Il Pd? Niente languori e analizzi
la sua malattia culturale

PD buio

La discussione avviata nel PD, all’indomani della sconfitta, assomiglia a un seminario tra sonnambuli, che saltano da un tetto all’altro.

Molto personale sanitario si sta affollando al capezzale del PD, compresi parecchi opinionisti embedded, gli stessi che soffrono della stessa malattia del paziente e che, talora, hanno contribuito ad aggravarla.

Eppure la diagnosi è semplice: si tratta di malattia culturale o, usando un aggettivo più impegnativo, ideologica. Sì, la crisi del PD è la crisi verticale di “una visione del mondo”. Vero è che Wittgenstein raccomandava di andare al cinema a chi volesse godere di una “visione del mondo”. Ma un partito ha bisogno di andare al cinema, se per “visione” si intenda la capacità di interpretare la realtà del mondo globale e la struttura della società in cui opera e di raccogliere attorno a sé energie intellettuali e qualche passione. La visione è pur sempre una guida per l’azione. Ogni partito è  “un partito d’azione”, ma la cultura politica ne è il motore. Dal quale escono ormai solo sbuffi di fumo.

E poiché il PD si autodefinisce di sinistra, essendo frutto di una fusione tra i post-PCI e la sinistra post-DC – dei post-PSI vi sono scarse tracce – è necessario verificare che cosa voglia dire “sinistra”. Della quale si danno nella storia molte versioni. La sinistra post-PCI è erede del vecchio PCI, dentro il quale già si affrontavano almeno cinque versioni/sfumature diverse: quella leninista pura, filosovietica, alla Pietro Secchia e poi alla Cossutta; quella leninista temperata dal gramscismo, che fu del Togliatti filosovietico e autonomista; quella di Enrico Berlinguer, a-sovietica; quella riformista di Amendola, di Chiaromonte, di Macaluso e di Napolitano; quella neo-comunista luxemburghiana di Ingrao e di Rossanda e Magri. Anche nella sinistra post-DC le sfumature non mancavano: una sinistra sociale, già fanfaniana poi donat-cattiniana, una sinistra dossettiana, più attenta alle questioni dello Stato, una sinistra tecnocratica, quella della Base di Marcora. Ultimo suo erede Bruno Tabacci. È stato detto, con non celata acredine, da Massimo D’Alema che la fusione delle due sinistre post-PCI e post-DC si è risolta in un amalgama mal riuscito. In realtà, l’amalgama è riuscito benissimo. Il guaio è che l’impasto è irrancidito, perché i suoi ingredienti hanno superato la data di scadenza.

Per uscire di metafora…

I post-comunisti non hanno mai sciolto l’ambiguità di fondo della loro concezione del mercato e del capitalismo. Come ha spiegato una volta per sempre il Manifesto di Karl Marx, se il mercato pre-esisteva da sempre al modo di produzione capitalistico, quando questo si è impadronito della forza-lavoro umana, trasformandola in merce per il mercato, ha messo in movimento una potenza antagonistica, il proletariato. Il quale si è costituito come classe e si è ribellato, perseguendo, sotto la guida intellettuale dello stesso Marx, l’idea dell’abolizione del mercato capitalistico stesso. La ricetta è nota: la statizzazione dei mezzi di produzione, togliendoli alla proprietà privata dei capitalisti. Lenin ha perfezionato il disegno: per statizzare efficacemente occorre che il proletariato conquisti lo Stato politico e amministrativo e lo diriga con mano ferrea e unica. Donde dittatura del proletariato e la dittatura del partito. Il partito socialdemocratico tedesco, invece, aveva pensato a una conquista democratica dello Stato e Gramsci in Italia aveva insistito molto sull’occupazione delle “casematte della società civile”, senza perciò abbandonare, diversamente dai socialdemocratici, il fine ultimo della dittatura degli operai e dei contadini. Tutto ciò sta oggi alle spalle della sinistra post-PCI.

Il PCI ha prima praticato poi anche teoreticamente accettato la democrazia liberale. In questo quadro, il ruolo del proletariato viene ridimensionato a “funzione nazionale della classe operaia”, destinata a svanire a poco a poco, anche a seguito delle radicali trasformazioni dell’apparato produttivo, della crisi delle grandi fabbriche, della delocalizzazione su scala globale.

