Scrittori arabi al Salone del Libro:
C’è vita oltre il jihad

articolo su letteratura medio oriente

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Non solo terrorismo, diritti negati, jihad e paura. Gli scrittori arabo-musulmani dell’area mediterranea raccontano anche l’amore, l’amicizia, il sesso, l’omosessualità e, al Salone Internazionale del libro di Torino, sono venuti per parlare di letteratura.

“Basta con le domande sul terrorismo” ha sbottato lo scrittore algerino Yasmina Khadra verso la giornalista che lo intervistava in Sala Azzurra al Lingotto. “È vero: ho parlato di terrorismo nei miei libri, ma non ne sono ossessionato. L’ho fatto per dovere civico perché sono stato un militare e ho combattuto i terroristi, ma nei miei romanzi parlo anche di viaggi, di affetti, di senzatetto” ha detto, rivolgendosi al pubblico, lo scrittore ex membro dell’esercito algerino che si firma con uno pseudonimo femminile.

Ospite per la prima volta al Salone di Torino, Khadra ha presentato la riedizione di L’attentatrice (Mondadori, 2005), ripubblicato da Sellerio con il titolo L’attentato (tradotto dal francese di Marco Bellini) – la storia di un medico che accorre sul luogo di un attentato e scopre che a farsi esplodere è stata la moglie -, e ha annunciato che il suo prossimo romanzo sarà ambientato a Cuba e racconterà la storia d’amore tra un pensatore e una ragazza scappata di casa.

Insieme ad altri autori affermati in Europa, come i pluripremiati Tahar Ben Jelloun e Boualem Sansal, e a protagonisti meno noti ma apprezzati come il marocchino Mahi Binebine e l’egiziana Ahdaf Soueif, Yasmina Khadra è stato una delle voci del focus “Anime arabe” affidato a Paola Caridi e Lucia Sorbera che avevano contestato la scelta dell’Arabia Saudita come paese-ospite per la natura illiberale del suo regime proponendo un criterio geoculturale anziché geopolitico per parlare di letteratura araba.

Sono state tante le tematiche e vari i punti di vista proposti al pubblico italiano che si è mostrato curioso e preparato, smentendo lo scetticismo del direttore del Salone, Ernesto Ferrero, che temeva “una reazione di rigetto”.

Tra le voci femminili si è fatta notare la marocchina Leïla Slimani che in Nel giardino dell’orco (Rizzoli, tradotto dal francese di Elena Cappellini) ha raccontato l’ossessione per il sesso di Adèle, giornalista benestante moglie di un medico e madre di un figlio di pochi anni che sembra felice ma invece vive afflitta da un vuoto che riesce a scacciare solo facendo sesso con gli sconosciuti.

Leïla Slimani è nata a Rabat ma vive a Parigi da molti anni. La storia è, infatti, ambientata nella capitale francese ma la spinta a trattare il tema della ninfomania arriva dal Marocco. “Già a 16 anni mi fu chiaro che la mia sessualità non apparteneva a me, ma a mio padre, mio fratello, a tutti tranne che a me e per viverla avrei dovuto mentire ed essere ipocrita” ha raccontato la scrittrice che, nonostante l’argomento tabù nel suo paese, è stata premiata dal più importante riconoscimento letterario marocchino, il Premio Mamounia 2015.

Leïla è convinta che il diritto alla sessualità e la possibilità di disporre liberamente del proprio corpo siano centrali per la dignità dell’uomo. “Mi sento una militante della liberazione sessuale in Marocco, anche se finora non sono stata molto coraggiosa – ha spiegato -. Mi sono protetta scrivendo in francese, scegliendo una protagonista francese e pubblicando il libro in Francia, ma ora sto lavorando a un romanzo sulla sessualità nel mio paese”.

Inizialmente la scrittrice aveva pensato di ambientare la storia di Adèle in Marocco, ma poi vi ha rinunciato. “Gli aspetti sociali e religiosi avrebbero preso troppo spazio a discapito del personaggio e della storia. Il lettore si sarebbe concentrato maggiormente sui temi dell’Islam, de diritti delle donne, etc, mentre a me interessava raccontare l’anima di una donna in maniera semplice, diretta e pura”.

Per Leïla “l’obiettivo della letteratura non è quello di rompere i tabù, ma di raccontare storie e far vivere i personaggi nel modo più sincero possibile”. Il suo prossimo romanzo, in uscita il 18 agosto in Francia, racconta la storia di una giovane coppia che assume una tata per prendersi cura dei loro due figli, ma il rapporto con la tata diventerà sempre più malsano e tra loro si svilupperanno forme di dipendenza reciproche.

Mentre Leïla si sente una scrittrice mediterranea, un altro giovane autore ospite al Salone, Saleem Haddad, 33 anni, si presenta come il perfetto scrittore globale. Nato da madre iracheno-tedesca e padre libano-palestinese, è cresciuto tra il Kuwait, la Giordania e Cipro, ha viaggiato in vari paesi arabi collaborando con Medici senza frontiere e oggi risiede a Londra. Nel suo romanzo Ultimo giro a Guapa (edizioni e/o, tradotto dall’inglese di Silvia Castoldi), infatti, non sceglie un’ambientazione precisa, ma una città non identificata del Medio Oriente che fa da sfondo a una storia scritta con l’urgenza di “cercare un’identità politica e sessuale” e venirne a patti.

