Francesco d’Argentina

Tutti i quotidiani dedicano il titolo di apertura al nuovo Papa

Il Corriere della Sera: “La sorpresa di Francesco. Il Papa è Jorge Mario Bergoglio: 76 anni, argentino con i genitori piemontesi. ‘Vengo dalla fine del mondo, pregate per me’. Poi il Padre Nostro con la folla”. “Il gesuita con il suo saio” è il titolo del commento di Luigi Accattoli.

La Repubblica: “La nuova Chiesa di Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio: vengo dalla fine del mondo, pregate per me”. “Il cardinale argentino, 76 ani, eletto a sorpresa al quinto scrutinio. Era stato rivale di Ratzinger nel 2005. E’ il primo gesuita vescovo di Roma”. Da segnalare in prima pagina la lettera di Giorgio Napolitano al quotidiano: “Dalle mie parole nessuno scudo per Berlusconi”.

 

Libero: “Il Papa povero”. “A sorpresa, al soglio di Pietro è stato eletto l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, gesuita di 76 anni, il primo non europeo. ‘Vengo dalla fine del mondo’. Ha telefonato subito al predecessore. La previsione: in Curia userà la ramazza”.

Il Fatto quotidiano: “Sono Francesco e vengo da lontano”. Il quotidiano definisce il nuovo Papa “estraneo alla Curia, schietto e riformatore, ha sconfitto i pretendenti italiani, Scola in testa”.

Sugli altri temi

L’Unità, a fondo pagina: “Berlusconi non si ferma: vogliono farmi fuori”.

Il Foglio (che titola “Buonasera, sono Francesco”), dedica il titolo di apertura alla “trincea del Quirinale”: “Napolitano accerchiato da pm e Pd trinariciuto rischia di non farcela. ‘Ormai lavora per il successore’, dice l’amico Macaluso. Bersani cede a Grillo: sì all’arresto di Berlusconi. Violante: governo di scopo”.

Il Giornale: “Le toghe prendono a schiaffi Napolitano. I giudici del processo Ruby accelerano i tempi per condannare Berlusconi”.

Secondo Europa, in alto, “Maroni cerca il Pd con l’Ok del Pdl: serve un governo. E la Lega a Roma ha 17 senatori”.

 

Papa Francesco

 

Sui quotidiani abbondano i ritratti del personaggio. Per il Corriere della Sera: “Cucina da solo, si sposta in bus. E ricorda il dialetto piemontese”. Bergoglio è infatti figlio di un ferroviere astigiano, di porta Comaro, che era emigrato a vent’anni in Argentina per sbarcare il lunario. Lui, Jorge Mario Bergoglio, da ragazzo ha fatto le pulizie in fabbrica e si è diplomato come perito chimico prima di entrare, a 21 anni, dai gesuiti. Studi umanistici, laurea in filosofia e poi in teologia, una tesi dottorale in Germania. La sua austerità è “leggendaria”: a Buenos Aires gira in autobus, non vive in episcopato ma in un piccolo appartamento. Secondo questo ritratto del Corriere, durante la dittatura militare argentina si mosse sottotraccia per salvare sacerdoti e cittadini dai torturatori, ed è molto rispettato dalle madri di plaza de Mayo. Anche su La Repubblica: “Il gesuita amico dei poveri, che nel gennaio del 2005 non volle diventare Papa”. Fermamente contrario al matrimonio gay, Bergoglio ha guadagnato popolarità nel continente anche per aver lavato i piedi di malati di Aids.

 

Non mancano florilegi delle sue citazioni. Il Corriere della Sera riprende in gran parte le dichiarazioni rilasciate in una intervista a Francesca Ambrogetti , che insieme a Sergio Rubin è autrice del libro intervista del 2010, in una intervista a La Stampa il 31 dicembre 2001: ad esempio sul debito: “Siamo stati molto chiari nel sostenere che la politica economica del governo non faceva altro che aumentare il debito sociale argentino, molto più grande e più grave del debito estero, e abbiamo chiesto un cambiamento”. Oppure: “Per contrastare l’effetto della globalizzazione che ha portato alla chiusura di tante fabbriche e alla conseguente miseria e disoccupazione bisogna anche promuovere una crescita dal basso verso l’alto, con la creazione di piccole e medie imprese”. O ancora: “A una chiesa autoreferenziale succede quel che succede a una persona rinchiusa in se. Si atrofizza fisicamente e mentalmente. Diventa paranoica, autistica”.

