COSE DELL'ALTRO MONDO

Riccardo Cristiano

Giornalista e scrittore

Il messaggio universale delle scuse ai Rom di Bergoglio

E’ un giorno da segnare su tutte le agende. A tanti anni di distanza da orrori dimenticati, è finalmente arrivato il giorno in cui un vescovo di Roma, Papa Francesco, ha chiesto perdono per le discriminazioni patite, anche da parte di cristiani, ai rom. Le atroci formi di discriminazione razziale che ci accompagnano fino ad oggi, 2 giugno 2019, dimostrano quanto attuale e importante sia stato questa sorta di “mea culpa” di Jorge Mario Bergoglio. Ma per parlarne correttamente e compiutamente occorre inquadrarle nel contesto del viaggio rumeno del vescovo di Roma seguito di pochi giorni a un altro viaggio in Europa orientale, quello in Macedonia e Bulgaria. Perché? Perché è importante capire come Bergoglio abbia deciso di portare avanti in questa fase il suo servizio alla vicendevole comprensione, presupposto per un’unità dei cristiani che non miri a uniformare, come certa globalizzazione, ma a unire nel rispetto delle storie e delle diversità. E se bisogna unire nel rispetto delle diversità come dimenticarsi dei rom, l’unico popolo che rivendica di essere popolo senza rivendicare un territorio. Le vittime dei nazisti di cui non si parla, ma soprattutto le vittime del nostro perdurante pregiudizio. Il pregiudizio è quello che impedisce l’incontro, il riconoscimento del fratello, criminalizza un popolo intero. Per questo le scuse ai Rom assumono un significato particolare se inserite nel contesto importantissimo di questi viaggi e non soltanto nel contesto di un perdurante disprezzo. 

Siamo dunque nel cuore del cristianesimo poliedrico di Jorge Mario Bergoglio, esempio per un mondo non uniformato, ma unito nella poliedricità. Quello del Papa è dunque un servizio religioso ma non solo, perché difficilmente si potrà dubitare che di tutto l’Europa, questa Europa, abbia bisogno piuttosto che di una conflittualità cristiana o inter-cristiana. Eppure questa conflittualità non solo potrebbe esserci, ma c’è, come dimostra lo scisma ortodosso dopo il riconoscimento da parte del patriarcato ecumenico di Costantinopoli dell’autocefalia della Chiesa ortodossa in Ucraina. Che una chiesa di così tanti milioni di persone avesse quasi automaticamente diritto a una Chiesa autocefala sembra scontato, ma non per Mosca, che conserva, complesso negarlo, un approccio imperiale. In questo contesto lasciare Mosca alle sue spinte estreme sarebbe un drammatico errore. Ma certo è un mondo ortodosso scosso da divisioni e a dir poco frizioni quello che vive oggi, maggioritariamente, nell’est europeo. E a questa ortodossia il Vaticano ha deciso di offrire una nuova Ostpolitik, basata su un approccio di vicinanza a tutti. Forse il prodotto di questa vicinanza si vede bene oggi, dopo che il vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica ha visitato la Macedonia, dove la Chiesa ortodossa locale non viene riconosciuta da quella serba, la Bulgaria, dove è stato lasciato da solo e in silenzio nella cattedrale di Sofia per la paura dell’altro che domina gli integralisti, e ora la Romania, dove la memoria di quella visita solitaria e silenziosa ha reso fortissima ed evidente la scelta di segno opposto del patriarca romeno, che lo ha accolto in cattedrale rivolgendogli tramite il patriarca un discorso molto importante. Averle visitate tutte e tre, senza alcuna interferenza nelle dispute interne ma dimostrando rispetto per tutti, è forse la sintesi migliore dell’Ostpolitik vaticana, equivicina si potrebbe dire.

