Juncker: io non sono un burocrate, voi fate le riforme

La Repubblica apre con un’intervista al presidente della Commissione Ue: “Parla Juncker: non sanziono l’Italia, credo nelle riforme”, “Intervista al presidente Ue: ‘Renzi resta sotto esame’, ‘Alla Merkel dico: è il tempo degli investimenti’”.
A centro pagina: “Grillo espelle altri due M5S, rivolta in rete contro il leader”.
La foto a centro pagina raffigura i lotti sospetti di vaccino della Novartis: “Influenza, allarme vaccino dopo tre morti sospette”.
Di spalla a destra, l’inchiesta: “Quattro miliardi in cinque anni ma Roma resta un fallimento”, “La Ragioneria dello Stato: capitale in default nel 2008, da allora nulla è cambiato”. Di Federico Fubini.
A fondo pagina un intervento di Guido Ceronetti: “Il Rom non esiste, torniamo a chiamarli zingari”.

Anche La Stampa si occupa in apertura del presidente della Commissione Ue, riferendo i contenuti di una sua intervista al Financial Times, che così viene sintetizzata: “’Conti pubblici, 2015 a rischio’, “Oggi il giudizio della Commissione. Juncker a Renzi: le promesse non bastano”.
A centro pagina, attenzione per la riunione Opec. La foto ritrae Diezani Kogbeni Alison-Madueke, nigeriana, primo presidente donna dell’Opec: “La donna che deciderà il prezzo del petrolio”, “Gli sceicchi sauditi alleati con Putin: fanno crollare il greggio sotto i 70 dollari per danneggiare gli Usa”.
Sotto la testata: “Vaccino anti-influenza, tre morti sospette. L’Aifa blocca due lotti”. Ma, ricorda Eugenia Tognotti in un commento, “il vero pericolo è la psicosi”.

Il Corriere della Sera: “Nuovi espulsi, rivolta nei 5 Stelle”. “I dissidenti sotto la casa di Grillo”.
Il titolo più grande: “Vaccini, morti sospette e caos. Tre vittime in dieci giorni, sospesi due lotti. In Liguria blocco totale”. “L’Agenzia del farmaco: misura cautelare, bisogna capire se il loro uso ha causato i decessi”.
In prima – con foto – anche una intervista al generale libico Khalifa Haftar, colui che “fronteggia le milizie islamiche del Paese in preda alla guerra civile”: “‘Datemi armi, in Libia io lotto anche per voi'”.
A fondo pagina: “Il petrolio è crollato, la benzina no”. “Il greggio a quota 71 dollari, sui carburanti pesano le (tante) tasse e qualche alibi”.

Il Fatto: “Nuove espulsioni, rivolta M5S. Assedio sotto casa di Grillo”, “Questa volta la ‘cacciata’ dei deputati Artini e Pinna -accusati di non aver restituito la diaria e convalidata dal web- incendia il Movimento. ‘E’ un’esecuzione’. Perfino molti fedelissimi non ne possono più. Ribelli in delegazione dal leader che nel pomeriggio aveva addirittura chiamato la polizia. Poi il faccia a faccia. Ma la frattura sembra insanabile”.
A centro pagina: “Vaccino, morti sospette, bloccato l’anti-influenza”, “L’Aifa sospende la vendita di due lotti di Fluad”, “Vittime tre anziani: i decessi 48 ore dopo la somministrazione della dose. Intanto l’Antitrust mette sotto inchiesta due aziende australiane che producono medicinali contro i tumori: prezzo ‘lievitato’, rincari dal 250 al 1500%”.

