Viaggio nella storia dell’opposizione araba agli Stati Uniti

azzurra reset

Tra le moltissime critiche rivolte a George W.Bush, quelle provenienti dal mondo arabo non hanno superato né cambiato il segno rispetto alle tantissime altre piovute sull’ex inquilino della Casa Bianca e, in particolare, sulla sua malaugurata invasione dell’Iraq. Ma apprendere cosa pensi in materia il giovane figlio di un agente che ha scortato Bush durante la sua visita in Egitto, colpisce: è venuto da noi e non ha bevuto neanche una limonata alla menta. Segno che non era interessato alla nostra cultura. Lui non mi sembra antiamericano. Ha preso atto di un fatto di cui fu testimone lo stesso monarca giordano, quando organizzò un banchetto a palazzo reale facendo preparare per il suo ospite americano la famosa carne di montone cotta secondo la tradizione beduina: Bush preferì l’hamburger di carne texana, che aveva fatto portare dal suo seguito. Questa constatazione però riguarda Bush, non l’America. Altrettanto può dirsi degli arabi? C’è un interesse per la cultura americana? O c’è solo antiamericanismo?

È importante apprendere che durante gli anni della grande illusione obamiana un esponente di Hamas entrò in contatto con personalità vicine all’establishment americano, dando voce a un certo pragmatismo. La sua speranza di un nuovo rapporto con l’amministrazione americana apparve sincera, tanto che nella conversazione con il suo interlocutore non indicò confini o diritti quali linee rosse per un accordo di pace; fece presente che un accordo sarebbe stato impossibile solo senza… di loro. Questo pragmatismo, forse cinico, è diverso, ma non incompatibile con il più comune pragmatismo, quello che si trova nei documenti più che nei colloqui e che viene esemplificato alla perfezione dal primo documento ufficiale di Hezbollah, pubblicato nel 1985, un cui capitolo si intitola efficacemente “L’America è dietro tutti i nostri mali”. Qui solo apparentemente il cinismo viene sostituito dall’ideologia, visto che l’attribuire tutti i mali a un’unica causa difficilmente può convincere, anche un ideologico. Ma questa scorciatoia è propria solo dei “fondamentalisti”, dei movimenti islamisti? Difficilmente il leader panarabo egiziano, Gamal Abdel Nasser, può essere considerato un islamista, visto che si sono combattuti ferocemente, ma il suo slogan preferito “nessuna voce si levi sopra la voce della battaglia” rimanda alla stessa concezione, allo stesso “integralismo”, visto che la battaglia ovviamente era quella contro Israele e il suo “grande partner”. Il sogno antiamericano è dunque mille sogni, molto diversi tra di loro. C’è l’antiamericanismo inteso in senso politico, cioè quello critico della politica estera americana, c’è l’antiamericanismo di chi ha creduto o sperato nell’America e si è sentito tradito e c’è l’antiamericanismo ideologico, quello che vede nell’America, e nell’Occidente, il male. C’è infine l’antiamericanismo apocalittico, proprio di quella deriva, o malattia, del pensiero islamista che vede in Washington l’Anticristo, e la battaglia finale alle porte: meglio dunque farsi trovare pronti. Ma la fabbrica del consenso è tale in tutto il mondo e così l’antiamericanismo che aiuta a non guardare ai propri errori o ai propri problemi probabilmente è in tutti questi campi. Ma il dato preoccupante è la crisi del pensiero politico, che può essere seguita, tracciata, attraverso il racconto delle mutazioni del sogno antiamericano arabo. Di tutto questo, e altro ancora, parla con lucida competenza Azzurra Meringolo Scarfoglio in Il sogno antiamericano. Viaggio nella storia dell’opposizione araba agli Stati Uniti, Clueb, Euro 18,00.