 

La Stampa offre una intervista che il vaticanista Tornielli fece a Bergoglio nel febbraio del 2012, durante il concistoro per i documenti trafugati in Vaticano. “I mali della Chiesa sio chiamano vanità e carrierismo”, il titolo dell’intervista. Diceva Bergoglio: “Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala. E’ vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima”. “La vanità, il vantarsi di se stessi, è l’atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato maggiore nella Chiesa”.

 

Sulla prima pagina del Corriere della Sera Luigi Accattoli, in un editoriale dal titolo “Il gesuita con il saio”, nota: “Il papato lascia l’Europa e va nelle Americhe. E questo ha lo stesso segno epocale che ebbe nel 1978 l’uscita dall’Italia. Quanto la nome che ha scelto, Accattoli scrive: “Nell’età di mezzo Francesco d’Assisi andò al soccorso della Chiesa di Roma in risposta alla chiamata avuta nel sogno: “Francesco, ripara la mia Chiesa’. E oggi, ottocento anni dopo l’avventura del Poverello, un Papa per la prima volta prende quel nome che è sempre restato un programma, e con ciò segnala di volerne assumere la missione che è di ritorno al Vangelo sine glossa, cioè senza adattamenti”. Anche Vittorio Messori, sullo stesso quotidiano, che ricorda di aver previsto l’elezione di Bergoglio, sottolinea questa scelta geopolitica: il sudamerica abbandona il cattolicesimo al ritmo di migliaia di uomini e donne al giorno. Francesco, scrive Messori, avrà due missioni: il sudamerica e la Curia. L’analogia con Karol Wojtyla torna, poiché con la sua elezione si gettò nel panico la nomenklatura sovietica e di tutto l’est. Nulla sarebbe stato possibile senza un Papa polacco.

 

Il primate dei vescovi Usa, Dolan, come riferisce La Repubblica, ha spiegato perché è stato scelto Bergoglio: la sua elezione “rappresenta una pietra miliare per la nostra Chiesa”, ha scelto il suo nome, in onore di Francesco D’Assisi, e sappiamo tutti che il santo di Assisi si è occupato dei poveri e degli umili. Sarà questo il suo lavoro”, “Papa Francesco rappresenta una figura di unità per tutti i cattolici, ovunque essi si trovino”.

 

La Repubblica intervista Camillo Ruini, presidente emerito dei vescovi italiani, che sottolinea quanto la scelta del nome sia “coraggiosa e piena di significato”, anche perché “insieme a San Domenico ha saputo dar vita alla più grande riforma riuscita della Chiesa senza rompere l’unità della Chiesa stessa”. Poi parla del problema, affrontato già dal Concilio Vaticano II, che non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente: quello del rapporto tra il primato del Papa e il Collegio dei Vescovi. Ma anche il problema del rapporto della Curia con il Papa: e qui dice che “la Curia non può essere che uno strumento al servizio del Papa, non un organismo in qualche modo autonomo, e meno che meno un condizionamento per l’esercizio del ministero del successore di Pietro e per i suoi rapporti con l’episcopato”.

 

La Repubblica racconta in due flash l’accoglienza in Argentina: nella cattedrale di Buenos Aires migliaia di fedeli acclamano la sua elezione, in Parlamento l’opposizione chiede di interrompere l’omaggio che si sta rendendo al venezuelano Chavez per acclamare il nuovo Papa. Ma la maggioranza peronista si rifiuta, nell’Aula volano insulti. Omero Ciai scrive che per Cristina Kirchner è un brutto colpo, poiché lei e suo marito non hanno mai amato Bergoglio. Per Nestor Kirchner Bergoglio era “il capo dell’opposizione” al suo governo. Per Cristina il momento più difficile fu quando si oppose alla legge sui matrimoni gay. Si dà conto, qui come su altre cronache, delle controversie che hanno riguardato Bergoglio su suoi comportamenti durante gli anni dell’ultima dittatura militare: l’arcivescovo ha sempre respinto tutte le accuse, e da presidente della Conferenza episcopale chiese perdono e spinse la Chiesa ad un mea culpa, nel trentesimo anniversario dal golpe, per gli errori commessi in quegli anni. Le accuse sono state riprese in un libro del giornalista Horacio Verbinsky, suo grande accusatore: per i critici Bergoglio avrebbe lavorato all’interno della congregazione dei gesuiti per allontanare quelli che erano più critici con i militari e sarebbe stato addirittura responsabile della “sparizione” di due gesuiti. Il Corriere riproduce un brano della richiesta di perdono dei vescovi argentini su questa questione.

Il Fatto scrive che Bergoglio ha sempre risposto di aver voluto aiutare i giovani gesuiti irrequieti, facendoli allontanare proprio per le voci che li indicavano in pericolo. Insomma: si sarebbe trattato di un modo per salvare la loro vita minacciata dalle spie. Si addolorava dunque per non esser stato ascoltato, e diventò comunque sgradito al regime, che lo considerava un sovversivo, come altri preti. Per questo fu costretto a lasciare la poltrona di superiore della Congregazione. Tornerà a Buenos Aires quando l’ultimo dittatore si arrenderà. E’ diventato arcivescovo della capitale nel 1997. Non accompagnava tanti gesuiti nell’appoggio alla teologia della liberazione, poiché insisteva per separare politica e solidarietà.

Il vaticanista del principale giornale argentino, il Clarin, Sergio Rubin, conosce bene Bergoglio, su di lui ha scritto il libro che prima citavamo. E lo descrive come “un umile rivoluzionario nemico del populismo”. Dice che i problemi sociali del terzo mondo torneranno al centro dell’attenzione. “Sarà un progressista o un conservatore?” “Non ho nessun dubbio sul fatto che sarà un grande riformatore. La distinzione tra progressista e conservatore è un concetto antico”: Sulla chiesa romana e i suoi scandali: “Chiedeà una profonda riforma e la otterrà. Il carattere non gli manca”. Quali erano i suoi rapporti con i Kirchner? “Con Nestor non si sono parlati per tre anni, diceva che Bergoglio rappresentava la vera opposizione del governo, nascosta nell’ombra”.

 

Per tornare a La Repubblica, si intervista Hans Kung, massimo teologo cattolico critico oggi: dice che è “la scelta migliore”, “è un uomo che ha sempre condotto una vita semplice, non in grandi e sontuosi palazzi del potere”. Francesco D’Assisi, ricorda, fu l’antitesi del più grande e importante Papa di potere del medioevo, Innocenzo III. “Dunque non è il candidato della Curia?”. “Sicuramente no, ma il candidato delle voci progressiste della Chiesa, inclusi i progressisti tra i cardinali tedeschi”.

Su La Stampa un retroscena: “Scola tradito dagli italiani fin dalla prima votazione. Vecchi rancori e il legame con Cl: così è maturata la svolta”. Dove si legge che a sorpresa, fin da martedì, Bergoglio aveva ottenuto subito il maggior numero di voti. Scola era il più accreditato successore di Benedetto XVI ma, a sbarrargli la strada, sarebbe stata la confluenza di due cordate e di due ordini di valutazioni nettamente distinte: quella extraeuropea, e soprattutto sudamericana, intenzionata a portare per la prima volta il papato fuori dal vecchio continente, e quella curiale dei nemici-alleati Bertone e Sodano, irriducibilmente ostili a Scola. Anche su La Repubblica: “Il conclave si ribella al partito della Curia: ha perso il “partito romano” e hanno perso i curiali, l’attacco durissimo mosso durante le congregazioni generali da molti cardinali contro la corruzione romana, la Curia vaticana che puntava sul brasiliano membro della commissione cardinalizia dello Ior Odilo Scherer, si è riverberato in modo drammatico in un conclave che ha visto gradualmente i sudamericani e gli statunitensi puntare su una figura aliena a Roma. Anche l’arcivescovo di Milano Scola ha pagato l’avversione a Bertone. E poi si dà conto di una “gaffe” della Cei, che aveva già inviato una nota con gli auguri per Scola. Lo raccontano anche Il Giornale e il Corriere della Sera.