Il Giornale: “Tre morti dopo il vaccino”. “Decessi sospetti, dilaga la psicosi: stop alla vendita di due lotti di antinfluenzale”. “Enorme il danno economico. Ma gli esperti rassicurano: ‘evitare gli allarmismi'”.
Il titolo di apertura: “M5S, rivolta contro Grillo per due espulsioni”. “E Renzi promette più fisco”. “Forza Italia rilancia il ‘no tax day’. Fitto raccoglie ex finiani e vecchi Dc”

Il Sole 24 Ore: “Così il grande occhio fiscale controllerà i conti correnti”. “L’incrocio delle banche dati e la superanagrafe dopo l’emendamento alla legge di Stabilità”. “Padoan: 3,5 miliardi in più dalla lotta all’evasione”. Di spalla: “Draghi: la Bce non basta, servono le riforme e l’unione di bilancio Ue”. “‘La politica monetaria non può fare tutto'”.
A centro pagina: “L’Opec non taglia le quote. Il petrolio crolla a 70 dollari”. “Il barile ai livelli più bassi da 4 anni”.

Juncker, Ue, Draghi

“Su Luxleaks i deputati salvano Juncker” scrive il corrispondente del Corriere, dando la notizia della scontata bocciatura – 461 no, 101 sì – della mozione di sfiducia contro il Presidente della Commissione, “scampato all’agguato della Vandea euroscettica”.

Su La Repubblica, pagine 2 e 3, l’intervista al presidente della Commissione Ue: “Avrei potuto sanzionare Italia e Francia, ma stanno facendo le riforme e io non sono un burocrate”. Dice Juncker: “Hanno perfino scritto che il mio incontro con Renzi, a margine del vertice G20 di Brisbane, era andato male. E invece è stato proprio l’opposto: è andato benissimo. Se sei presidente della Commissione europea, devi saper ascoltare i Paesi e i loro governi. Devi capire che cosa sta succedendo anche nella politica interna di ciascuno Stato membro. Ho fatto la scelta di non sanzionare. Sarebbe stato facile punire i Paesi che non rispettano le regole del Patto: bastava applicare le procedure previste. Ma io ho scelto di lasciarli parlare. E di ascoltare”. Juncker spiega quindi, secondo il quotidiano, la nuova filosofia con cui intende guidare l’esecutivo Ue e, quindi, la decisione di non sanzionare nessuno dei sette Paesi che pure violano le regole del Patto, oggi, quando la Commissione presenterà i risultati degli esami dei loro bilanci. E’ un’inversione di rotta rispetto a quanto accaduto in precedenza, da parte della Commissione? Juncker: “Non ci stiamo allontanando assolutamente dalla strada del risanamento dei conti pubblici”, e “se qualcuno chiede di cambiare le regole è fuori della realtà”, ma, “secondo me, in passato abbiamo sottovalutato l’importanza della competitività. Per migliorare la competitività e la capacità di crescita, le riforme sono essenziali. E nei prossimi mesi sia Italia che Francia porteranno a termine riforme importanti in questo senso”.

La Stampa, pagina 3, l’intervista concessa da Juncker anche al Financial Times, viene riassunta così: “’Le promesse non bastano. A Renzi e Hollande chiedo impegni precisi’. Juncker al Financial Times: nessuno scontro al G20. Ma gli Stati facciano quello che devono fare”. , “Voglio un calendario su quando le riforme saranno adottate e quando i Parlamenti faranno altrettanto”.
Alla pagina precedente, la corrispondenza da Bruxelles di Marco Zatterin: “Promossa la legge di stabilità. Ma nel 2015 obiettivi a rischio”, “Il giudizio della Ue: a marzo la verifica delle cose fatte su riforme e conti”.
Ancora su La Stampa, le parole del presidente della Bce: “Draghi rilancia l’integrazione: ‘La Bce da sola non basta. Serve l’unione di bilancio’”.

Su La Repubblica: “Draghi: ‘Serve una rete di protezione europea per i debiti sovrani’”, “Il presidente della Bce: ‘Bisogna condividere i rischi degli shock, altrimenti avremo recessione e spinte secessionistiche’”.

Il Corriere spiega che Draghi ha parlato ieri in due diverse circostanze ad Helsinki, e si è soffermato soprattutto sulla necessità di “rafforzare la condivisione” delle politiche economiche europee. “La politica monetaria da sola non può fare tutto il lavoro pesante”, sintetizza il quotidiano con le parole del Presidente Bce.

