sul fronte della trasparenza, si stabilisce che gli stipendi di presidente, consigliere e assessori andranno diffusi via web insieme all’intera situazione patrimoniale e reddituale: tale misura riguarderà anche comuni e province. Il decreto sancisce la gratuità della partecipazione alle commissioni permanenti ed i gettoni di presenza non supereranno i trenta euro. Vitalizio: ci vorranno due legislature (dieci anni) e si potrà incassare solo a partire dai 66 anni di età. Le misure previste dall’Esecutivo avrebbero incassato anche il via libera dai Governatori. Per Il Sole 24 Ore è “corposo” il pacchetto sui controlli della Corte dei conti. Sarà un controllo preventivo di legittimità sugli atti fondamentali della gestione regionale, compresa la sanità.

Scrive La Stampa che i governatori dovranno accettare il ruolo di “sorvegliati speciali”, perché d’ora in poi la Corte dei conti, oltre ad effettuare un controllo preventivo, opererà un controllo semestrale sulla copertura finanziaria di tutte le leggi. Lo stesso quotidiano ricorda che molte di queste norme erano state previste da una legge finanziaria di Tremonti, a cui la stragrande maggioranza delle Regioni reagì impugnandola davanti alla Corte Costituzionale.

 

Il Corriere della Sera spiega che sindaci, presidenti di Provincia o Regione responsabili di dissesti finanziari non si potranno candidare per dieci anni e dovranno pagare mega-multe. Sarà la Corte dei conti ad imporre una sanzione da cinque a venti volte la retribuzione percepita al momento della violazione.

Il controllo preventivo di legittimità, spiega La Stampa, sarà affidato alla Corte dei conti ma anche alla Guardia di Finanza. I comuni emiliani colpiti dal sisma saranno esentati dai tagli previsti dalla spending review fino al 2013.

 

Libero scrive che si sceglie “più centralismo” e che per questa via saranno “commissariati anche i virtuosi”. Si rovinerà anche quel poco di buono della autonomia che si era conquistato in questi anni: “Perché dobbiamo dirlo che c’è differenza tra la sanità veneta e quella campana”. Eppure con il provvedimento di urgenza di Palazzo Chigi, “si torerà indietro di 40 anni, con il rafforzamento di poteri di controllo della Corte dei conti”. Il che vuol dire che per sistemare un ospedale o sistemare una strada bisognerà passare dalla Corte dei conti, che potrà avvalersi, peraltro, della Guardia di Finanza: “la militarizzazione insomma dell’Amministrazione, uno Stato di polizia fiscale”.

Il Sole 24 Ore intervista il ministro per i rapporti con il Parlamento Piero Giarda che, come ricorda il quotidiano, segue da anni il confuso evolvere del confuso federalismo in salsa italiana. Dice che il sistema attuale, “costruito dal centrosinistra” (riferimento alla riforma del Titolo V), e avallato da otto anni di governo della destra, mette insieme l’autonomia finaziaria, i livelli essenziali uniformi delle prestazioni e la perequazione della capacità fiscale. Un groviglio inestricabile che costituisce il presupposto del disordine finanziario. Per Giarda i recenti fatti della Regione Lazio “sono l’espressione più volgare di una malattia che ha colpito nel passato e che colpisce ancora oggi la vita delle Amministrazioni pubbliche, quella della irresponsabilità finanziaria. Si spende per attività utili senza avere la disponibilità delle risorse, si spende per attività inutili senza disponibilità di risorse, si spende con spreco a proprio vantaggio. E’ la forma più gretta ed appariscente, ma anche le prime due non sono meno gravi. ‘Malattie’ della spesa che hanno un fattore comune: le modalità di finanziamento attravrso il ricorso al debito, ovvero scaricando gli oneri su un altro ente, in generale lo Stato”.

 

Primarie

 

Scrive L’Unità che sulla guerra delle regole intorno alle primarie si sta cercando la mediazione. Oggi la Commissione statuto si riunirà per definire la norma transitoria che consentirà a Matteo Renzi di partecipare alle primarie, poiché allo stato può infatti correre per la premiership soltanto il segretario. La commissione definirà anche gli indirizzi generali delle regole da approvare la prossima settimana insieme alle altre forze della coalizione (Sel, Psi ed Api). Il quotidiano racconta che il fronte pro-Renzi ha fatto marcia indietro rispetto a quanto dichiarato in precedenza, accettando albo pubblico e doppio turno. Renzi insiste sulla eliminazione dell’obbligo di pre-registrarsi per poter votare, ma ribadisce che “è un capolavoro di tafazzismo dire no a chi aveva votato Berlusconi e oggi, deluso, vuole votare per noi”. La pre-registrazione è inaccettabile perché – come spiega – “ve lo immaginate che non solo ci sarà da far la coda la domenica per votare, ma anche andare la domenica prima a registrarsi in una sezione del partito o in un altro luogo?”. Quanto al fronte pro-Bersani, ha messo in chiaro che ci si potrà registrare il giorno stesso (non al gazebo in cui si vota, che sarà esclusivamente elettorale, ma magari in uno a fianco) che le firme per potersi candidare possono essere meno del previsto (finora si era parlato del sostegno di 90 delegati dell’Assemblea o 18 mila iscritti) e che non necessariamente potrà votare al secondo turno soltanto chi lo ha fatto al primo. Il quotidiano torna poi sui possibili “sabotatori” dell’appuntamento di domani: la lettera di convocazione spedita ai 950 delegati dalla presidente dell’Assemblea Pd Bindi (notoriamente contraria alla sfida dei gazebo) ha fatto scattare l’allarme in chi teme manovre che possano portare alla fumata nera. La lettera della Bindi esclude esplicitamente la deroga, che permetterebbe il varo della norma a maggioranza semplice dei membri presenti all’Assemblea. La Bindi ha specificato nella lettera di convocazione che quelle di domani saranno “votazione in ordine a modifiche statutarie e regole di accesso per la partecipazione dei candidati del Pd alle primarie di coalizione”, per le quali è necessaria la maggioranza degli aventi diritto (dovranno votare sì alla norma che permette a Renzi di correre almeno 476 delegati). Altra incognita: si vota per alzata di mano o a scrutinio segreto?

Il Giornale scrive che Walter Veltroni ha tentato di spingere al compromesso, invitando Bersani a trattare con Renzi e trovare una intesa, per evitare un possibile big bang sabato. E si riferisce anche della posizione sul doppio turno di Vendola, che ha dichiarato: “Se fosse vero che può votare al secondo turno solo chi ha votato al primo, mi sentirei più un candidato ad un reality show che alle primarie”. Domani si riunisce l’assemblea e Bersani metterà sul piatto la sua proposta di regolamento, anche se la decisione verrà dal tavolo della coalizione. La maggioranza dell’assemblea è saldamente in mano al segretario e alle correnti con lui schierate. L’assemblea conta 1000 delegati, ma nessuno è mai riuscito a farli venire fino a Roma, tanto che Pierluigi Castagnetti ricorda che quando fu eletto segretario Franceschini “ci saranno state sì e no 250 persone, altro che numero legale”. Il quotidiano parla addirittura di sussidi in diaria di 185 euro che potrebbe essere elargita ai partecipanti per garantire il numero legale.

La Repubblica riferisce di un appello di Renzi a Pierluigi Bersani: “Siamo ragionevoli, non si possono accettare norme solo perché i gruppi dirigenti hanno paura di perdere peso”. Il sindaco sostiene che tutti gli ostacoli sul percorso “paradossalmente” aiuteranno il voto organizzato. E sarebbe pronto a dimostrare casi palesi di voto pilotato alle primarie del 2009.

 

Pdl

 

Il Giornale titola: “Silvio rottama il Pdl: entro due settimane rifondo il Movimento”. Berlusconi sarebbe pronto alla svolta e le ipotesi sarebbero quella di trasformare il partito in lista civica o in Forza Italia 2.0. Su quando far ripartire il nuovo Pdl pesa l’incognita della legge elettorale, ma il calendario è altrettanto importante poiché, se Berlusconi vuole lanciare un nuovo movimento, ha senso farlo almeno una settimana prima del 28 ottobre, data delle elezioni regionali in Sicilia. Secondo i sondaggi, infatti, fino a prima che scoppiasse il Laziogate, il candidato del centrodestra Nello Musumeci era più o meno alla pari con Crocetta, secondo il quotidiano. Il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti incita Berlusconi: “Fuori i mercanti, i Batman, e chi non ci azzecca. Questo è ovvio. Ma soprattutto si torni al partito di plastica, leggero, motivato, con un programma coraggioso che ridia speranze alla gente”.

Secondo Il Foglio la data del “battesimo – funerale” per il Pdl sarebbe fissata per il 2 dicembre: dopo le primarie del Pd (dopo il primo turno), dopo il voto in Sicilia, quando sarà chiaro con che legge elettorale voteranno gli italiani. L’idea della rifondazione è del segretario Alfano, che parla di “reset”. Secondo il quotidiano l’idea del Cavaliere sarebbe quella di una Federazione.

Anche per il Corriere ci sarà una assemblea straordinaria il 2 dicembre, in parallelo al secondo turno delle primarie del Pd. Nel simbolo sarà scritto “centrodestra italiano”, il piano prevede l’azzeramento di tutte le cariche, e la costruzione di un partito all’americana.

Restiamo al Corriere della Sera per segnalare una intervista all’ex ministro Tremonti, che nel week end presenterà il suo movimento a Riccione. Vuole fare un partito “lontano dai notabili”.

