COSE DELL'ALTRO MONDO

Riccardo Cristiano

Giornalista e scrittore

La guerra al terrorismo e una pagina di Isaiah Berlin

“Libertà” rischia di essere sempre di più una parola sotto stress; può diventare addirittura ambigua? Queste due emergenze che ci tormentano, la pandemia e il terrorismo, rendono l’incastro estremamente pericoloso. Da una parte abbiamo chi richiede violentemente la libertà di non indossare la mascherina, magari mentre vive il  desiderio di indossare e far indossare a tutti la camicia nera, dall’altra abbiamo chi afferma il suo diritto alla satira  e chi arriva a uccidere per questo. Il calcolo dei terroristi è chiaro: ci hanno indotto a definire la satira la Maginot della nostra libertà o forse della stessa democrazia: loro vorrebbero che mettessimo le vignette (blasfeme) sulle nostre banconote. In questo  modo le culture diventano campi di battaglia: l’islam una fede di assassini, il cristianesimo quella di nuovi crociati, la laicità un sistema a dir poco arrogante. Ma visto che per qualche motivo abbiamo rinunciato all’idea, l’unica risolutiva,  di usare le bombe nucleari tattiche per eliminare quelli che non la pensano come noi, sarebbe meglio se ci rassegnassimo a vivere insieme e quindi a cercare il solo sistema per farlo, rapportandoci quindi all’altro razionalmente. 

Il primo elemento sul quale convenire riguarda la nostra natura. E’ quella che definisce il carattere fondamentale della nostra libertà: se siamo monadi le nostre libertà saranno fondamentalmente individuali: se siamo animali che vivono in branco le nostre libertà decisive saranno sociali; Francesco ha trovato una definizione razionalmente ineccepibile da entrambe le scuole di pensiero; siamo esseri relazionali. Allora le nostre libertà personali non possono prescindere da quelle degli altri. Siccome non possiamo vivere da soli non possiamo accettare una libertà irriguardosa degli altri e dei nostri diritti.

Negli anni Settanta, dopo aver partecipato con convinzione alle grandi battaglie per i diritti civili Pier Paolo Pasolini ci avvertì: quelle erano battaglie sacrosante perché contro un blocco di potere clerico-fascista. Poi però il potere è cambiato, è diventato consumista. Mi sembra che ancora non lo abbiamo capito. Questo potere richiede un diverso modo di essere antagonisti. L’individualismo esasperato  di certe contestazioni contro “la dittatura sanitaria” ne è la migliore riprova. Sono contestazioni che vanno a braccetto con il nuovo potere. Ma chi pensa che nessuno possa discutere il mio diritto alla movida in tempi di pandemia se non il potere dei consumi? O forse era il “nero” il motivo di tante proteste? 

Una posizione razionale in questo campo non sarebbe difficile da trovarsi, tra responsabilità individuale e solidarietà sociale. Più complessa è la ricerca di una razionalità davanti a categorie astratte, come la satira. Chi può dire cosa sia? Nessuno in un paese libero può definirne i confini. Ma pochi ritengono satira lo slogan di certe curve “Oh Vesuvio lavali col fuoco” quando si gioca contro il Napoli. E chi ci dà il diritto di definire “razzismo” un ululato? Se lo definissi satirico verrei probabilmente irriso, ma allora questo vuol dire che la satira ha dei confini? No, vuol dire che esiste un senso comune e questo senso comune ci dice che quell’espressione non è satirica. Questo non vale per le vignette che irridono il sacro. Dire che noi siamo liberi perché non imponiamo limiti alla satira non risponde alla verità: non accettiamo di riconoscere come satiriche le orde razziste dei nostri stadi. Dunque? Dunque crediamo che la satira sia tale se espone un qualsiasi potere ai necessari raggi X, e le religioni certamente lo sono. E’ questo il vero motivo per cui non sentiamo possibile equiparare le vignette su Maometto ai cori razzisti. Con Maometto intendiamo esporre a satira non lui, ma una posizione radicatasi con il potere. Una vignetta che raffiguri Gesù che riporta nel polmone d’acciaio un uomo che esibisce la carta d’identità che lo dice nato nel 1800 non criticherebbe lui, ma una certa idea della fede. Lo potremmo ritenere ammissibile anche se discutibile, ma ovviamente riterremmo inammissibile uccidere per questo, difficilmente però porteremmo questa forma di satira davanti a tutti gli ospedali. Dunque è la reazione dei terroristi a farci insistere. Vogliamo riaffermare il nostro diritto. Ma proprio questa insistenza taglia l’erba sotto i piedi non tanto a chi non è terrorista ma vede con fastidio quelle vignette, può sempre rifiutarsi di guardarle, ma a noi: quale diritto vogliamo affermare? Quello di non cedere all’oscurantismo dei terroristi? Io dubito che i terroristi pensino all’oscurantismo, loro pensano, o sono guidati verso lo scontro di civiltà. Loro vogliono altre mille vignette per convincere altri settori di opinione pubblica islamica che noi siamo islamofobi. Se tornassimo all’essere relazionale che c’è in ognuno di noi vedremmo che né noi né i nostri vicini usciremo migliori da questa pregiudiziale. La migliore riprova di questo l’abbiamo, purtroppo, in un fatto paradossale: il paese che difende la libertà di satira sul sacro ha proibito ai credenti di indossare simboli religiosi. Dunque se io volessi uscire velato, ritenendolo una forma di satira, non potrei farlo, la mia satira sarebbe illegale, proibita da chi ritiene intoccabile la satira.             

