Le dittature, la laicità, l’Islam politico
Il medio oriente di ieri e quello di oggi

political islam

Da Reset-Dialogues on Civilizations

In un recente articolo uscito su Resetdoc, Azzurra Meringolo ha ricostruito alcuni importanti passaggi del dibattito politico ed ideologico che ha animato l’ultimo congresso di Ennahda, forza islamista moderata in Tunisia. Al riguardo, particolarmente significativa è apparsa la specifica contestualizzazione storica che Rachid Ghannouchi ha avanzato dell’Islam politico. Secondo lo storico leader di Ennahda, infatti, questo sarebbe emerso in risposta a due tendenze regionali – autoritarismo e laicità – rafforzatesi a vicenda per decenni.

Al netto della leggera inclinazione propagandistica e polemica, sembra proprio che ci sia qualcosa di vero nelle parole di Ghannouchi. Dopo tutto, con la parziale esclusione proprio del caso tunisino, non può non essere sottolineato come il Medio Oriente rimanga – anche e soprattutto dopo i grandi movimenti di protesta del recente passato – la regione più autocratica del mondo. Sul grado di laicità dei regimi mediorientali, invece, si potrebbe forse discutere. Evidentemente, siamo lontani da una laïcité declinata alla francese. Tuttavia, considerato il punto di osservazione dal quale Ghannouchi guarda la regione, non è affatto inopportuno definire ‘laiche’ molte delle dittature che hanno costellato, e continuano a costellare, il Medio Oriente.

Come noto, l’Islam politico ha conosciuto una significativa rinascita a partire dagli anni settanta, all’interno di un contesto storico e politico che difficilmente può apparire casuale. Al riguardo, alcuni elementi – peraltro assenti nell’analisi proposta da Ghannouchi – devono essere considerati. Sul finire degli anni sessanta, il “socialismo arabo” teorizzato da Nasser, e comune a molti regimi mediorientali, conosce una brusca e definitiva sconfitta. Economicamente, l’adozione di un capitalismo di stato in stile sovietico (caratterizzato da una rapida industrializzazione, da uno sviluppo pianificato e fortemente centralizzato e da restrittive misure protezionistiche) si esaurisce rapidamente in marcati disavanzi statali, che vengono poi rifinanziati ricorrendo ad ulteriori prestiti internazionali. L’insostenibilità economica del modello si fonde poi con il suo fallimento ideologico, sanzionato dalla rovinosa sconfitta che Egitto, Siria, e Giordania conoscono nella “guerra dei sei giorni” contro Israele nel 1967. Il vociferato anti-imperialismo e la netta postura pan-arabista e anti-israeliana di molti regimi nella regione mediorientale conosce così una cocente delusione quando la retorica tace e a parlare sono, invece, le armi.

Questo complesso intreccio di fattori, che abbiamo provato a sintetizzare in poche righe, indusse quindi molti governi ad abbracciare politiche di liberalizzazione in campo economico. L’abbandono di un modello corporativo che si basava sull’inclusione sociale – anche se non su quella politica – di lavoratori industriali e contadini, viene quindi sostituito da uno decisamente più escludente nei riguardi delle classi sociali più ‘deboli’. La logica conseguenza fu il fiorire di una lunga serie di proteste, scioperi, ed occupazioni di fabbriche e terre che attraversarono gli anni settanta, mettendo spesso in seria difficoltà i vari governi che sponsorizzavano politiche di stampo neo-liberista. In un simile contesto, e in funzione di un contenimento delle spinte di ‘sinistra’, la crescita dell’Islam politico venne accettata e anche sponsorizzata proprio da quelle dittature che oggi Ghannouchi definirebbe ‘laiche’. Sia chiaro: non vogliamo qui sostenere la tesi banale e semplicista dell’Islam politico come prodotto eterodiretto di regimi autoritari in crisi di legittimità. Il ‘risveglio islamico’ è stato certamente il frutto di una complessa serie di elementi sociali, culturali, ed economici. Tra questi però, prioritario sembra il fallimento di un modello di sviluppo che amava definirsi – anche quando evidentemente non lo era più – socialista, pan-arabista, e anti-imperialista.