Ancora su Il Giornale: “Fuoco ‘amico’ su Scola. La Curia dietro gli attacchi”.

 

Su La Stampa anche una analisi sulle sfide che attendono il nuovo Papa, alla ricerca del dialogo, tra secolarizzazione, islam e persecuzioni. Nell’agenda della Chiesa, scrive Marco Tosatti, ora si impongono la riflessione sulla laicizzazione degli Stati e il rapporto con le altre fedi.

L’Unità intervista Amos Luzzatto, per anni presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Descrive come un “fatto epocale” il fatto che il papato esca dall’Europa: “E’ come se la chiesa avesse aperto lo sguardo verso nuove realtà che per lungo tempo erano state considerate terre da evangelizzare, ma che non venivano considerate priorità dalle strutture religiose della vecchia Europa”.

Quanto al dialogo con i “fratelli maggiori” ebrei, Luzzatto dice: “Questo problema non è una novità, avendo caratterizzato i precedenti pontificati. Credo, però, che il problema del dialogo non può rimanere una riserva per dotti e specialisti, ma deve diventare una reale occasione per conoscersi meglio, per riscattarsi”.

Il Giornale intervista monsignor Rino Fisichella che, alla domanda sul punto da cui partire, risponde: “si punta sull’Occidente perché in questo momento è particolarmente coinvolto in una profonda crisi di fede dovuta anche al secolarismo. Un nuovo secolarismo che ha portato soprattutto nei Paesi dell’Europa e del nord America a forme ‘evolute’ di ateismo”.

 

Napolitano

 

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrive a La Repubblica per rispondere esplicitamente all’editoriale di ieri, a firma di Massimo Giannini, dal titolo “un premio ai sediziosi”. Ci si riferiva alla decisione del Presidente di ricevere i vertici del Pdl ed alle dichiarazioni da Napolitano rilasciate dopo tale incontro, e al termine della convocazione dell’Ufficio di presidenza del CSM. Napolitano scrive che Giannini in questo articolo ha dato “una versione arbitraria e falsa” dell’incontro. “Falso che mi siano stati chiesti provvedimenti punitivi contro la magistratura”. La delegazione Pdl, puntualizza ancora Napolitano, non gli ha affatto annunciato o prospettato un “Aventino della destra”. Scrive il Presidente, riferendosi alla manifestazione di Milano: “L’incontro in Quirinale, con i rappresentanti della coalizione cui è andato il favore del 29 per cento degli elettori, era stato confermato dopo le mie vibrate reazioni di cui, del resto, il suo giornale aveva ieri dato conto. Espresse direttamente ai principali esponenti del Pdl per la loro presa di posizione”, quel rammarico, ovvero deplorazione, è stato da me rinnovato, insieme ad un richiamo severo a principi, regole di interesse generale nel Paese che, solo con tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire, Giannini ha potuto presentare come ‘riconoscimento al Cavaliere di un legittimo impedimento automatico’ o di un ‘Lodo Alfano provvisorio’”. Nell’incontro con il comitato di presidenza del CSM, ricorda ancora Napolitano, rivendicando il fatto di averlo lui stesso promosso, in segno di “costante rispetto verso la magistratura e il suo organo di autogoverno, ( e semplicemente omesso nell’articolo di Giannini) è risultato ben chiaro che nessuno ‘scudo’ è stato offerto a chi è imputato in procedimenti penali da cui ‘non può sentirsi escluso in virtù di una investitura popolare ricevuta’”. Anche su La Stampa, in un retroscena: “L’amarezza di Napolitano. ‘Falsificate le ricostruzioni’. Il Capo dello Stato e l’incontro con i vertici del Pdl: ‘Li ho richiamati al rispetto delle istituzioni”.

