Bersani prova a difendere il piano A

Corriere della Sera: “La linea Bersani agita il Pd”, “Fassina: tra noi c’è chi vuole indebolirlo. Il sindaco di Firenze: nessun complotto”, “Ma il leader usa toni meno duri: la mia proposta a tutti i partiti”.

In prima una lettera di Mario Monti, in risposta all’editoriale pubblicato ieri sul quotidiano da Ernesto Galli Della Loggia: “Io, il Centro e la vera leadership”.

A centro pagina, l’abbraccio a Sant’Anna di Stazzema tra Napolitano e il presidente tedesco Joachim Gauck.

E su Cipro: “Verso l’accordo sul piano epr salvare Cipro e l’euro. Maxi prelievi sui depositi”.

 

La Repubblica: “Bersani, il nodo è il Quirinale”, “Offerta per chiudere sul governo. Maroni e la Lega soli alle consultazioni”.

A centro pagina: “Cipro, nella notte via libera all’accordo per evitare il crac”.

 

La Stampa: “Bersani: proposta aperta a tutti”, “Renzi chiama il segretario: non ti boicotto. L’appello di Napolitano: Serve unità”.

A centro pagina, grande foto del presidente Napolitano che stringe in un abbraccio il suo omologo tedesco Gauck a Sant’Anna di Stazzema.

In taglio basso: “Cipro, l’ultimo scontro nella notte”.

 

L’Unità: “Sos imprese: governo subito”, “Squinzi a Bersani: ‘Sta finendo l’ossigeno’. L’incaricato: ‘La mia proposta aperta a tutti”.

A centro pagina: “I nemici di Grillo: Grasso, Boldrini e il web”.

In taglio basso, un dossier: “Marò, soldati o contractor?”, “L’Italia è l’unico Paese europeo che manda militari sulle navi mercantili”.

 

Il Giornale: “Bersani, ora basta”, “La tattica suicida del leader democratico fa perdere tempo, allarme di Confindustria”, “E sul ‘no’ al Pdl si spaccano il Pd e la lista Monti”.

Di spalla, Magdi Cristiano Allam e la sua “svolta”: “Perché me ne vado da questa Chiesa debole con l’Islam”.

 

Il Fatto: “Tiro al Bersani”, “Fassina: ‘Basta indebolirci’. In serata Renzi telefona al segretario: ‘Oggi nessun complotto’. Confindustria: ‘Fare presto’”.

In apertura anche attenzione al Movimento 5 Stelle e ai “dubbi interni”, con le dichiarazioni di alcuni esponenti grillini: “’Niente fiducia, ma qualcuno dei nostri possiamo perderlo’”.

 

Un governo.

 

Grande attenzione su La Repubblica per l’atteggiamento della Lega: il quotidiano sottolinea innanzitutto che il Carroccio andrà da solo all’incontro con il premier incaricato Bersani, a differenza di quanto ha fatto per i colloqui al Quirinale, dove era insieme alla delegazione del Pdl. Era una richiesta di Bersani ed è stata accolta. All’incontro ci sarà lo stesso Roberto Maroni: “è uno spiraglio , non certo una breccia”, chiosa il quotidiano. Sulla stessa pagina, un’intervista a Stefano Fassina, neodeputato Pd e responsabile economia del partito: “Con il Pdl il cambiamento è impossibile, ma col Carroccio il discorso è diverso”. E, ancora, su La Repubblica, un’intervista al sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, che dice: “Niente aiuti a Bersani, ma pronti al governissimo”, “La Lega darà sostegno esterno”.

Il Corriere della Sera dà conto del colloquio tenutosi tra Bersani e il segretario Pdl prima di quello ufficiale: il pre-incaricato -scrive il quotidiano- auspica che Pdl e Lega garantiscano in Senato le condizioni affinché il governo possa nascere, e siccome -lo ha ripetuto ieri- la sua proposta “è rivolta a tutto il Parlamento”, sarebbe disponibile a discutere alcuni punti programmatici da concordare, riservandosi persino di inserire nella propria squadra ministri in cui il centrodestra potrebbe per certi versi riconoscersi. Questo sarebbe il suo piano “A”, che muove da una chiusura intransigente all’ipotesi di un ‘governissimo’ e tuttavia è accompagnato da un’offerta sul Quirinale che ricalca i gesti di ‘discontinuità’ sulle presidenze di cui va “fiero”. Ieri Bersani ha detto che compirà altri atti di discontinuità: se il piano “A” venisse accettato, ci sarebbe disponibilità da parte di Bersani a discutere sul nome di un rappresentante dell’area moderata da eleggere al Colle: non targata Pdl, ma che consenta a quella parte del Paese di centrodestra di sentirsi finalmente rappresentata. Alle pagina seguenti, un’intervista al senatore Pdl Gaetano Quagliariello,c he dice: “L’unica via è la legittimazione reciproca”. Di analogo tenore un articolo sulla stessa pagina che riferisce dell’atteggiamento Pdl: non ci può essere alcun patto segreto o scambio sostanziale che non sia alla luce del sole, quindi no a strategiche uscite dall’Aula al momento del voto, no a presenze immobili (tutti nell’emiciclo ma senza votare), no ad un voto a favore in cambio solo della presidenza di una Bicamerale o una generica rassicurazione sull’elezione di un Capo dello Stato che non abbia “come chiodo fisso quello di fare fuori Berlusconi (parole di Fabrizio Cicchitto). Dice Paolo Bonaiuti: “se vogliono il nostro sostegno devono riconoscerci”.