Con questo romanzo Saleem Haddad svela molti aspetti della scena omosessuale clandestina nel mondo arabo-musulmano repressa da dittatori e integralisti. Il protagonista, Rasa, di giorno lavora come interprete e di notte si divide tra il seminterrato di un locale clandestino in cui si radunano gay e lesbiche, il Guapa, e l’intimità con il suo amante segreto con il quale viene scoperto dalla nonna. Il sentimento chiave che ha spinto Saleem alla scrittura è stato la vergogna, in arabo eib, parola che contiene anche il peccato ma non in senso religioso, piuttosto in senso comunitario, aspetto che conferma un tratto comune ai romanzi provenienti dall’area mediterranea: il bisogno di liberarsi dalle catene della cultura tradizionale e del giudizio altrui che considera inaccettabili molti comportamenti giustificando divieti e limitazioni.

“Il potere della vergogna è insidioso” sostiene l’autore che si chiede: “dobbiamo davvero superare la vergogna o dobbiamo semplicemente manifestarla, cambiare e adattarci alle diverse occasioni della vita? “Mi faccio ancora questa domanda e la rilancio nel romanzo – ha spiegato – Per certi aspetti, forse sarò maledetto dalla vergogna per il resto della mia vita, forse è qualcosa che non sarò mai veramente in grado di superare. Ma la bellezza della vergogna è la sua malleabilità: ciò che è vergognoso e ciò che non lo è, non è costante, ma sempre in evoluzione nel corso del tempo, in questo modo almeno posso esercitare un certo controllo sulle azioni che ritengo vergognose”.

Per Saleem non è facile descrivere la scena gay in Medio Oriente perché è “incredibilmente varia”. “Ci sono una moltitudine di esperienze – ha spiegato -: dagli attivisti per i diritti di genere che forniscono servizi di aborto clandestini alle relazioni romantiche tra beduini. Ogni vita gay nel mondo arabo è unica. Inoltre, non c’è un modo neutro e positivo per descrivere gli omosessuali, ma esistono molti modi per vivere il proprio essere gay senza rimandare a un modello occidentale”. L’esperienza di Saleem in questo ambiente, lo ha portato ad affermare che “se da un lato si assiste a sfide strazianti, esistono anche momenti di incredibile bellezza. Nel mondo gay c’è molta tristezza, ma ci sono anche storie di resistenza, di amicizia e di divertimento”.

Comincia con una dinamica scena di sesso anche Cani sciolti (Il Sirente, tradotto dall’arabo di Barbara Benini) dell’egiziano Muhammad Aladdin che ha scelto come protagonista del suo romanzo Ahmed, un autore di racconti pornografici che lavora per un sito e viene pagato tre dollari a storia. Ahmed fa parte della generazione di Piazza Tahrir, ma Aladdin non si addentra nei fatti storici e sceglie di raccontare con ironia la vita quotidiana di questi ragazzi. “Non volevo dire al mondo nulla sul mio Cairo, o sulla loro Cairo, o sulla vostra Cairo – ha sottolineato lo scrittore egiziano – ma solo scrivere una storia che fa sorridere, forse ridere e, ciò che è più importante: pensare”.

Ma chi sono i “cani sciolti”? “Il titolo originale del libro era A Well-trained Stray, Un randagio ben addestrato, al singolare, e intendevo Ahmed – ha spiegato Aladdin -, ma il mio traduttore si è schierato con gran parte della critica egiziana che ha visto tutti i personaggi nel romanzo come cani randagi ben addestrati, così, da questo intendimento, i cani sciolti sono la giovane generazione egiziana”. Lo scrittore si è chiesto come la pensano gli egiziani sul sesso e ha cominciato a indagare “affascinato dalla mentalità che c’è dietro la scrittura dei forum sessuali arabi” e convinto che la storia di “un giovane nullafacente che si mette a scrivere storie pornografiche e il suo strano entourage potevano essere un caso interessante, rivelatore della condizione in cui vivono i giovani oggi”.

Aladdin si sente un autore fortunato perché non gli è toccato finora lo stesso destino del suo connazionale Ahmed Nàgi, scrittore e blogger condannato da tribunale di Bulaq a due anni di carcere per “offesa alla pubblica morale” dopo aver pubblicato in Egitto su un periodico un estratto del suo ultimo romanzo Istkhdam al-Hayat (Vita: istruzioni per l’uso, in uscita in Italia il 15 settembre tradotto da Il Sirente), in cui si descrive, tra le altre cose, un rapporto sessuale.

“I fortunati che in questa città superano la fase della repressione sessuale – scrive Nàgi nel capitolo 6 che lo portato alla condanna -, finiscono per trovarsi in un’area in cui il sesso non è che un ramo secondario dell’amicizia. Altrimenti, diventa un chiodo fisso”.
Ahmed Nàgi è solo uno dei tanti autori zittiti e privati della libertà a causa dei contenuti dei loro testi ai quali il Salone ha dedicato un reading, “Quaderni dal carcere arabo”, all’indomani del quale proprio allo scrittore egiziano è stato assegnato il “PEN-Barbey Freedom to Write Award” per la sua lotta a favore del diritto alla libertà di espressione.

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