Nella retorica dell’ortodossia fedele ai rigori di Mosca, la famiglia è un caposaldo del no a qualsiasi rapporto con la società secolarizzata. Un approccio rigido che può creare rigore, ma che il patriarca rumeno, rivolgendosi a Bergoglio, ha magistralmente rispettato privandolo però di toni duri, di condanna per capirci, e integrandolo con la cura per gli ultimi, per gli svantaggiati, per gli altri. Il papa da parte sua ha saputo offrire a questa visione una proiezione umana e cristiana continentale, parlando di radici cristiane da rinsaldare respingendo quella cultura dell’odio che minaccia il continente dall’interno. Non è un compito facile quello che si è dato il vescovo di Roma. Non scegliere i più prossimi alla sua sensibilità come unici amici evita che i settori più identitari del frammentato mondo ortodosso scivolino verso sciovinismo e magari ostilità al cattolicesimo. Questa cura assidua, accorta, riguardosa del passato complesso e sofferto di questo cristianesimo che è stato ferito, perseguitato, si unisce alla cura per chi dimostra apertura, offrendogli anche l’opportunità di un esprimere la propria sensibilità senza chiedere, senza pretendere. Si potrebbe dire, forse, “accompagnando”. 

Le Chiese cattoliche e greco-cattoliche che vivono nell’est europeo trovano così un ruolo di incontro, di avvicinamento, ma non di contrapposizione, e questo non è facile soprattutto nei punti di attrito, ma è importante per non dare alla grande Europa l’incubo di confrontarsi anche con un altro muro. Diviene così importantissimo il discorso che Jorge Mario Bergoglio ha pronunciato davanti ai suoi fratelli ortodossi. Cosa ha detto? Ha ricordato le persecuzioni del passato, i martiri del tempo sovietico, quando i cristiani erano vittime di un regime ateo. Ha ricordato i sette vescovi cattolici vittime del comunismo che beatificherà domani per poi aggiungere che parlano all’oggi: “ il loro esempio sta oggi davanti a noi e alle nuove generazioni che non hanno conosciuto quelle drammatiche condizioni. Ciò per cui hanno sofferto, fino a offrire la vita, è un’eredità troppo preziosa per essere dimenticata o disonorata» Disonorata? E perché? : Perché c’è «un senso dilagante di paura che, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura e di odio. Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una “cultura dell’odio”, di una cultura individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista. Essa presenta spesso come via di sviluppo ciò che appare immediato e risolutorio, ma in realtà è indifferente e superficiale». Questo cuore fortissimo del discorso ai fratelli si incontra con quello alle autorità politiche, sollecitate a ricordarsi che la finalità più nobile della Stato è il bene comune, quello per cui ognuno è chiamato a rinunciare a qualcosa, di visione o interesse, per l’altro.  L’epoca democratica per la Romania ha significato libertà, pluralismo ma anche emigrazione per tanti:  e ha reso omaggio «ai sacrifici di tanti figli e figlie della Romania che, con la loro cultura, il loro patrimonio di valori e il loro lavoro, arricchiscono i Paesi in cui sono emigrati, e con il frutto del loro impegno aiutano le loro famiglie rimaste in patria». Sappiamo vedere nei migranti un arricchimento? Se sappiamo farlo sapremo anche sottrarci alla cultura dell’odio. L’ecumenismo di Bergoglio parte dalla consapevolezza del passato per proiettarsi nell’oggi e nelle sfide che crea per domani.  

E infatti il giorno conclusivo del suo viaggio ha oscillato tra passato e presente così tanto da rendere legittima la domanda: il cuore di questa giornata conclusiva è stato nella beatificazione dei sette vescovi martiri della dittatura asservita ai sovietici o nel mea culpa pronunciata davanti ai rom? Forse questi due eventi sono stati i due polmoni del viaggio rumeno del papa, indispensabili a far respirare il cuore di questo pellegrinaggio rumeno che si è percepito quando il papa ha avvertito:  “la fine del mondo arriverà quando non ci sarà più amore”. E allora i due eventi del giorno, la beatificazione e l’incontro con i rom, non possono che partire da questo annuncio, che ha seguito un ammonimento pronunciato già al primo mattino. Bergoglio infatti ha aperto la sua giornata avvertendo non certo soltanto i romeni, ma tutti noi: “ il peggio viene quando non ci saranno sentieri dal vicino al vicino, quando vediamo più trincee che strade”. Eccolo il momento in cui si vedrà la fine del mondo. Chiusi ciascuno nella sua trincea come potremo amare qualcuno? 

