Default editoria: la tempesta perfetta su giornali e tv

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È default editoria. La Rcs sembra versare in situazione ben peggiore di quanto giustifichi la mole dei 640 esuberi in Italia e dei 160 in Spagna. La Mondadori, tuttavia, non sta molto meglio. S’è salvata dalla debàcle solo perché ha avviato il piano di drastici tagli e ridimensionamento con anticipo sulla Rizzoli, chiudendo per ora solo 5 periodici contro i 10 annunciati dalla Rcs. Tra l’altro, il 28 febbraio ha lasciato Maurizio Costa l’ad Mondadori e al suo posto entra Ernesto Mauri.
Ma la situazione è in generale, per l’editoria, pressoché fallimentare.

Le ragioni del crollo

La pubblicità cala a vista d’occhio. Il trend è ormai negativo da tempo e non si vede ripresa in lontananza: -50% per la sola free press, che solo di quella vive. E tutti gli altri viaggiano intorno a un -17,6%. I periodici a -18,4%. La tv -15,3. La radio -10,2%. Quindi s’è passati da un – 13,6 del 2009 a un -17% complessivo, con la sola parentesi di un rimbalzo positivo nel 2010 con un +7,9 (tutti i dati sono Nielsen). Ma la sola Repubblica, a febbraio 2013 – cioè ieri – rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, ha chiuso il mese con un -30%. E da quel che si prevede non basterà l’intero 2014 per capire se il mercato ripartirà oppure rimarrà in questa fase di forte turbolenza. Per non parlare poi della piccola emittenza, settore dove i dati sono davvero agghiaccianti con 600 tv private in crisi, uccise dal punto di vista pubblicitario dal passaggio al digitale.

E pure le vendite di libri calano vorticosamente: -8,6% lo scorso settembre. Per non parlare dei quotidiani, che dal picco degli inizi degli anni ’90, con sei milioni di copie vendute quotidianamente, sono passati adesso nel complesso a poco più d 3 milioni e mezzo. Con testate che nel frattempo hanno chiuso i battenti o sono state drasticamente ridimensionate. Per fare un esempio, oggi Corriere, Repubblica, Stampa vendono, tutte insieme, meno di 800 mila copie. Quel che vendeva un tempo uno solo dei due principali quotidiani nei momenti d’oro (i Novanta).

«Nulla sarà come prima» dice un direttore editoriale che preferisce non rivelarsi. «E soprattutto la pubblicità non tornerà certo su giornali e carta stampata, ma trasmigrerà altrove, sui nuovi media ad esempio, non appena dimostreranno di essere un po’ più maturi e affidabili, specie sui contenuti e il volume complessivo di business».

Con questi chiari di luna, anche Urbano Cairo s’è preso proprio un bel fardello sulle spalle: quello di assumersi la gestione de La7 in una situazione congiunturale tra le più nere. Non è impresa da poco, se si considera che la tv è una slot machine di per sé e per definizione. Come ci si muove in “esterna” il denaro corre a fiotti. E non s’arresta più.

Ora, però, il costo della pubblicità sulle tv, ma anche sui giornali, s’è talmente abbassato che adesso anche clienti che non avrebbero mai potuto permettersi di reclamizzarsi sulle reti o i quotidiani nazionali hanno potuto avere accesso. La politica degli sconti è tale, che però anche la qualità della pubblicità che viene trasmessa ad esempio in tv è molto scaduta, se non degradata. Su tutte le reti, indistintamente. Non-Rai e pure Rai. Spot che un tempo si potevano vedere al massimo solo sulle tv locali. Ma pur di racimolare qualcosa la politica degli sconti non ha limiti, coinvolge tutti e imbarca chiunque.

Dunque la crisi Rizzoli, la ristrutturazione in Mondadori, i tagli al Gruppo Espresso, gli esuberi un po’ ovunque nei grandi e piccoli giornali lungo la penisola (sono 58 i giornali che nell’ultimo anno sono ricorsi allo “stato di crisi” e 1.139 i giornalisti coinvolti a vario titolo) fa si che la barca dell’editoria traballi e, soprattutto, fa temere che le ripercussioni maggiori possano riversarsi sull’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti, costretto a fronteggiare “stati di crisi” aziendale che sfociano ora in cassa integrazione, ora in massicci prepensionamenti quando non in disoccupazione vera e propria. Per due anni consecutivi. Oppure contratti di solidarietà. Ciò che fa schizzare in alto l’asticella degli esborsi Inpgi proprio per gli ammortizzatori sociali.

«È una tempesta perfetta – dichiara Paolo Butturini, segretario dell’Associazione stampa romana – e uno dopo l’altro stanno venendo al pettine vecchi nodi dell’editoria, nodi mai risolti. Il punto è che queste operazioni di ristrutturazione aziendale, specie nella carta stampata, stanno avvenendo in una fase di recessione in cui le risorse sono sempre più limitate, con pochi lettori disposti a comprare i giornali, pochi consumi culturali in genere. Il calo della Tv è del 10% ed è la prima volta nella storia italiana. Le risorse pubblicitarie sono bloccate. E poi c’è lo storico problema che riguarda il mercato italiano dei media, che è solo interno e non ha prospettive estere. E quel poco che era stato fatto in passato – come nel caso Rizzoli – si sta contraendo affrontando il taglio di rami più o meno secchi. Insomma, non siamo in grado di competere con il mercato internazionale» conclude Butturini.

