Osman Kavala: arresto esemplare contro la democrazia

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In Turchia, a poco meno di un anno mezzo dal tentato golpe, la situazione politica e sociale non smette di essere molto critica. La morsa nei confronti dell’opposizione e della società civile che, nonostante tutto, continua a battersi per la difesa dei diritti democratici, si stringe di giorno in giorno. Lo stato di emergenza permette arresti con capi d’accusa sommari, custodie cautelari che si protraggono per settimane se non mesi, interdizioni a lasciare il territorio. Sono misure che si applicano indiscriminatamente e, dopo l’ondata di dimissioni coatte che ha coinvolto tutti i settori dell’amministrazione pubblica, l’attacco costante contro accademici e giornalisti, risultano ancora più inquietanti i provvedimenti presi contro figure chiave del dialogo civile e interculturale in Turchia. Osman Kavala è una di queste. Imprenditore ma soprattutto promotore delle più interessanti ed efficaci iniziative politiche e sociali a favore dei diritti umani e contro le discriminazioni nei confronti delle minoranze (armeni e curdi in particolare), subito dopo il colpo di Stato militare del 1980 ha fondato con Murat Belge, grande intellettuale e studioso dei processi culturali e politici turchi, la prestigiosa casa editrice Iletisim. Nel corso degli anni ha presieduto o ha ricoperto ruoli rilevanti nei consigli di amministrazione di numerose organizzazioni, tutte note per essere sempre in prima fila per la difesa dei diritti umani e per la riconciliazione tra parti sociali: la Fondazione turca per la storia (Tarih Vakfı), l’ong Helsinki Yurttaşlar Derneği, la Fondazione turca per gli studi sociali ed economici (TESEV), l’Open Society Institute e la Casa della Cultura di Diyarbakır. Il palazzo di sua proprietà, noto come Cezayir, non è solo un ristorante ma uno spazio che è sempre stato aperto per incontri e dibattiti sul genocidio armeno, sulla questione curda, sui rapporti tra società civile e Unione europea e nel giugno 2015 è stato il luogo in cui Selahattin Demirtaş, co-leader del partito HDP, in carcere da un anno, incontrò i suoi elettori dopo il sorprendente successo elettorale alle politiche. Dal 2002 Kavala è inoltre a capo del consiglio di amministrazione di Anadolu Kültür, un’organizzazione culturale no-profit che egli stesso ha contribuito a fondare con l’obiettivo di unire il mondo dell’imprenditoria, dell’arte e della società civile per favorire lo scambio culturale e artistico tra le diverse regioni del paese e con l’estero. Un impegno continuo profuso per promuovere un concetto di cittadinanza e identitario aperto, plurale, comprensivo della diversità culturale presente nel paese. Grazie ad Anadolu Kültür, infatti, nel corso di questi anni sono state numerose le attività intraprese per incoraggiare il dialogo tra turchi e armeni, per valorizzare il patrimonio artistico e culturale della regione sudorientale, prevalentemente abitata da curdi.

Osman Kavala era di ritorno da Gaziantep, città nell’Anatolia meridionale dove si era recato per un progetto da realizzare in collaborazione con il Goethe Institut, quando è stato fermato all’aeroporto di Istanbul ed essere quindi trattenuto per 13 giorni. Dopo un’udienza in tribunale, lo scorso 1° novembre è stato definitivamente arrestato con le accuse gravissime di aver cospirato per rovesciare il governo turco e abolire l’ordine costituzionale. In sostanza Osman Kavala è accusato di aver avuto un ruolo determinante nel tentato colpo di stato del 15 luglio 2016 e di avere contatti con Fethullah Gülen, il leader religioso a capo del movimento omonimo, oramai denominato FETÖ e considerato una pericolosissima organizzazione terroristica, riconosciuta da Erdoğan e dal governo come mandante del fallito golpe.

