Tatari di Crimea, le migrazioni
di un popolo unito nella diaspora

“La storia della mia famiglia è anche quella del mio popolo, e la data del 18 maggio 1944 è una delle più dolorose, per tutti noi”. Lidia Tanatar è un medico e vive a Istanbul, dove ha deciso di emigrare dopo essere nata e cresciuta in Uzbekistan da una famiglia di tatari di Crimea. Attivista dell’associazione che promuove la cultura e le tradizioni fra la diaspora, racconta la deportazione del 1944, quando la nonna fu costretta a lasciare la sua terra d’origine insieme alle due figlie piccole. “I miei genitori sono nati ad Alushta, una città sulla costa meridionale della Crimea, e prima che l’esercito tedesco occupasse la penisola – spiega – nel 1941 tutti gli uomini maggiorenni erano stati arruolati nell’esercito sovietico e mandati in guerra, compresi mio nonno e suo fratello. In Crimea erano rimasti solo donne, bambini, anziani e persone con disabilità. Quella notte i soldati russi fecero irruzione in casa di mia nonna, che allora aveva 34 anni, le diedero un quarto d’ora per prendere gli effetti personali e poi la portarono con le bambine al punto di raccolta. L’indomani erano su un treno, in un vagone merci, stipate con altre cento persone. Molte di queste, soprattutto bambini e anziane, morirono di stenti durante il viaggio. Dopo 21 giorni, i sopravvissuti scoprirono di essere arrivati a Fergana, in Uzbekistan”.

La deportazione del 1944 ha segnato la storia dei tatari di Crimea: si calcola che in soli due giorni almeno 200mila persone furono obbligate a partire, mentre nella penisola venne avviata una politica di rimozione delle tracce di questo popolo, dalla sostituzione con nomi russi dei nomi originari dei centri abitati, alla distruzione di scuole, biblioteche e moschee.

“I tatari di Crimea sono stati portati via dalla propria terra col pretesto di aver collaborato con i tedeschi – spiega Filiz Tuktu Aiydın, docente del dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Scienze Sociali di Ankara – mentre la Crimea venne declassata a regione amministrativa e affidata all’Ucraina sovietica affinché ne gestisse l’economia. Della deportazione si seppe diversi anni dopo, ma solo con il crollo dell’Unione Sovietica per i tatari è stato possibile pensare di poter tornare alla terra d’origine, un diritto che per 45 anni era stato loro negato”.

 

Una diaspora antica

Il legame fra i movimenti dei tatari di Crimea e le politiche espansionistiche della Russia non ha origine durante la Seconda Guerra Mondiale, ma quasi due secoli prima, durante l’Impero di Caterina II. È il 1783 quando il Khanato di Crimea, uno dei territori nati dall’impero turco-mongolo dell’Orda d’Oro, viene annesso all’Impero russo. Da allora, a seguito delle pressioni economiche e culturali, comprese la confisca delle terre e la distruzione delle moschee, i tatari cominciano a lasciare la Crimea, e molti di loro scelgono di stabilirsi nei territori dell’Impero ottomano, prima nella regione costiera del Mar Nero e poi in Anatolia, dove nel 1923 nasce la Repubblica turca. Un secondo grande esodo si verifica negli anni Sessanta dell’Ottocento, a seguito della Guerra di Crimea, quando altri 300mila tatari lasciano la penisola – circa un terzo della popolazione – finché gli abitanti rimasti cominciano a rifiutare l’emigrazione e creano un movimento di modernizzazione che abbraccia tutte le minoranze di fede musulmana dei territori dell’Impero russo.

 

La presenza in Turchia

Alla proclamazione della Repubblica turca, dopo la fine dell’Impero ottomano, un decimo della popolazione è formato da tatari di Crimea che, come altri gruppi etnici musulmani (turcomanni e circassi), hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità della Turchia moderna. Oggi i discendenti dei tatari di Crimea nati in Turchia si identificano come diaspora e sono fra i tre e i cinque milioni di abitanti, concentrati nelle province di Ankara, Istanbul, Eskişehir e Adana.

“Sono arrivata in Turchia per ricongiungermi ai parenti che erano già migrati qui – ricorda Lidia Tanatar – dopo che nel 1992 avevo tentato di ristabilirmi in Crimea, dato che finalmente ci si poteva tornare. Mia sorella e mio cognato ci andarono per primi: delle proprietà dei tatari non era rimasto nulla; vivevano tutti in tende, in condizioni terribili. Quando arrivai, tutto ciò che avevo era una piccola stanza nella loro baracca. Cominciai a lavorare come medico all’ospedale cittadino, ma non c’erano mezzi di trasporto e gli stipendi venivano pagati di rado. In quel periodo molti iniziarono a pensare di trasferirsi in Turchia, dove c’era già una diaspora storica numerosa, ed è stata anche la mia scelta”.