 

Erasmus

 

Su La Repubblica: “Si ferma il programma Erasmus, l’Ue ha finito i soldi”. La commissione bilancio del Parlamento europeo ha approvato in extremis gli emendamenti per evitare che il programma sparisca nel 2013, ma intanto i soldi per finanziare gli ultimi tre mesi del 2012 non ci sono. Spetta all’Ue erogare i finanziamenti per avviare i programmi Erasmus, ma non ha fondi per farlo, perché i Paesi membri hanno tagliato i fondi al budget. Il quotidiano ricorda quanto sia popolare Erasmus: lanciato nel 1987, ha permesso ad oltre 2 milioni di giovani europei di studiare in 33 Paesi, tra cui anche Stati non membri dell’Unione, come Islanda, Lichtenstein e Turchia. Ad azionare la scure dei tagli, oltre alle difficoltà economiche, anche la diffidenza di alcuni Stati membri sulla regolarità dei rimborsi chiesti dalle singole nazioni: l’Eurodeputato francese conservatore Lamassoure (presidente della Commissione Bilancio) ha chiesto che siano rese pubbliche le cifre spese da ciascuno Stato, e si stabilisca che l’Ue paghi solo le fatture certificate.

Anche su L’Unità: “L’Europa dei falchi vuole tagliare i fondi di Erasmus”. Il riferimento è proprio a Lamassoure, e ad un gruppo di Paesi che comprende Germania, Finlandia, Olanda, e altri Paesi a guida conservatrice.

 

Internazionale

 

Sui quotidiani oggi il resoconto e i commenti alla prima sfida tv diretta tra il presidente Obama e lo sfidante repubblicano Romney. Scrive Federico Rampini su La Repubblica che raramente il verdetto è stato così unanime sul fatto che Romney abbia messo ko Obama. Ha realizzato l’obiettivo incarnando la figura del moderato: una “sterzata moderata” per attirare gli elettori indecici di centro. 60 milioni di americani hanno seguito il dibattito tv, scoprendo un “nuovo Romney”, per la prima volta credibile alternativa al presidente in carica. Per James Carville, ex consigliere che contribuì alla vittoria di Clinton, “sembrava che Obama non volesse esserci”. Solo ieri il presidente è passato al contrattacco, denunciando le promesse demagogiche dell’avversario: “Per fare il presidente bisogna dire la verità”. Ma lo ha fatto ad un comizio davanti a 600 persone. Un sondaggio Reuters Ispos certifica che Romney viene visto positivamente dal 51 per cento degli elettori, mentre Obama è fermo al 56 per cento. La serata all’Università di Denver, dove si è svolto il dibattito tv, ha messo in evidenza due visioni alternative dell’America. Obama: “Romney pensa che tagliando le tasse ai ricchi, smantellando le regole, staremo meglio. Io credo nel ruolo degli investimenti pubblici, nella scuola, nelle energie rinnovabili”. Romney: “Credo nel diritto dell’individuo a realizzare i suoi sogni, senza che sia lo Stato a sostituirsi, invadendo le libertà dei cittadini. In Spagna il 42 per cento del reddito nazionale viene assorbito dallo Stato. Adesso l’America è arrivata allo stesso livello. Io non voglio fare la fine della Spagna”. Obama ha ricordato di aver assunto la guida del Paese dopo la più grave crisi dagli anni 30 e di aver ereditato due guerre. Nonostante questo, sotto il suo mandato sono stati creati cinque milioni di posti di lavoro. Romney lo ha incalzato: “23 milioni di americani sono tuttora senza lavoro. Il candidato repubblicano ha negato di voler ripetere gli sgravi fiscali “stile Bush” in favore dei più ricchi, spiegando che il suo piano consiste nel “ridurre le deduzioni sui privilegiati, per poter abbassare il prelievo sul ceto medio”. Il Corriere intervista David Axelrod, braccio destro di Obama nella campagna. Riconosce che Romeny è “uno bravo nei dibattiti”, molto più allenato di Obama su questo terreno: “Ma i suoi progetti sono alquanto fantasiosi, hanno poco a che vedere con la realtà, mentre il Presidente è stato con i piedi per terra, ha spiegato come vuole affrontare il problema del deficit in modo responsabile, la gente lo apprezzerà”.

Due pagine de La Stampa sono dedicate alla sfida. Si intervista il consigliere democratico David Plouffe, secondo cui la gente a casa “ha capito che Barack è più onesto”. E di fianco, il consigliere repubblicano Eric Fehrnstrom: “E’ come vincere nella box ma è solo il primo match”. Secondo il quotidiano “Romney riapre la partita”. E Obama è sembrato un leader “stanco e spento”, “che non sa rassicurare”. Ad occhi bassi, subisce le critiche senza riuscire a replicare.

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