La Stampa focalizza l’attenzione sul Pd e le tensioni interne: secondo un’analisi in prima pagina sul quotidiano firmata da Fabio Martini, quel che agita il Pd è l’idea di un “governo del Presidente”. Ad avanzare questa proposta è stato il presidente dell’Anci Graziano Delrio: in caso di fallimento di Bersani, si vada senza indugi ad un ‘governo di scopo’ della durata di pochi mesi, sostenuto dall’esterno da Pd e Pdl. “Raccontano che Pierluigi Bersani si sia molto irritato: ma come, proprio in queste ore si lanciano subordinate così insidiose?”. Graziano Delrio, peraltro, non è un personaggio qualunque, sottolinea La Stampa: oltre ad essere l’apprezzato presidente di Anci, è il sindaco (cattolico) di Reggio Emilia, la più rossa delle città emiliane ed è molto apprezzato al Quirinale. Oltre ad essere, come ricorda il Corriere, un “renziano di ferro”. Due giorni fa aveva detto che se fosse arrivata una richiesta di un governo a tempo dal Colle non sarebbe possibile “sottrarsi”. Secondo il quotidiano, Bersani avrebbe trovato intempestiva e scorretta la proposta Delrio, chiedendo ai suoi un fuoco di sbarramento che spazzasse via la suggestione prima della riunione della direzione del partito prevista per questa sera: Bersani l’ha convocata per ricevere un ulteriore viatico al suo tentativo e avrà piena soddisfazione, come dimostra la telefonata di amicizia ricevuta ieri da Matteo Renzi. Ma la sortita di Delrio ha acceso i riflettori sull’unico scenario che, in caso di fallimento del segretario Pd, potrebbe impedire le elezioni anticipate: un governo del Presidente.

Sul Corriere della Sera, sintetizzando le parole di Bersani: “’O me o al voto’. La linea del leader da imporre al partito. Ma Renzi è in gioco”. Il “dietro le quinte” racconta che se il tentativo di Bersani fallisse, il primo cittadino di Firenze non potrebbe dire no al Colle. Attenzione anche per le parole del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, secondo cui serve, “da subitissimo” un governo al Paese e dice che “ormai c’è una sola strada: Matteo Renzi”. Torna alla ribalta per il Corriere l’ipotesi di un incarico a Renzi, anche dopo il rilancio di una ipotesi di governo Pd-Pdl rilanciata da Delrio. L’idea aveva provocato le ire di Stefano Fassina, che aveva ribadito: o Bersani o il voto. Ne è seguito uno scambio di accuse che si è placato solo quando Renzi ha rassicurato al telefono Bersani: “nessuno cerca di azzopparti”.

Su Il Giornale: “Bersani insiste, il Pd gli frana addosso”, “Cresce la fronda contro il segretario”. E alle pagina seguenti: “Il Cav: il premier incaricato non controlla il suo partito”, “Berlusconi preoccupato di fronte a un Bersani che ‘rappresenta a malapena mezzo Pd’. La strategia: votare subito per evitare la discesa in campo di Renzi”.

E su La Repubblica: “Berlusconi punta al voto a giungo, ‘Così Renzi non potrà candidarsi’”.

Il quotidiano ricorda peraltro quanto si intersechino le partite sul governo e sul Quirinale: in casa Pd, secondo il quotidiano, sono convinti che sulla tattica del Cavaliere ‘pronto alle urne’ prevarrà il suo istinto di sopravvivenza, la voglia di non essere tagliato fuori dai giochi che contano. E l’articolo parla della “rosa di cattolici per il Colle” come l’ultima offerta di Bersani per chiudere la partita del governo. Si fanno i nomi di Franco Marini e Sergio Mattarella (sarebbero “in pole position”), ma nel Pdl spunta Lamberto Dini.

