Cos’è il razzismo all’italiana

kyenge

Riuniti a Roma il 23 Settembre, i ministri per l’integrazione di diciassette Paesi UE hanno condannato come inaccettabili gli insulti razzisti rivolti nelle settimane scorse contro il Ministro Kyenge: dall’ “assomiglia ad un orangután” del leghista Calderoli al lancio di banane in occasione di un evento pubblico, senza contare i volgari attacchi che hanno proliferato su Facebook. Il Ministro Kyenge ha espresso tutto il suo apprezzamento per la manifestazione di solidarietà dei suoi colleghi europei, ma quello che dovrebbe prevalere è, per noi cittadini italiani, un senso di profonda umiliazione e vergogna.

Non manca chi si consola facendo notare che il razzismo è un fenomeno certo non limitato al nostro Paese, ma che anzi in altre latitudini esso produce conseguenze che vanno ben oltre quelle che qualcuno potrebbe considerare semplici intemperanze verbali.

Ora, a parte il fatto che è indecente minimizzare sul significato e sulla pericolosità dei linguaggi, spesso preambolo dell’azione da parte di chi può finire per prenderli alla lettera, ci sembra intellettualmente e moralmente necessario fare una riflessione non superficiale su quella che sembra essere una certa particolarità del razzismo nel nostro Paese, e spiegare perché altrove nemmeno i razzisti più radicali si esprimerebbero come stanno facendo quelli di casa nostra.

Circa una decina di anni fa Piero Citati pubblicava sul Corriere un articolo in cui raccontava di un suo incontro in treno, quando un suo occasionale compagno di viaggio aveva iniziato una conversazione in questo modo: “Io non so come lei la pensi, caro signore, ma io sono razzista.” Citati ne aveva preso spunto per una riflessione, profonda e colta come è nel suo stile, sulla sconcertante novità di quell’atteggiamento. Sconcertante non certo perché il razzismo non fosse una piaga antica, nel nostro Paese e altrove, ma perché a seguito di una perversa evoluzione (o meglio involuzione) culturale era diventato da noi possibile confessarlo, quasi rivendicarlo.

In una sua famosa massima, il geniale moralista francese del ‘600, La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Pare strano dare dell’ipocrisia, certo uno squallido vizio, una valutazione positiva. Visto però come si è deteriorato il costume morale del nostro Paese – e questo esplodere di un razzismo becero e ostentato ne è una drammatica prova – bisognerebbe prendere atto di quello che accade quando assieme ai principi cade anche la vergogna per le proprie bassezze. Vi è di peggio: da noi non solo si pratica – come altrove – il vizio, ma si è cominciato a rendergli omaggio.

Come il compagno di viaggio di Citati, il razzista italiano – forse non più razzista dei suoi confratelli di ignoranza di altri Paesi – ha perso la vergogna, non ha nemmeno la triste remora dell’ipocrisia.

Il ribellismo anarcoide che nella nostra storia si è intrecciato con la sottomissione all’autoritarismo si traduce anche in una sfrontatezza che viene perversamente considerata come un segno di indipendenza di giudizio, di non conformismo.

Il modello è il simpatico e sfacciato Vittorio Gassman del film “Il sorpasso”, ma anche ben più reali, visibili e contemporanei esempi nella politica, nello spettacolo, nel business.

Vi è chi afferma “non sono un santo”, giustificandosi e giustificando con il suo esempio tutti quelli che non solo non sono santi (ovvero esempi di virtù in grado eroico) ma nemmeno semplicemente decenti.

Negli anni ’80 il grande Altan aveva disegnato una serie di vignette all’insegna dello slogan “Porco è bello”. Anche lui, come Citati, vedeva arrivare quello che oggi ci umilia e ci deprime, ma purtroppo non ci dovrebbe sorprendere.

I pur gravi problemi economici del nostro Paese, e lo stesso aggrovigliato se non sconcertante quadro politico possono essere visti in chiave congiunturale e modificabile, come fasi di un ciclo che si può sperare possa evolvere verso più positive fasi. Ma il deterioramento morale e di costume è fenomeno non certo ciclico. È più profondo e più difficilmente reversibile. Forse è questa la più inquietante emergenza italiana, da contrastare in modo urgente e globale.

Combattiamo quindi il razzismo in tutti i modi, dall’educazione alla sanzione penale. Ma nel frattempo faremmo forse bene a rivalutare concetti apparentemente “retro” come la vergogna. E persino l’ipocrisia.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *