La nuova ondata di proteste, iniziata il 28 dicembre, ha segnato per l’Iran un cambiamento epocale. In pochi giorni, il profondo malcontento dovuto a una perdurante crisi economica si è trasformato in una mobilitazione di massa che ha coinvolto tutti i ceti sociali. A partire dai bazarì, ovvero i commercianti che rappresentano la parte più conservatrice, da sempre a sostegno del clero della Repubblica Islamica, le proteste sono state presto affiancate dagli studenti delle università iraniane. In meno di una settimana le manifestazioni si sono estese a oltre quattrocento città, dai grandi centri alle realtà periferiche, trasformando lo scontento diffuso in una vera e propria rivoluzione. Di fronte a questa ondata di proteste, l’8 e 9 gennaio, dopo l’appello lanciato alla popolazione da Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià dell’Iran, milioni di persone sono scese in strada.
La risposta è stata brutale: forze repressive hanno aperto il fuoco sui manifestanti disarmati con kalashnikov e mitragliatrici montate su pick-up, nel totale blackout digitale imposto dal regime. In pochi giorni sono stati uccisi decine di migliaia di manifestanti, in gran parte giovani. Il trauma di quei giorni – cadaveri per strada, obitori pieni di sacchi neri, famiglie costrette a cercare i propri cari fra corpi irriconoscibili – ha segnato un punto di non ritorno. Il massacro, ordinato dall’allora Guida Suprema Ali Khamenei e giustificato presentando i manifestanti come infiltrati di servizi occidentali e “terroristi”, è stato il più grande crimine contro l’umanità commesso nella storia dell’Iran contemporaneo. E la violenza ha investito anche il lutto: i genitori sono stati ricattati per ottenere i corpi dei figli, costretti a firmare dichiarazioni che li riconoscevano come basiji o a pagare somme esorbitanti per ricevere le salme. E tuttavia, nelle cerimonie di commemorazione, si è manifestata una resistenza simbolica: le famiglie hanno cantato e danzato sulle tombe. “Avete ucciso i nostri figli, ma non avete ucciso le loro speranze”, è diventata una frase di resistenza e di forza di un popolo che non si arrende. È su questo sfondo che è esplosa la fase attuale del conflitto.
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele è stato presentato come risposta ai mancati accordi sulle condizioni imposte da Trump sui tavoli dei negoziati: azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, gittata dei missili balistici inferiore a 300 chilometri, interruzione del trasferimento di armi e tecnologie ai gruppi proxy e riconoscimento dello Stato di Israele.
Ad oggi, la guerra si è spostata su obiettivi altamente simbolici dal punto di vista economico. Nei giorni scorsi sono stati colpiti i depositi petroliferi in diversi quartieri di Teheran e a Karaj e sabato 14 marzo anche l’isola di Kharg, un bersaglio cruciale: da lì transita circa il 70 per cento delle esportazioni petrolifere della Repubblica islamica, e molte petroliere si affiancano a quel porto per caricare il greggio prima di riprendere la rotta. Colpire Kharg significa non solo indebolire la capacità finanziaria del regime, ma inviare un messaggio sulla vulnerabilità della sua principale arteria economica. Per questo la leadership del regime ha reagito parlando di attacchi lanciati “da Paesi del Golfo”, in particolare dall’area degli Emirati, rivendicando il “diritto” a rispondere. Tuttavia, il linguaggio usato dal regime – dai vertici militari ai conduttori della tv nazionale – segnala un potere sotto forte pressione, costretto ad alzare il tono delle minacce per mascherare la propria fragilità.