 

Elettori in movimento.

 

Su La Repubblica Ilvo Diamanti legge i dati del sondaggio LaPolis condotto tra il 13 e il 18 marzo, che così vengono riassunti nel titolo: “L’ultima impasse dei 5 Stelle la base si spezza a metà sul sostegno al governo Pd”. Scrive Diamanti che Grillo parla in questi giorni soprattutto ai suoi: ha bisogno di tenerli uniti,almeno fino a quando le consultazioni di Bersani si saranno concluse. Un accordo tra Pd e M5S a sostegno di un nuovo governo otterrebbe il favore del 55% degli elettori. E di una quota molto più elevata fra quelli del centrosinistra, ma anche di centro: appoggerebbero l’intesa quasi 8 su 10 degli elettori del Pd e del centrosinistra, ma anche il 65% degli elettori di Monti. Fra gli elettori del Movimento 5 Stelle si osservano orientamenti molto diversi e, nell’insieme, divergenti: i favorevoli all’accordo si riducono al 54%, i contrari sono al 45%. Secondo Diamanti la partecipazione al governo Bersani spaccherebbe in due l’elettorato grillino: tra i

più fedeli, cioè quelli che si definiscono ‘molto vicini’ al Movimento, i favorevoli all’intesa sono esattamente la metà: 50 %. L’analisi dei dati del sondaggio si sofferma ampiamente -ed è forse la parte più interessante- sulla provenienza dell’elettorato del M5S, che proviene in parti quasi uguali dai due schieramenti classici della politica, Sinistra e Destra. Grillo non è un leader carismatico e il M5S non è un partito “personale”: semmai “personalizzato”. E’ come un autobus su cui sono saliti molti passeggeri, spesso fuggiti dalle loro case politiche: “per questo il Conducente,k per ora, non si può fermare”. Se si fermasse, molti passeggeri potrebbero scendere.

Sul Corriere della Sera Mario Monti risponde ad un editoriale pubblicato ieri dal quotidiano e firmato da Ernesto Galli Della Loggia, che gli aveva rimproverato di avere “scarsa capacità di leadership”, di non aver saputo, con la sua formazione Scelta civica, parlare ai cuori nel momento in cui si chiedevano sacrifici al Paese e di aver assimilato in qualche modo dal centrosinistra il rifiuto di farsi contaminare dalla “Destra” (anche per evitare una “interdizione” da parte della stessa sinistra). Monti ribadisce il senso del suo progetto “che non concede nulla al populismo e alla demagogia” e sottolinea come forse questo possa apparire incomprensibile ad un politologo; quanto alla “leadership”, anche in questo caso si tratta di definirne il significato e comunque il presidente del Consiglio ribadisce la propria differenza da “chi cerca, magari non facendo nessun errore perché è il più abile dei politici, di assecondare gli elettori”. Infine: Scelta civica non si è contrapposta agli elettori della Destra. Anzi, ne ha sollecitato il voto. Quel che non ha fatto Monti è stato rifiutare l’invito di Berlusconi ad essere il “federatore dei moderati”: “non per sprezzo degli elettori della Destra” ma perché “mi sembrava più importante unire i riformatori che federare i moderati” e inoltre “avrei forse potuto federare i moderati ma solo se Berlusconi si fosse davvero ritirato dal progetto che cortesemente mi offriva. Non avrei voluto trovarmi nella situazione di Alfano”.

 

E poi

 

Su La Repubblica si dà conto dell’accordo raggiunto a tarda notte sul salvataggio di Cipro: congelati i depositi più ricchi. La seconda banca del Paese, la Laiki, trasformata in bad bank. Per la prima volta nella stiria, ricostruisce il quotidiano, sul tavolo dell’Eurogruppo è stata posta concretamente l’ipotesi dell’uscita di un Paese dall’Unione monetaria. Ma l’Europa, questa volta, non si è accontentata di una soluzione “contabile” ed ha preteso una profonda ristrutturazione di tutto il sistema Paese Cipro, per porre fine a quella “economia-casinò”, come l’ha sprezzantemente definita il francese Moscovici. Il quotidiano intervista il vicesegretario generale del Ocse Piercarlo Padoan, secondo cui “la crisi è stata sottovalutata”. Se ci fosse l’Unione bancaria, aggiunge, L’Ue saprebbe quali banche salvare a Nicosia e quali no.

In prima pagina su La Stampa un commento dello scrittore israeliano Abraham B. Yeoshua: “Israele e Obama. Dopo le parole servono i fatti”.

 

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