Con i riformisti/miglioristi si è anche spinto ad accettare, su suggerimento di Olaf Palme, il capitalismo come la pecora che si deve tosare, ma non sgozzare.

Storia dietro le spalle, ma è rimasto qualcosa di irrisolto, un grumo sul fondo: il mercato capitalistico è un dato di fatto e una triste necessità. Perché riduce l’essere umano a merce e sviluppa le peggiori pulsioni animali nella società. Se i proprietari dei mezzi di produzione – vulgo, i padroni – generano ricchezza, si può/si deve, attraverso la conquista democratica dello Stato, requisirne parte per rimediare ai guasti sociali che la produzione della ricchezza provoca. I capitalisti producono ricchezza, i proletari lottano per averne una parte come giusta mercede, lo Stato democratico ne pretende un’altra parte, attraverso il fisco, e la redistribuisce sotto forma di servizi. Dunque, la frontiera della sinistra non è lo sviluppo delle forze produttive – che Marx affida momentaneamente alla borghesia proprietaria dei mezzi di produzione, nell’attesa di espropriarla – ma il Welfare. Soltanto la corrente riformista/migliorista di Amendola-Napolitano e oggi quella liberal si pone il problema dello sviluppo delle forze produttive. Per il PD la politica si gioca esclusivamente tra Welfare e diritti. Il resto è appaltato a Landini.

La via della sinistra post-DC parte anch’essa da lontano, dall’’800, ed è tutt’altra. Ispiratore  della dottrina sociale del mondo cattolico e della Chiesa, prima ancora che nasca la DC, è Giuseppe Toniolo, sociologo ed economista cattolico, formatosi alla scuola dell’Unione internazionale di studi sociali di Friburgo, promossa dal cattolicesimo sociale di Mons. Ketteler, contro il quale Bismarck lanciò il Kulturkampf. Secondo Toniolo, le classi sociali devono collaborare e a ciascuna deve essere equamente riconosciuto uno spazio sociale e politico. È la teoria del corporativismo. Questa dottrina diventò ufficiale nell’Enciclica Rerum Novarum del 1891. La parola che segue “rerum  novarum” è “cupiditas”. Si parte, cioè, da una critica al desiderio delle novità – oggi diremmo “nuovismo” – rappresentate dall’insorgenza crescente del movimento operaio socialista. In alternativa al classismo spinto del PSI, che sarà fondato un anno dopo, l’Enciclica propone la collaborazione tra le classi sociali. Questa impostazione originaria, combinata con il principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, che sarà successivamente formulato nella Quadragesimo Anno di Pio XI del 1931, ha fornito l’infrastruttura culturale al Partito popolare di don Sturzo nel1919 e alla Democrazia cristiana di De Gasperi nel 1943. Fu a Camaldoli, che dal 17 luglio al 23 luglio 1943 si riunirono gli intellettuali cattolici – Fanfani, La Pira, Dossetti, tra gli altri – sotto l’egida di Mons. Montini per mettere a punto l’identità culturale e programmatica della futura DC. Il cosiddetto “Codice di Camaldoli” riprende l’antico filone social-corporativo, integrato dall’adesione alla democrazia liberale-rappresentativa, senza tuttavia recuperare sul piano istituzionale la rappresentanza fascista per corporazioni. Anche se La Pira provò a proporre nell’Assemblea costituente l’istituzione di una terza Camera delle corporazioni. Il suo residuo oggi è lo CNEL! Il Codice di Camaldoli recuperò anche l’intervento fascista dello Stato in economia. La teoria economica dominante fu quella di Beveridge e di Keynes.

Date queste storie culturali così diverse, quale è stato il punto d’approdo, dopo le metamorfosi del PCI successive al 1989 e la dissoluzione della Democrazia cristiana? L’approdo è lo Stato-Welfare, alimentato da un debito pubblico crescente, degenerato nella difesa corporativa e assistenzialistica degli insider e dei dipendenti pubblici – siano essi impiegati, magistrati o insegnanti – e  l’incapacità di trasformare l’intervento dello Stato in uno dei motori dello sviluppo.