Che tutto questo accada a Parigi o nei suoi dintorni è particolarmente grave per quel che Parigi culturalmente significa nel mondo e in particolare nel mondo arabo: libertà, uguaglianza, fraternità. Di queste, ha ricordato Paolo Branca, solo l’uguaglianza si può imporre per legge, davanti alla quale siamo tutti uguali. Ma il valore per il mondo arabo di Parigi è enorme, e non perché Macron ha firmato contratti per la vendita di armi con Arabia Saudita ed Egitto per 1, 6 miliardi e 1,1 miliardi. Che la satira in quei due Paesi non sia sacra è noto e dubito che quelle armi serviranno a proteggere il diritto alla satira di sauditi ed egiziani. Parigi è importante per quelle tre parole. 

Certamente si può ritenere che dallo scontro frontale, dallo scontro di civiltà, è già detto chi ci rimetterebbe, al di là dell’orrore incarnato dalla piaga del terrorismo. Ma questa pagina di Isaiah Berlin sul contrasto antico tra Francia e area tedesca potrebbe riguardarci: “I Francesi dominavano il mondo occidentale, sul piano politico e culturale come su quello militare. I Tedeschi, umiliati e sconfitti, e fra loro soprattutto quelli della Prussia orientale, tradizionalisti, religiosi, economicamente arretrati, sottoposti alle angherie dei funzionari francesi importati da Federico II, reagirono con uno scatto violento, come il ramoscello incurvato di cui parla la teoria del poeta Schiller, e si rifiutarono di accettare una loro presunta inferiorità. Scoprirono in se stessi qualità molto superiori a quelle dei loro tormentatori. Contrapposero la loro intensa vita spirituale, la loro profonda umiltà, la loro fede disinteressata nei veri valori- nei valori semplici, nobili, sublimi- alla mentalità dei Francesi, che apparivano ricchi mondani, ambiziosi, insinceri, superficiali, senza cuore, moralmente vuoti. Questo stato d’animo arrivò al parossismo durante la resistenza nazionale a Napoleone e fu invero il prototipo della reazione che abbiamo poi osservato in tante società arretrate, sfruttate o in ogni caso trattate con paternalistica condiscendenza, le quali, piene di risentimento per l’apparente inferiorità del loro status, si fanno forti guardando ai trionfi e alle glorie, reali o immaginarie, del loro passato, o agli invisibili attributi del loro carattere nazionale o culturale. Chi non può vantare grandi benemerenza politiche, militari o economiche, o una splendida tradizione d’arte o di pensiero, cerca conforto e vigore nella nozione di una libera e creativa vita interiore, una vita immune da vizi del potere o della raffinatezza mondana. C’è molto di questo negli scritti dei romantici tedeschi, e poi in quelli degli slavofili russi e di molti pungolatori dello spirito nazionale nell’Europa centrale, in Polonia, nei Balcani, in Asia e in Africa. Da qui, è per i popoli ossessionati da problemi d’inferiorità, il valore di un ricco passato storico, giacché questo sembra promettere un futuro ancor più glorioso. Se poi non si può invocare un passato del genere, la sua stessa assenza diventerà una ragione di ottimismo. Possiamo, oggi, essere primitivi, poveri, persino barbarici, ma la nostra stessa arretratezza è un sintomo della nostra giovinezza, della nostra inesausta forza vitale: siamo gli eredi del futuro, di un futuro in cui, nonostante la loro vantata superiorità odierna, le vecchie nazioni o in declino, logore e corrotte, non possono più sperare. […]”. Credo sarebbe preferibile trovare un approccio più razionale per pensare insieme il nostro futuro. 

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