Ancora oggi la più grande comunità di tatari di Crimea al mondo è proprio quella che si trova in Turchia. “I tatari di Crimea sono un popolo turcofono, quindi hanno grandi affinità con i turchi, e anche se la loro storia è differente, la lingua è molto simile e condividono la stessa religione – spiega Hakan Kirimli, direttore del Centro per gli Studi Russi della Bilkent University di Ankara e autore del libro National Movements and National Identity among the Crimean Tatars. “E potremmo dire che per ogni tataro che vive in Crimea, ce ne sono dieci o quindici che vivono in Turchia – prosegue –, si tratta di una situazione anomala, conseguenza della storia tragica degli ultimi due secoli, dall’invasione russa della Crimea del 1783 in poi. Da allora ci sono state diverse ondate migratorie più o meno numerose e i tatari si sono insediati in diverse parti dell’Impero ottomano, inclusi i territori delle attuali Romania e Bulgaria, e alcune zone della Siria. La diaspora in Turchia ha cercato di dare voce ai tatari rimasti all’interno dell’Unione Sovietica, e oggi nei territori dell’est Ucraina e della Crimea sotto occupazione della Federazione Russa”.

Le organizzazioni della diaspora

Il paese ospita più di quaranta associazioni che fanno capo alla diaspora tatara di Crimea, e che cercano di fare da ponte tra chi vive ancora nella penisola e chi si è costruito una vita all’estero. Il più grande centro che ospita la Fondazione e l’Associazione dei tatari di Crimea nel Paese si trova ad Ankara ed è stato realizzato grazie ai contributi della diaspora e del governo turco. Si tratta di un punto di riferimento per l’attivismo, le attività culturali e la solidarietà, dato che oggi accoglie non solo un ristorante, una palestra e una sala di musica, ma anche degli alloggi messi a disposizione dei nuovi immigrati che hanno lasciato la Crimea dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

“Lavoriamo affinché il nostro patrimonio linguistico, storico, culturale e musicale non vada perduto nonostante la diaspora che il nostro popolo ha vissuto e continua a vivere oggi – racconta Mükremin Sahin, presidente dell’Associazione dei tatari di Crimea ad Ankara – e il progetto al quale ci stiamo dedicando è quello di una scuola online per allargare le possibilità di insegnamento a tutti i tatari presenti nei Paesi della diaspora. Il nostro ruolo è anche quello di aiutare le persone rimaste in Crimea, di fare informazione laddove c’è tanta propaganda”.

“Organizziamo incontri pubblici per spiegare cosa succede ai tatari che sono ancora in Crimea, vittime di discriminazioni e che non possono esporsi, pena l’arresto”, aggiunge Tuncer Kalkay presidente della Fondazione dei tatari di Crimea, l’organizzazione “gemella” che condivide con la Fondazione la sede e gli intenti, ma che ha un ruolo più specifico, di rappresentanza politica all’estero: “Sin dall’inizio della guerra in Ucraina abbiamo protestato più volte davanti all’ambasciata russa, e continuiamo a farlo per la liberazione dei tanti prigionieri politici. Per i detenuti abbiamo anche dato vita a una campagna di solidarietà invitando a scrivere delle lettere che poi riusciamo a far recapitare in carcere.”

 

L’annessione russa del 2014, preludio di una nuova diaspora

Ma come è stata possibile la più recente annessione russa della Crimea, ormai 12 anni fa? Secondo la professoressa Filiz Tuktu Aiydın c’è stata una lunga preparazione, a partire dall’elezione di Viktor Yanukovich alla presidenza dell’Ucraina e dall’utilizzo della minoranza russofona per coinvolgere Kyiv nel ripristino dell’egemonia russa nell’area ex sovietica, parallelamente all’avvio di una campagna “anti-islamica” contro i tatari di Crimea. “Il discorso russo si è concentrato sulla presunta volontà popolare della maggioranza russa – dice Tuktu Aiydın – e l’uso massiccio della propaganda, oltre alle pressioni per favorire un referendum illegittimo, ha fatto il resto. Gli unici a sfidare il piano di Putin sono stati i tatari, ma non è bastato, e dopo l’annessione il governo di Mosca ha messo al bando il Mejlis, il locale parlamento tataro, che dal 1991 svolgeva un ruolo di raccordo fra le istanze della comunità della penisola e il governo ucraino”.

Dal 2014 in poi, la Russia ha avviato in Crimea una politica di reinsediamento di quasi un milione di cittadini russi, e la penisola è poi diventata un’estesa postazione militare cruciale nella guerra contro l’Ucraina. “L’occupazione del 2014 è stata un duro colpo per i rimpatriati, che hanno combattuto a lungo per poter tornare nella terra d’origine dove erano ripartiti da zero – dice Bulent Tanatar, caporedattore di Emel, storica rivista dei tatari di Crimea della diaspora fondata nel 1930 – perché si sono trovati di fronte a un bivio: essere privati della libertà e restare, oppure fuggire e ricominciare da capo, ancora una volta”.

 

 

Tutte le immagini sono state fornite da Ilaria Romano. Ogni diritto di riproduzione è riservato. 

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