L’accusa contro Kavala, che non si basa su prove concrete, non diversamente da quanto è accaduto per i giornalisti di Cumhuriyet o scrittori come Ahmet Altan, è giunta dopo una campagna diffamatoria nei suoi confronti che nei giorni di fermo si è intensificata su tutti gli organi di informazione: quotidiani in edizione turca e inglese, televisioni, radio. Il presidente Erdoğan, una settimana prima dell’udienza, ha colto l’occasione di una riunione del suo partito Akp presso la Grande Assemblea per parlare di Kavala, definendolo come il ‘Soros turco’, una persona le cui descrizioni tendono ad essere positive per distogliere dalla verità, in realtà un uomo dai legami evidenti con organizzazioni sovversive, già istigatore e organizzatore delle proteste di Gezi: responsabilità per cui avrebbe dovuto pagare il conto, per citare letteralmente il presidente turco. Di certo non sorprendente ma ancora inquietante constatare come nell’accusa contro Osman Kavala con cui si è deciso per l’arresto siano ritornate le stesse imputazioni, in particolare il ruolo nel movimento di protesta di Gezi in cui, secondo quanto dichiarato, erano unite le forze di tutte le organizzazioni terroristiche, dal PKK a FETÖ e il Partito marxista leninista; e la posizione centrale nel tentato golpe.

Nel frattempo tanto in Turchia quanto in Europa si sono sollevate immediatamente voci di protesta contro l’arresto dell’imprenditore, tra queste quelle di Kati Piri, rapporteur europeo sulla Turchia, del presidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE) a cui si è aggiunta la lettera aperta al presidente di molti intellettuali della Rete europea di analisi delle società politiche (Réseau européen d’analyse des sociétés politiques) per chiederne l’immediato rilascio.

L’arresto di Osman Kavala è un pessimo segnale in un contesto politico e sociale già grave, nel quale lo stato di emergenza, che permette l’emanazione di decreti d’urgenza che di fatto sospendono lo stato di diritto e amplificano l’implementazione quotidiana di una situazione autoritaria e repressiva, viene esteso di tre mesi in tre mesi dal 21 luglio 2015. Mentre fuori dai confini turchi arrivano sparute notizie, nell’assenza di imminenti appuntamenti politici o di eventi significativi, poco alla volta nel paese si prepara il terreno per le politiche del 2019, con le quali dovrebbe entrare in vigore anche il regime presidenziale approvato con un referendum popolare molto discusso. Erdoğan ha già annunciato che l’attività del governo non si fermerà e sarà tutta improntata a realizzare riforme radicali che possano facilitare le modifiche nel sistema amministrativo. Intanto negli ultimi tempi il presidente turco non ha perso occasione per attaccare i valori laici della repubblica, difendendo ad esempio la legge sui matrimoni che autorizza i mufti a registrare le unioni, una riforma molto criticata dalle organizzazioni per i diritti delle donne, i collettivi femministi e dal partito kemalista Chp; critiche che secondo Erdoğan comproverebbero la distanza di queste associazioni e del Chp dai valori e la storia della società turca. Quasi un paradosso che le parole di Erdoğan venissero pronunciate a pochi giorni dal 94° anniversario della repubblica, fondata nel 1923 da Mustafa Kemal.

Nel frattempo l’opposizione della società civile continua tenacemente nonostante sia molto faticosa e ostacolata di continuo e con intimidazioni costanti. Non c’è tempo di gioire del rilascio dal carcere di figure importanti e note, come gli attivisti dei diritti umani arrestati per cospirazione in una riunione lo scorso luglio e tra cui vi era anche la direttrice di Amnesty Turkey Idil Eser, che già arrivano notizie di altri arresti e mancati rilasci. Nell’ultima udienza, il 31 ottobre, in cui sono coinvolti i giornalisti del quotidiano Cumhuriyet, tra cui c’è anche Ahmet Şık, è stato confermato l’arresto per tutti, così come non è stato liberato l’avvocato Taner Kılıç, presidente di Amnesty Turkey, in carcere dallo scorso giugno. Si tratta di arresti, come quello più recente di Osman Kavala, che coinvolgono figure rilevanti dell’opposizione al governo, le cui attività si muovono nel solco della democrazia e del rispetto e dei diritti umani, e la cui immagine viene tuttavia sminuita e infangata attraverso una teoria di accuse molto pesanti senza fondamenta. Come ha dichiarato Ayşe Buğra, prominente doçente di storia economica alla Boğaziçi University e moglie di Kavala: “con la decisione di arrestarlo non abbiamo perso soltanto la libertà di Osman Kavala, ma si sono anche indebolite le nostre speranze nella democrazia, nella pace e nello stato di diritto”.

Immagine: Composizione di OHAN per il giornale turco-armeno Agos
Didascalia: “per Osman Kavala, difensore dei diritti umani e persona umile…Sperando che torni presto in libertà…”. Il melograno e l’ulivo sono simboli di pace e di buon augurio

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