 

Il Fatto scrive che “il Csm non ci sta”. Si parla del documento il cui messaggio sarebbe a difesa dei magistrati che hanno “fatto il loro dovere”. Insomma, secondo Il Fatto, i consiglieri togati e i laici del Pd hanno risposto alla “posizione garantista” del capo dello Stato dopo la marcia del Pdl. Il comunicato diffuso e firmato ieri in CSM non è un documento ufficiale dell’organo, ma suona, secondo il quotidiano, come una presa di distanza implicita da quanto scritto da Napolitano. Vi si legge: “Abbiamo ritenuto, per senso di responsabilità, in considerazione della grave crisi istituzionale e vuoto politico del Paese, di discutere in Consiglio delle gravi vicende accadute nel Palazzo di giustizia di Milano lunedì scorso, suscettibili di porre a rischio l’indipendenza dei giudici che solo a loro spetta assumere”, “come componenti del Consiglio vogliamo riaffermare che nel processo soltanto al giudice spettano le decisioni processuali e di merito, secondo le norme di legge. A tale principio si sono attenuti i magistrati impegnati nei processi di cui oggi si discute”. Si intende i processi che riguardano Berlusconi. Il quotidiano intervista Paolo Carfì, membro togato del CSM, che si dice deluso: “Non condivido il richiamo al rispetto reciproco, perché è la magistratura che non viene rispettata. Né, personalmente, trovo condivisibile l’aver messo sullo stesso piano le condotte di coloro che hanno invaso il Palazzo di giustizia di Milano e la conduzione corretta da parte dei magistrati. Non c’è stata alcuna contrapposizione ma un manifestazione che lo stesso presidente Napolitano ritiene senza precedenti”.

Passando invece alle questioni che riguardano il Pd e il destino di Berlusconi, Libero titola: “Il Pd getta la maschera: vuole il Cav in galera”. Ci si riferisce soprattutto alle dichiarazioni del coordinatore della segreteria Pd Maurizio Migliavacca che, ieri, nel corso di un’intervista, interpellato sull’atteggiamento che il partito potrebbe tenere nel caso arrivassenelle aule parlamentari una richiesta di arresto per Berlusconi, ha detto: “se gli atti fossero fondati”, il Pd potrebbe votare sì. Per Libero è “il prezzo dell’inciucio con Grillo”, perché “l’unico punto in comune tra democratici e 5 Stelle è il desiderio di vedere il Cavaliere in manette o in fuga dall’Italia.

Anche su La Repubblica: “Pd: ‘Pronti a votare l’arresto del Cavaliere’. Alfano: ‘Gravissimo, reagiremo’. I pm di Napoli: non abbiamo chiesto il carcere”.

Sul Corriere: “L’affondo Pd sul Cavaliere: voteremo sì al suo arresto”. E anche qui si dà conto della smentita della Procura di Napoli, che ha precisato: “Non c’è alcuna richiesta di arresto a carico del senatore Berlusconi” ( ci si riferisce alla inchiesta in cui il Cavaliere deve rispondere per la presunta compravendita di senatori, e pende una richiesta di giudizio immediato).

Su La Stampa, la reazione di Berlusconi: “’Vogliono eliminarmi, come Craxi’”.

Su La Repubblica segnaliamo anche una intervista al sindaco di Firenze Matteo Renzi: in realtà è una ampia sintesi di quella che compare su L’Espresso, la cui copertina, questa settimana, è costituita da un foto di Renzi sotto il titolo “Io sono pronto”. Così La Repubblica riassume il senso delle sue dichiarazioni: “Se salta tutto mi candido a premier. Pd fermo, andrò a caccia di voti fuori”. “Priorità al lavoro, io corpo estraneo al partito”. Dice: “Penso di essere un corpo estraneo a questo gruppo dirigente del Pd”, ricorda le “tonnellate di fango” che gli arrivano addosso periodicamente, “il giornale del mio partito mi ha dato del fascistoide”. Ma il fatto di essere un corpo estraneo può essere per Renzi una occasione, perché gli permette di prender voti “anche fuori”. Poi su Grillo: “Più inseguiamo Grillo, più gioca la sua partita. Bersani dovrebbe abolire il finanziamento, non firmare il foglio di Grillo che sarebbe un nuovo cedimento. Non servirà a fare pace con Grillo, ma almeno faremo la pace con gli italiani”.

 

 

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