Oggi purtroppo ci sarebbero tanti modi per leggere questo volume, che potrebbe essere usato anche come accompagnamento per tracciare altre derive politiche, di altre culture, segnate dall’odio e dalla crisi di identità che hanno un disperato bisogno di un nemico per seguitare a sognare, e a credere in se stesse. Ma il modo più ortodosso è certamente quello di seguire una parabola che non era scritta, non è “ontologica”, non fa parte del DNA degli arabi. Infatti questo racconto parte dalla simpatia araba per gli Stati Uniti, quando i colonialisti non erano loro, ma francesi e britannici. Meringolo ricorda già nelle prima pagine Orientalismo di Eduard Said “che aveva svelato come il concetto di Oriente fosse il prodotto dello sguardo colonialista dell’Occidente.” Costruire l’abisso era fondamentale per i colonialisti, che riempivano l’Oriente di veli e lascivia, inaffidabilità e tradimenti, insomma di stereotipi che rendevano opposizione frontale le differenze. Ma il favore verso Washington che la commissione King-Crane riscontrò tra gli arabi all’inizio della storia post-ottomana, oltre ad essere frutto di un risentimento verso inglesi e francesi, era anche la spia di una non opposizione verso “l’Occidente”. Anzi, gli Stati Uniti al tempo apparivano a molti arabi un amico. E poi? Tra i tanti fili di un libro complesso, analitico, che non taglia il mondo in bianco e nero, quello che a me è risultato più interessante è il filo che Meringolo definisce così: “l’opposizione agli USA, collante nelle mani dei regimi”. La catena di golpe che hanno militarizzato numerosi regimi arabi ha creato un cortocircuito per cui la permanenza di guerre e conflitti ha legittimato le loro misure repressive delle libertà fondamentali. Ricordo il giorno in cui andai a ritirare il mio accredito presso la sala stampa del Cairo, ubicata al primo piano della città-palazzo che ospita la televisione di Stato. Solo riuscire a intrufolarsi tra le migliaia di dipendenti in transito e varcare i tornelli d’ingresso era un’impresa. La mia tessera era lì, in mezzo ad altre cento, distinte da una cassetta dove si trovava una tessera sola, quella di un giornalista palestinese. Era quello il solo discrimine, il solo “spartiacque”: per lui i controlli di indennità e idoneità erano molto diversi. Si comincia a capire così che la non soluzione della “questione palestinese” è servita anche a legittimare regimi illegittimi, giustificare censure, coprifuochi, censure. E lo slogan nasseriano “nessuna voce si levi sopra la voce della battaglia” ha acquistato altro spessore.

Politica interna e politica estera si fondono, come nota con precisione chirurgica il noto scrittore Alaa al-Aswani: “Quando gli Stati Uniti coprono la corruzione o elargiscono denaro che il regime corrotto utilizza solo per sé, il governo non dice di essere vittima di un intervento straniero. Solo quando gli attori stranieri impongono la supervisione elettorale ci si trova vittime dell’interferenza straniera.” Così l’antiamericanismo dai mille volti, figlio di tante disperazioni, diviene il collante di tante politiche, di strumentalizzazioni in un mondo che persa la politica si ritrova sempre più spesso a sentirsi narrare solo complotti. Il viaggio di Azzurra Meringolo li ripercorre anche con addolorata ironia, spingendo il lettore a domandarsi dove sia il bandolo di questa crisi della politica. La storia sembra dire nel nazionalismo, che purtroppo per gli arabi è arrivato da loro, con il pensiero europeo, negli anni della malattia del nazionalismo europeo. Quello che forse meglio lo spiega è un certo Ahmed, che Meringolo scova in Giordania, nei deserti del sud del paese degli hashemiti. Il suo racconto parte dalla guerra in Iraq del 2003, che gli conferma la validità della sua opposizione all’accordo di pace tra il suo paese e Israele. Nella sua ricostruzione gli Stati Uniti avrebbero corrotto qualche deputato giordano per ottenerne il sì al trattato di pace, e questo spiegherebbe perché ogni tanto “qualche cittadino americano ci lasci le penne”.  È  una visione totalmente panaraba, tanto che Ahmed si svela in contatto con un movimento fratello tunisino, che si oppone a Ben Ali, contro il quale “nulla fa Washington”. Qui, fermandosi un attimo solo nella lettura, si sente l’enorme portata della Primavera, che in Tunisia, in Egitto e altrove ha contestato Ben Ali, Mubarak e gli altri, non “il complotto”. Ben Ali o il presunto deputato corrotto giordano invece spariscono nel racconto di Ahmed, attento soltanto ai macchinatori contro “l’umma dei popoli arabi”. Questa “matrice” panaraba si articola ulteriormente nel prosieguo della lettura.  È  anche americano il sogno antiamericano, laico o ormai soprattutto religioso, e infatti prende le forme della “sfida mimetica”, con la Mecca Cola, riproduzione per sunniti della Zam Zam Cola iraniana, ma senza messaggi di antiamericanismo ideologico, come quello di Tehran. Il promoter della Mecca Cola, descritto magistralmente, quando dice di avere “tanti amici americani”ci fa pensare che le sue critiche sono fondate, ma ci fa pensare anche che la sua insistenza sull’avere tanti amici americani ricorda quella degli oppositori nostrani delle unioni gay, che esordiscono sempre dicendo di avere “tanti amici gay”. Lui, il promoter della Mecca Cola, risponde anche in modo convincente, sottolinea elementi che noi trascuriamo, ma esprime comunque la necessità di avere qualcuno contro cui mobilitarsi.