Renzi, Napolitano, Quirinale

Il Giornale parla di “un premier nei guai” perché a fine dicembre “Giorgio Napolitano ufficializzerà il suo addio al Colle, e intorno alla metà di gennaio alle Camere inizieranno i giochi per la successione”. Renzi sa che probabilmente la legge elettorale ancora non sarà approvata e per il Quirinale “Napolitano un nome nel cuore ce l’ha, quello di Giuliano Amato”, un nome che sarebbe “condiviso” dai “pattisti del Nazareno” ma su cui “Renzi, che pure con l’ex premier socialista ha buoni rapporti” è perplesso, “lo ritiene poco spendibile, e certo non in sintonia con la sua linea di rinnovamento. Fosse per lui, il premier punterebbe su un candidato che sparigli, un nome fuori dai giochi della politica, un personaggio di spessore ma non riconducibile a caselle partitiche. Ha un identikit piuttosto preciso in testa, ma si guarda bene dall’evocarlo prima di aver capito se ci siano le condizioni per metterla in pista”.

La Stampa, pagina 8: “Nel Pd parte la guerriglia sul Colle”, “La sinistra avverte Renzi: serve un presidente garante per i Paese. No ad accordi al ribasso con Berlusconi”. Scrive Carlo Bertini che tra i mille emendamenti alla Camera sulla riforma costituzionale “ora spunta pure una trappola per l’Italicum: che dovrebbe essere sottoposto a giudizio preventivo della Corte costituzionale, come chiede una norma transitoria proposta da Rosy Bindi, Gianni Cuperlo e Alfredo D’Attorre. Tutte le strade sono buone e fa niente che l’Italicum sia in Senato”. E’ sulla partita più cruciale per Renzi, ovvero il voto per il futuro inquilino del Colle, che si trova il terreno più insidioso per lui: è già partita la guerriglia della minoranza Dem, con l’avvertimento di non scodellare un nome secco concordato con Berlusconi: “sul Quirinale ci faremo sentire”, ha detto Stefano Fassina. E Alfredo D’Attorre: “Dobbiamo eleggere un Presidente che deve essere il garante per il Paese per sette anni, non per il governo Renzi”. Sulla stessa pagina, il “retroscena” di Fabio Martini: “Draghi si chiama fuori dalla corsa al Quirinale e chiede di non essere coinvolto nella mischia”, “Tra i papabili entra Cantone (il presidente dell’autorità Anti-corruzione, ndr.) che avrebbe molti consensi anche tra i 5 Stelle”.

Su La Repubblica Stefano Folli sottolinea che “non c’è ancora un metodo per il Quirinale”. L’editorialista fa riferimento al 1999: fu eletto Carlo Azeglio Ciampi, in una situazione politica assai tesa, con un sistema sfibrato dalla lunga transizione del dopo-Tangentopoli. I fili vennero annodati con rapidità da Walter Veltroni, lavorando d’intesa con Gianni Letta e Gianfranco Fini. Ora tocca al presidente del Consiglio fare la prima mossa, individuando il metodo adatto al 2014. E due sono le ipotesi, secondo Folli: o si definisce “una cornice in grado di tenere insieme il Pd, compresa la minoranza interna, il resto della maggioranza e Forza Italia”, sapendo che difficilmente però si arriva ad un simile accordo “senza estenderlo al complesso delle riforme istituzionali e in particolare alla legge elettorale”. La seconda ipotesi “consiste nel rafforzare la maggioranza, estenderla ai fuoriusciti dei Cinque Stelle-un rivolo che rischia di trasformarsi in un torrente- e su tale base procedere all’elezione dopo il quarto scrutinio, quando basterà la maggioranza assoluta. Ma in tal caso è essenziale che Renzi stabilisca prima i termini di una tregua con la minoranza interna, individuando un candidato che sia gradito a Bersani, D’Alema e a qualcun altro”.

Su Il Fatto: “Re Giorgio e la patata bollente da consegnare a Grasso”, “Napolitano saluterebbe il 15 dicembre, supplenza all’ex magistrato”.

