Le monarchie del Golfo e il Cairo:
prove di restaurazione a guida saudita

Dopo 400 giorni di detenzione, il rilascio del giornalista di Al-Jazeera, Peter Greste, è un segno di distensione egiziana nei confronti di Doha. Un processo tutt’altro che semplice e compiuto che però avanza – forzatamente – grazie anche all’insistenza dell’Arabia Saudita.

Il riavvicinamento tra Doha e il Cairo passa per le stesse frequenze che hanno portato il Qatar e l’Egitto ai ferri corti: quelle di Al-Jazeera. Il 22 dicembre, Al-Jazeera Mubashira Misr (il canale che trasmette in diretta dall’Egitto) ha infatti annunciato la fine delle sue trasmissioni come aveva chiesto – più o meno esplicitamente – il “nuovo” regime egiziano. Questo si è dimostrato chiaramente intollerante nei confronti delle emittenti che etichettano la sua ascesa al potere (un ritorno, per molti versi) come un golpe militare.

La chiusura dell’emittente basata in Egitto arriva dopo il summit di dicembre del Consiglio della Cooperazione del Golfo (GCC), che ha registrato dal 2011 tutte le divergenze e contrapposizioni tra i suoi membri su come gestire gli effetti delle rivolte arabe. Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar hanno ribadito l’importanza di avere obiettivi comuni, accettando però l’esistenza di opinioni diverse.

Quello in corso sembra un cauto tentativo di normalizzazione delle relazioni, ma di grande importanza, visto che l’eventuale disgelo tra Doha e il Cairo porrebbe fine a una sorte di guerra fredda iniziata 18 mesi fa, a seguito della deposizione del Presidente egiziano Mohamed Morsi.

Il nocciolo del conflitto è il sostegno che il Qatar ha garantito all’Islam politico, cavalcando le rivolte del 2011 e allontanandosi dalle posizioni dei suoi vicini, in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Mentre questi Stati hanno applaudito la deposizione di Morsi, il Qatar ha usato la sua satellitare per screditare “i militari egiziani golpisti e restauratori”. Ecco perché lo scontro con Doha si è concentrata soprattutto verso la sua emittente, arrivando a coinvolgere i tre giornalisti di Al-Jazeera  – tra cui Peter Greste – condannati a 7-10 anni di detenzione con l’accusa di aver diffuso false notizie e di dare sostegno a organizzazioni terroristiche – la cosiddetta “cellula del Marriott”, dallo studio improvvisato dove i reporter lavoravano al Cairo.

Lo scontro tra il Cairo e Doha s’inserisce nella più ampia guerra fredda che ha diviso la compagine sunnita della regione. Da una parte si sono schierati i sostenitori di quell’Islam politico rappresentato dall’ormai opaco e screditato modello turco, che ha gioito per le rivoluzioni del 2011 e ha criticato la deposizione di Morsi. Dall’altra i simpatizzanti dell’Islam wahabita di origine saudita, che hanno fatto il possibile per contenere i “pericolosi” effetti delle primavere, sostenendo anche l’uscita di scena del rappresentante della Confraternita egiziana.

Il montare di questo conflitto è immortalato dalle dinamiche interne al GCC. La goccia che ha fatto traboccare il vaso del contenzioso è stata la protezione che il Qatar ha concesso ai Fratelli Musulmani, disattendendo (almeno secondo gli altri membri del Consiglio) l’accordo con il quale il 23 novembre  2013 si era impegnato a rispettare il principio di non-ingerenza tra Stati fratelli e porre fine al sostegno dato a chiunque potesse rappresentare una minaccia per la sicurezza e la stabilità del Consiglio.

Per arginare Doha, i Saud hanno tirato fuori le unghie. Hanno ritirato il loro ambasciatore dal Qatar, hanno annunciato la chiusura degli uffici di Al-Jazeera a Riyad, e lo scorso marzo hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani. Affiancati dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, i reali sono arrivati alla resa dei conti con Doha, costringendola, in aprile, alla firma di un accordo con il quale il Qatar si è impegnato – almeno formalmente – a cambiare posizione: basta etichettare l’intervento dei militari egiziani come golpe; basta sostenere la Fratellanza.

È in questo quadro che i Saud hanno affrontato il dossier egiziano. L’Arabia Saudita –  Stato che tiene in vita l’economia del Paese del Nilo e può determinare l’uscita del Qatar dal GCC – è scesa in campo per giocare il ruolo di paciere costringendo il Cairo e Doha a firmare l’accordo di Riyad. Al Qatar è stato così richiesto di silenziare i fastidiosi microfoni di Al-Jazeera ed espellere i sostenitori della Fratellanza Musulmana che hanno trovato rifugio nella penisola. Mostrando buona volontà, a gennaio, Doha ha anche annunciato che parteciperà alla conferenza internazionale dei donatori che, a metà marzo, cercherà di risollevare l’economia egiziana. Tutto questo però ha un prezzo. Secondo fonti circolate prima del summit del Consiglio dello scorso dicembre, i Saud avrebbero chiesto all’Egitto di rilasciare i giornalisti della “cellula del Marriott” e di mettere fine alla campagna diffamatoria nei confronti della famiglia dell’emiro del Qatar.

La firma dell’accordo di Riyad non deve però illudere. Nei fatti il Qatar ha chiesto solo a una decina di Fratelli Musulmani di uscire dal Paese. Secondo alcune indiscrezioni, anche la chiusura di Al-Jazeera Mubashira Misr sarebbe una mossa provvisoria, visto che il network starebbe pensando al lancio di un nuovo canale che, sostituendosi alla discreditata emittente satellitare, continui ad aggiustare il tono in base all’evoluzione della narrativa regionale.

A mostrare i limiti dell’accordo di Riyad è anche la reazione di Hamas, il gruppo islamista palestinese che Doha sostiene, dando ospitalità anche alla sua leadership. Dopo una settimana di silenzio stampa, Hamas – che sta intanto ricucendo anche la sua relazione con l’Iran – si è pronunciata positivamente sulla firma degli accordi di Riyad. Non mostrandosi realmente preoccupata da eventuali estradizioni, gli islamisti palestinesi – che a inizio gennaio hanno smentito la notizia dello sfratto del capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, da Doha – sperano che questa evoluzione aiuti a ricostruire la ben più complicata relazione con il “nuovo” Cairo.

L’evoluzione di queste vicende di guerra fredda regionale mostra che né le rigide gerarchie del Golfo, né i generali egiziani gradiscono la parte da battitore libero che Doha si è ricavata sin dalla metà degli anni Novanta, ma non è chiaro se il Qatar sia disposto a cambiare ruolo. La “restaurazione” in corso rafforza la posizione dei Saud, ma fino ad ora Doha non sembra pronta a rinunciare alla sua indipendenza diplomatica. Pur ospitando la più grande base militare statunitense del Medio Oriente, continua infatti a smarcarsi dalla strategia di containment sponsorizzata da Washington nel tentativo di arginare la “mezzaluna sciita”, optando per il dialogo con l’Iran (con il quale condivide il più grande giacimento di gas al mondo), la Siria, e i loro clienti Hamas ed Hezbollah.

È per questo che sarà particolarmente interessante osservare a che cosa porterà davvero il disgelo con il Cairo.

 

Questo articolo è precedentemente apparso su Aspenia On line.

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