Accanto ai bombardamenti, proseguono gli attacchi di Israele, con l’uso massiccio di droni e micro-droni ai posti di controllo delle forze di sicurezza del regime. La logica è quella di erodere il dispositivo repressivo sul territorio, mettendo in difficoltà un sistema che da anni investe enormi risorse proprio nel controllo capillare di strade, quartieri, snodi logistici. Per il regime, questi attacchi rappresentano una doppia sconfitta: militare, perché smantellano pezzo dopo pezzo il suo apparato di sicurezza; simbolica, perché mostrano l’incapacità di proteggere il Paese, nonostante la retorica permanente della resistenza e dell’infallibilità delle proprie forze armate. Non sorprende che, nelle ultime ore, siano aumentati gli avvertimenti e le minacce lanciati da figure di primissimo piano, fino ai toni apocalittici dei talk show sulla tv nazionale e dei siti vicini ai pasdaran. Il fatto stesso che la leadership si senta costretta a minacciare continuamente i propri cittadini, a promettere ritorsioni, a invocare scenari catastrofici, è un altro indicatore di grande debolezza.
In questi giorni Washington sta inviando circa 4mila marines nella regione, segnale di una volontà di escalation ben diversa dalla narrazione di un imminente “ritiro” dal conflitto. Lo stesso Donald Trump ha annunciato un’intensificazione dei bombardamenti proprio in questa settimana. La promessa di “fare un passo indietro” sembra oggi smentita dai fatti: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il contenimento del regime islamico vengono presentati come interessi strategici non negoziabili. Questo cambio di fase è percepito con grande ambivalenza dalla società iraniana.
Da un lato, per i settori che hanno perso ogni fiducia nella possibilità di cambiare il sistema dall’interno, la pressione militare esterna viene letta come un’occasione per indebolire definitivamente l’establishment; dall’altro, ogni giorno di guerra peggiora le condizioni di vita degli iraniani. Dall’inizio degli attacchi il Paese è di fatto isolato dal blocco della rete internet; i prezzi dei beni di prima necessità sono in continuo aumento; molte persone sono riuscite a spostarsi dalle zone più esposte agli attacchi; molte altre non hanno le possibilità economiche per farlo. C’è poi una dimensione meno visibile ma altrettanto grave: l’impatto ambientale e sanitario dei bombardamenti sui depositi di petrolio. Le nubi tossiche generate dagli incendi e le successive piogge contaminate continuano ad alimentare la paura. Molti iraniani vivono in una duplice condizione: da un lato la speranza che la guerra indebolisca un regime irriformabile, dall’altro il timore che il prezzo da pagare – in termini di salute, ambiente, vite umane – diventi insostenibile.
In parallelo alla guerra, la Repubblica islamica ha affrontato la propria transizione più delicata: dopo l’uccisione di Ali Khamenei, l’Assemblea degli Esperti ha nominato, sotto la pressione dei pasdaran, la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, figlio di Ali. Da anni collabora dietro le quinte con i Pasdaran e l’Intelligence, ma non godeva neanche del titolo di Ayatollah. A seguito della sua nomina, dagli appartamenti di Teheran e di altre città iraniane si sono levati slogan come: “Marg bar Mojtaba”, “morte a Mojtaba”, a segnalare il rifiuto di qualunque continuità con l’establishment della Repubblica Islamica.
In questo contesto, la possibilità che la guerra si chiuda con un accordo tra parte dell’establishment e gli attori occidentali – un’intesa che garantisca rotte energetiche aperte e contenimento regionale in cambio della sopravvivenza di una forma rinnovata di regime – è vissuta come un incubo dalla maggioranza del popolo. Eppure, nonostante il trauma del massacro e il peso della guerra, la società civile iraniana non appare rassegnata. Circa il 60 per cento della popolazione ha meno di trent’anni: una generazione istruita, connessa, che ha interiorizzato tanto la memoria delle rivolte quanto l’esperienza della repressione, e che continua a cercare spazi di azione, dalle università alla diaspora, che conta oltre sei milioni di iraniani all’estero. Oggi l’Iran è una società sospesa tra una repressione sempre più forte e una guerra regionale in espansione con un’unica certezza: non sarà disposto a rinunciare al proprio desiderio di libertà.
Shervin Haravi è un’attivista italo-iraniana per i diritti umani.
Immagine di copertina: la foto di un raid israeliano nelle vicinanze della Torre Azadi, vicino all’Aeroporto internazionale di Mehrabad il 7 marzo 2026. (Photo by Atta Kenare / AFP)