Il libro fila via come un compagno di viaggio accessibile e profondo, utile e denso, determinato a portarci nelle pieghe di un mondo dai mille risvolti, contraddittorio, articolato, irrimediabilmente diverso da quello dipinto dagli “orientalisti”. Fino al momento in cui incontra Hezbollah. Qui sembra di entrare nel dramma di domani, nell’incubo di domani. È  il 2006, anno cruciale per il Levante, con il conflitto tra Hezbollah e Israele. Il libro non potendo inquadrare ogni evento citato nel suo contesto nazionale non torna al 2005, quando è stato ucciso Rafiq Hariri, il primo ministro di un Libano che incarna nelle sue debolezze e contraddizioni le debolezze e contraddizioni della società del vivere insieme, della moderazione levantina, della sua diffusa predisposizione a sapere come il musulmano del Levante non esisterebbe senza il cristiano che è in lui, e come il cristiano del Levante non esisterebbe senza il musulmano che in lui. Quel delitto crea un fatto nuovo, epocale. Quel levantino, cristiano e musulmano, si unisce in una intifada nonviolenta contro gli esecutori e i mandanti di quel crimine, cioè Hezbollah e Assad. Nel nome della libertà nazionale. Questo fatto inconcepibile fin lì deve essere cancellato, per sempre. Ecco il probabile movente di una guerra che, come racconta il volume, Hezbollah provoca con un’azione “inattesa”. L’incendio è tremendo, e così il conflitto interno viene sostituito da quello esterno, il nemico esterno fa dimenticare quello interno. Hezbollah presenta questa guerra come “vittoria divina”, annunciandola tra le macerie dei suoi quartieri. Qui siamo aiutati a scorgere il tratto millenarista, di cultura apocalittica, che entra nella rappresentazione di un conflitto cruciale per il passato recente e per il futuro. La teoria della “vittoria divina” si iscrive perfettamente nella formazione apocalittica di Hassan Nasrallah, che si fa rappresentare da compiacenti scrittori come uno dei simboli dell’Apocalisse. E per guidare in questa battaglia di conquista rivoluzionaria ed eretica dell’islam “le masse arabe” Nasrallah ha bisogno di parole, parole più forti delle armi che pure ha. E tra queste parole spicca la “resistenza”.  È  per loro insopportabile, nota con precisione Meringolo, che la guerra al terrorismo affianchi al concetto di terrorismo quello di resistenza, e così “Washington viene presentata come il deus ex machina responsabile della penetrazione capitalista, colonialista e imperialista nella regione.” La resistenza, che nella pubblicistica di Hezbollah è la risposta di popolo all’inettitudine di regimi corrotti e inetti contro Washington e Israele, sebbene dal 2011 usi le sue armi contro gli arabi in Siria.

Come tutti i menù che si rispettino, anche il sommario de “Il sogno antiamericano” non poteva non parlare di al Qaida. È  un passaggio importante nel volume, soprattutto perché Meringolo non cede alla facile invettiva, anzi sottolinea come i documenti, i testi, le interviste di Bin Laden esprimano idee chiare, a tratti convincenti, ma soprattutto radicate in una visione globale che va al di là della regione. I governanti sauditi presentati come tirapiedi delle amministrazioni americane, i leader arabi come i peggiori nemici dei loro popoli, le forza armate statunitense che occupano i punti strategici del Medio Oriente. Non sono in tanti a dire oggi quel che diceva Bin Laden? Meringolo lo rilegge dagli inizi, illustra la sua pretesa di rappresentare Dio, la sua legge, i suoi valori, ma soprattutto spiega la sua visione antiamericana, che fa dell’America il vero nemico, mentre al-Baghdadi vedeva più il nemico vicino, interno. Come capire questo antiamericanismo “islamico”? Forse con un paragone. Il segretario dello Spiritual Islam Summit, il libanese Muhammad Sammak, ha scritto un saggio intitolato “aspettando un Angelo Roncalli musulmano”. Vi elenca con accuratezza tutti i paesi del mondo dove i musulmani hanno problemi politici o conflittualità. Senza esprimersi su alcuno di questi conflitti ne deduce che “dobbiamo riflettere su di noi, poiché non possiamo avere ovunque ragione.” E auspica l’arrivo di un Angelo Roncalli musulmano. Bin Laden, grosso modo, parte dallo stesso ragionamento. Solo che la sua riflessione conduce all’esito opposto. “Dobbiamo agire”, e invoca il jihad globale per difendere i musulmani da un’aggressione globale. Ovvio che nelle conclusioni Meringolo auspichi che il filo che si è intravisto nell’era Obama, un filo di dialogo e di interesse reciproco, non si spezzi. E questo libro ci aiuta a capire perché sia importante, uscendo da rappresentazioni stereotipate, o magari prive di pathos.

Titolo: Il sogno antiamericano. Viaggio nella storia dell’opposizione araba agli Stati Uniti

Autore: Azzurra Meringolo Scarfoglio

Editore: Clueb

Pagine: 204

Prezzo: 18 euro €

Anno di pubblicazione: 2017



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