La crisi nel mondo

Mercato internazionale che, sia detto per chiarezza, non è che vada meglio. Negli Stati Uniti il gruppo Time ha deciso di vendere ben 21 periodici, poco più del doppio di quel che si appresta a fare la Rizzoli in Italia. Si salveranno solo Fortune e Sports Illustrated insieme a Time. Dopo Newsweek, transitato sull’online, anche anche lo storico magazine Time è in crisi profonda e negli ultimi tempi ha dovuto afforntare il taglio considerevole di qualche centinaio di dipendenti. Per tutte le altre testate dismesse, la proprietà verrà ceduta alla Meredith Corporation e l’operazione dovrebbe fruttare tra i 2,4 e i 3 miliardi di dollari. Dovrebbe, se va in porto.

La parte editoriale del gruppo Time Warner ha infatti molto sofferto negli ultimi dieci anni mentre il grosso degli utili è venuto soprattutto dalla tv via cavo, anch’essa oggi in crisi di risorse e di entrate. E nel gruppo nessuna testata è stata risparmiata dalla crisi. Persino il popolarissimo People ha subito una flessione del 12% delle vendite in edicola nel secondo semestre 2012 mentre le sue entrate pubblicitarie sono calate del 6% in tutto il 2012 rispetto all’anno prima. A gennaio sono stati annunciati 480 esuberi, pari al 6%.

Ma non basta: sempre per rimanere negli States, la New York Times Company, società editrice di diversi giornali tra cui il New York Times ha annunciato mercoledì 20 febbraio la messa in vendita del Boston Globe. Oltre al giornale, saranno messe in vendita anche una serie di altre attività collegate. La società aveva già annunciato la vendita del Boston Globe quattro anni fa, anche se poi non se ne fece nulla.

In Germania lo scorso 7 dicembre ha chiuso l’edizione tedesca del britannico Financial Times. Anche se il mercato tedesco è quello che negli ultimi anni ha retto meglio ai contraccolpi della crisi della carta stampata. Ma negli ultimi mesi i casi di bancarotta e fallimento sono stati più d’uno, come nel caso del Frankfurter Rundschau. In Germania ci sono 333 quotidiani, regionali e locali inclusi, uno dei mercati più floridi.

In Italia, poi, è entrata in crisi pure la filiera della produzione della carta da giornale. Il gruppo Burgo, unica impresa in Italia a produrre carta per quotidiani e periodici, ha avviato le trattative per l’apertura della crisi aziendale per 188 dipendenti. Il fabbisogno di carta diminuisce del 7-8% l’anno ormai da alcuni anni, per l’esattezza tre, con una perdita che si aggira sul milione al mese. La Burgo ha 11 stabilimenti lungo tutta la penisola e uno in Belgio. «Il digitale sta uccidendo il settore» è la versione ufficiale dell’azienda di Mantova.

«Internet e il web crescono sì, ma non sufficientemente – dice ancora Butturini – e le risorse pubblicitarie non sono perciò adeguate sinora a sostenere occupazione e crescita. Poi c’è da considerare che nel settore complessivo negli anni c’è stato anche qualche errore prospettico che ha finito con il sovradimensionare più di una redazione, il cui ridimensionamento odierno finisce con impattare malamente sull’Inpgi». Per le casse dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, che hanno avuto un aggravio di spesa per ammortizzatori sociali, come descritto, per il terzo anno consecutivo la sola spesa pensionistica supera le entrate: 108 milioni di euro contro 100. «È vero che il patrimonio immobiliare è forte e garantisce contro il default – dice ancora il segretario della Stampa romana – ma la tendenza alle uscite va invertita al più presto».

Il vero nodo però è come ridisegnare la categoria dei giornalisti, che al momento conta più sul lavoro autonomo che su quello dipendente: sono 20 mila gli iscritti all’Inpgi1 (gli assunti nei giornali) e 36 mila quelli all’Inpgi2 (i collaboratori, i free lance, le partite Iva).
Gli scenari sono davvero neri o da ultimi giorni di Pompei. E c’è anche chi teme che nella desolazione generale si possa fare avanti più d’uno con alle spalle forti flussi finanziari ma con la fedina penale non pulitissima per acquistare o entrare con disponibilità di capitale in imprese, testate, gruppi. Grandi e piccoli. Per riciclare. Investire. Influire.

  1. Da tempo ho riflettuto sulla trasformazione del mondo del giornalismo e della comunicazione. Bisogna conoscere questa trasformazione per poter far fronte alla crisi. Ho scritto a riguardo un articolo che parla di “informazione liquida” che è stato pubblicato anche sul sito http://www.francoabruzzo.it. Spero possa essere d’aiuto.

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