Le crescenti diseguaglianze introdotte dal processo di liberalizzazione economica e il fallimento delle agitazioni di ‘sinistra’ nel trovare uno sbocco politico e una soluzione alla crisi, hanno spinto nella direzione di un’impetuosa crescita dell’Islam politico. Inoltre, deve anche essere considerato che molti regimi vedevano nelle diffuse organizzazioni caritatevoli ed assistenzialiste di marca islamista un valido supporto in un periodo storico nel quale le prestazioni sociali offerte dallo stato venivano meno. Detto altrimenti, l’instabile alleanza tra regimi autoritari e Islam politico si salda negli anni settanta a partire da tre elementi: a) la comune avversione verso le forze di sinistra, soprattutto se di ispirazione comunista; b) la reciproca volontà dei due attori politici di allargare e consolidare l’iniziativa privata in campo economico, che era stata per circa due decenni quasi completamente strangolata dal capitalismo di stato; e c) una funzionale spartizione dei ruoli, con il regime concentrato sull’azione di governo e gli islamisti rivolti alla cura dei bisogni sociali delle fasce meno abbienti della società.

Nel corso degli anni ottanta, l’Islam politico si afferma rapidamente come la principale forza in molte università mediorientali – fino a pochi anni prima il feudo incontrastato delle varie e disparate tendenze di sinistra – e conquista la maggioranza nelle rappresentanze sindacali di molti settori professionali (ingegneri, medici, architetti, giornalisti). Evidentemente, tale crescita allarma i regimi autoritari, che giungono a severe e punitive repressioni quando gli islamisti provano ad assumere un più rilevante ruolo politico. Soprattutto, però, le forze di sinistra, che avvertono la propria debolezza nei confronti dell’Islam politico, cominciano a sostenere – tatticamente, come si amava dire nei circoli intellettuali di molte capitali mediorientali – il regime autoritario di turno, temendo che un processo di democratizzazione avrebbe avvantaggiato gli islamisti che lo avrebbero utilizzato una volta per tutte per stabilire il proprio dominio.

Questa inedita saldatura tra le forze di ‘sinistra’ e quelle liberali, da un lato, ed il regime, dall’altro, determina la stabilità dell’autoritarismo in Medio Oriente nel corso degli anni ottanta e novanta del secolo scorso. Anche perché l’opposizione sociale diviene terreno di caccia per le sole forze islamiste, radicate e popolari nelle periferie più povere del Medio Oriente, così come nelle campagne, grazie all’opera costante e giornaliera delle proprie organizzazioni, ma sostanzialmente liberiste in campo economico. Gli islamisti appaiono così l’unica seria opposizione alle varie dittature della regione, ma anche la forza politica che più concorda con la nuova ondata di sfrenate privatizzazioni che viene portata avanti dai governi. Certamente, avrebbero gradito che i principali beneficiari del nuovo corso fossero stati altri, ovvero quegli strati di borghesia vicini ai propri apparati. Tale critica, tuttavia, riguardava più il come privatizzare rispetto ad interrogare la privatizzazione come fenomeno tout court. Al tempo stesso, per il loro implicito supporto al regime – visto come il minore dei due mali, proprio per quella sua natura ‘laica’, almeno al cospetto dei progetti islamisti – le forze di sinistra perdono qualsiasi contatto con le masse più povere, riducendosi a rappresentare le aspirazioni giovanili e radicali di alcuni settori della classe media istruita ed intellettuale che discute per ore di massimi sistemi nei polverosi locali all’aperto del Cairo o di Tunisi.

La forza dell’Islam politico risiede quindi qui: nel suo essere per decenni la principale e unica opposizione alle dittature mediorientali, ma anche il loro più importante supporter in campo economico. Vive in quel complesso intreccio che si crea, come detto da Ghannouchi, tra dittatura e laicità. Si avvantaggia soprattutto del sostegno ‘tattico’ che le forze di sinistra concedono ai regimi autoritari in funzione anti-islamista. All’interno di un contesto storico, ma questo Ghannouchi non lo ammetterebbe mai, segnato dal fallimento dei progetti di natura progressista, anti-religiosa, e ‘socialisteggianti’ che videro nell’Egitto di Nasser il portabandiera del tentativo, poi fallito, di rendersi indipendenti – tecnologicamente e finanziariamente – dall’Occidente.

Molte cose cambieranno poi nel corso dei primi anni del nuovo millennio, con quel graduale e continuo avvicinamento tra islamisti e forze secolariste che sarà uno degli ingredienti più importanti per lo scoppio delle rivolte del 2010-2011. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. Soprattutto però, data la sua importanza e delicatezza merita di essere approfonditamente trattata in un successivo e specifico articolo.

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