Non è difficile capire che il papa dell’inquietudine, il papa che ha detto che solo l’inquietudine, un atteggiamento inquieto verso la vita e il prossimo può darci pace, non parla di un giorno teorico, ma di questo nostro tempo, che dobbiamo cambiare pensando al prossimo come a un fratello, non a scavare trincee. Poi la beatificazione. E’ un momento che parla a cattolici e ortodossi perché tutto il cristianesimo in questa terra è stato perseguitato. Facile parlare di persecuzione comunista, ma il papa è più accurato, preciso, profondo, e parla di persecuzione da parte del totalitarismo ateo. E ricordando questa eredità lasciata dal regime di allora e dalle sue vittime  chiede al popolo cattolico della Transilvania di essere testimone di libertà e misericordia. La libertà per la quale si sono sacrificati i martiri di ieri, la misericordia con la quale hanno vissuto, senza mai una parola d’odio, neanche per i persecutori. E visto che di cultura dell’odio aveva parlato ieri, l’attualità dei sette martiri diviene chiara, evidente. Ma Papa Francesco non vuole che tutto sia sotto traccia, riconducibile a un filo unico solo ricostruendo i vari pezzi del suo messaggio-mosaico. E così esplicita questo riferimento all’odio di oggi, di questo tempo, facendo presente che la dittatura materialista, atea di ieri può tornare sotto altre forme: “anche oggi riappaiono nuove ideologie che, in maniera sottile, cercano di imporsi e di sradicare la nostra gente dalle sue più ricche tradizioni culturali e religiose. Colonizzazioni ideologiche che disprezzano il valore della persona, della vita, del matrimonio e della famiglia  e nuocciono, con proposte alienanti, ugualmente atee come nel passato, in modo particolare ai nostri giovani e bambini lasciandoli privi di radici da cui crescere; e allora tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati, e induce le persone ad approfittare delle altre e a trattarle come meri oggetti. Sono voci che, seminando paura e divisione, cercano di cancellare e seppellire la più preziosa eredità che queste terre hanno visto nascere. Penso per esempio all’Editto di Torda del 1568, che sanzionava ogni sorta di radicalismo promovendo – uno dei primi casi in Europa – un atto di tolleranza religiosa. Vorrei incoraggiarvi a portare la luce del Vangelo ai nostri contemporanei e a continuare a lottare, come questi Beati, contro queste nuove ideologie che sorgono. Possiate essere testimoni di libertà e di misericordia, facendo prevalere la fraternità e il dialogo sulle divisioni.” 

Dunque testimoni di libertà e misericordia, non di odio e trincee, di quella cultura che sembra incantarci come le antiche sirene, paralizzandoci, mentre la musica di Dio ci insegna a camminare insieme. I toni lirici, poetici, in papa Bergoglio sono stati presenti anche in Transilvania, questa terra famosa per i vampiri, il loro vivere del sangue degli altri, e dove il papa della fratellanza non poteva parlare di fratellanza anche con loro, i rom, incontrati nel pomeriggio prima di ripartire. L’eccezione dei rom, l’unico popolo che rivendica di essere tale, cioè di essere una nazione, senza rivendicare un territorio, è tornare a colpire grazie a un passaggio pronunciato con estrema forza da Francesco. Incontrandoli infatti il papa esordito dicendo di aver “desiderato stringere le vostre mani, mettere i miei occhi nei vostri, farvi entrare nel cuore, nella preghiera, con la fiducia di entrare anch’io nella vostra preghiera e nel vostro cuore». Era l’ora dell’affondo pieno di verità storica. “Nel cuore porto però un peso. È il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”. La storia “ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male. Vorrei chiedere perdono per questo” Il perdono oggi più importante per i vento anti-gitano che torna prepotente. “perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità”. Ricordando le persecuzioni naziste forse era giusto partire da qui, per l’odio diffuso verso questo popolo al quale il vescovo di Roma ha detto:  “A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori”.

E’ evidente che la memoria del passato serve a navigare nel turbinoso presente, non a chiudersi in revanscismi. Capire, camminare insieme, pellegrinare nella vita con gli altri, fare di questo incontro con i propri fratelli un sinodo permanente della vita. E’ questo il messaggio inquieto davanti alle trincee montanti della storia presente.

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