Dove per “intervento dello Stato” non si intende qui lo Stato imprenditore, previsto dal Codice di Camaldoli e ampiamente praticato nel corso della Prima repubblica, ma una riforma dello Stato, inteso come Pubblica Amministrazione, Giustizia e Scuola. Uno Stato bloccato in queste tre aree non è in grado di costituire un contesto favorevole allo sviluppo delle forze produttive umane, che già Marx considerava le forze motrici dello sviluppo. Per fare solo un accenno: la riforma del sistema istruzione e di educazione è parte essenziale di una politica di sviluppo. Se invece prevale l’approccio corporativo e si difendono gli interessi immediati degli insegnanti, non si fa nessuna politica industriale né di sviluppo civile del Paese. Se prevale l’approccio corporativo, se si difendono gli interessi immediati degli addetti, la politica sociale e salariale si riduce a distribuire fette sempre più piccole della torta, senza porsi il problema di farne una più grande: il debito pubblico cresce, la lotta tra i più poveri si acuisce, la Amazon generation, la Deliveroo generation se ne stanno alla larga, e, alla fine, anche il mitico proletariato se va per altri lidi. Oggi il PD é solo il quarto partito in ordine di preferenze degli operai. Scendono in piazza con Landini, vanno alle urne con Meloni e Salvini.

Se a questo si aggiunge l’ideologia dell’egualitarismo pauperistico, l’effetto finale è la stagnazione economica, professionale e culturale della società italiana. E il degrado dello spirito pubblico, dovuto all’analfabetismo funzionale, all’ignoranza totale da parte dei giovani della storia del Paese.

L’altro grande pilastro della visione sgualcita del PD è quello che riguarda l’assetto istituzionale della democrazia italiana.

Al PD la Costituzione va bene così com’è. Non pare sfiorato dall’idea che tanto si deve difendere la Prima parte della Costituzione con i suoi quattro Titoli tanto si deve rivedere la Seconda parte, con i suoi sei Titoli. I principi e i valori sono “eterni”, gli istituti in cui si incarnano no.

Una Costituzione in cui il governo è debole, il Parlamento duplicato, i partiti convitati di pietra della democrazia condanna il Paese all’ingovernabilità e all’instabilità e rende cittadini sempre più inutili. Donde la crescita dell’astensionismo.

Ciò cui non si vuole rinunciare è, in realtà, il primato dei partiti rispetto alle istituzioni universali. Si tratta di un primato legibus solutus, la cui giustificazione storica risiede nel CNL del 1943 e nell’opera di ricostruzione della società civile e dello Stato che i partiti hanno svolto dal 1943 fino alla fine degli anni ’50. È una rendita largamente esaurita, almeno dalla fine della Prima repubblica, che è finita proprio perché la rendita era finita.

Questo assetto è contestato da tempo. Innanzitutto dall’interno: i movimenti populisti sono un prodotto interno del sistema dei partiti, che si sono trasformati in autocrazie, in scatole nere.

Ma è soprattutto sul piano europeo e globale che questo assetto istituzionale non mette in grado il Paese di contare per quanto è in grado e vale.

In ogni caso, il conservatorismo del  PD è riuscito a regalare alla Destra la bandiera dell’innovazione istituzionale.

Altro resterebbe da dire circa le oscillazioni della cultura politica del PD circa la pace e la guerra, la Nato, l’Europa e l’Ucraina, quali si sono manifestate negli ultimi mesi in documenti, ispirati da un pacifismo retorico, soprattutto di origine cattolica e ecologista.

Bastano, in ogni caso, queste scarne notazioni per segnalare che il PD potrà essere “rifondato”, come si afferma con eterna retorica di ritorno, solo se scioglie i nodi sopra illustrati.

Affiora in questi giorni in un documento firmato da Rosy Bindi ed altri la proposta dello scioglimento del vecchio amalgama così da renderne più facile uno nuovo.  Si può solo osservare che non è la forma del puzzle in questione, ma la consistenza culturale delle tessere che lo compongano. I bivi aggirati nei decenni precedenti, frequentando pigre scorciatoie, si ripresentano di nuovo davanti al PD nei termini più semplici ed elementari: riformisti o massimalisti, sinistra liberale, socialista-liberale, liberal-socialista o vetero-statalista, vetero-corporativa, vetero-egualitaria, vetero-pacifista?

Hic Rhodus, hic salta!

Foto: Le telecamere dei giornalisti nella sala stampa vuota della sede del Partito Democratico il 25 settembre 2022 (T. Fabi/ AFP).

 

 

 

 

 

 

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