5 Stelle

“Altri due grillini cacciati dal blog”, titola La Stampa. E spiega: “Grillo ammette: ‘Scavalcati i parlamentari, altrimenti non sarebbero stati espulsi’”.

Il Fatto: “Grillo, fuori altri due: protesta sotto casa”, “Il blog espelle i deputati Artini e Pinna. Il primo si mette in macchina con altri parlamentari e va a Marina di Bibbona (sotto casa di Grillo, ndr.): ‘Devi dirmelo in faccia’. Diversi militanti presidiano la villa. Lui ci parla, ma non pare convincerli”. Alla pagina seguente, intervista all’attore Giorgio Albertazzi, che ha conosciuto Grillo per via del comune dentista e che poi è diventato “simpatizzante” del M5S. Dice: “Così mi pare il Pcus e non mi piace. Ma non dispero”. Un altro articolo de Il Fatto si sottolinea che “questa volta la triade” che guida il M5S “si è divisa”: “Determinanti Casaleggio padre e figlio, Beppe avrebbe preferito tenere una linea più morbida”.

La Repubblica intervista lo stesso Massimo Artini: “Adesso parlerò io, questi sono matti, anzi, in malafede”, “Il 69,9% ha votato l’espulsione? Non c’è la certificazione del voto degli iscritti. E questa volta io non mi fido”.
Corriere della Sera: “Espulsi, terremoto a Cinque stelle. I ribelli da Grillo. Via Artini e Pinna per gli scontrini, altri 12 in uscita. Una delegazione a casa del leader a Marina di Bibbona”.

Ancora Il Corriere intervista Samuele Segoni, il deputato M5S che ha “guidato la delegazione di cinqunta attivisti” grillini ieri davanti alla villa ligure del leader del Movimento: “‘Nella sua villa ci ha detto che contano solo i contatti sul sito'”. “Io ho cercato di fargli capire che il successo di un movimento non si misura sui clic su internet”, dice Segoni, ma Grillo ha risposto che “sbagliamo”, perché “giornali e tv sono morti”. Secondo Segoni Grillo è mal consigliato, “ha tirato i remi in barca e affidato la guida del movimento a persone che hanno principi secondo me lontani dagli ideali originari del movimento”.
E poi: “La base contesta il blog che tutto controlla: Beppe e Casaleggio, non vi reggiamo più”. Si legge sul quotidiano milanese “Massimo Artini, ha raggiunto Marina di Bibbiona per incontrare Beppe Grillo e chiedere chiarimenti sul post del leader Cinquestelle che ha avviato la procedura di espulsione. La Pinna, che ha parlato di ‘esecuzione sommaria’, non è presente per ‘motivi legati a impegni parlamentari'”, ma ribadisce che “i bonifici ci sono, li trovano sul mio blog e su Fb”, Grillo ha incontrato Artini e la parlamentare Daga, “avrebbe ascoltato le loro ragioni ma non si sarebbe mosso dalle proprie posizioni, limitandosi a dire di volersi adeguare a quanto stabilito dalle votazioni del blog”.

Il Giornale: “Rivolta contro Grillo. Assediato sotto casa dai fan degli epurati”. “Votazione farsa sul blog: fuori i deputati Artini e Pinna accusati di tenersi i soldi”. “E la protesta da virtuale diventa reale”. Secondo il quotidiano il “vero obiettivo” di Grillo a questo punto è il sindaco di Parma Pizzarotti: “Grillo non lo può vedere”, “serve solo un pretesto per cacciarlo”.

Pd

Il Corriere della Sera intervista Gianni Cuperlo: “Cuperlo amaro: questo non è il Pd che abbiamo pensato”. Nega che il non voto sul Jobs Act preluda ad altro, “non è la start up di un metodo”, “non è nato un sottogruppo pronto a fare di testa sua”, ma “in questi mesi non è mancata la disciplina”, semmai “la capacità di ascoltare”. “A me non importa nulla di fare la minoranza di sinistra in un partito di centro che guarda a destra”, “mi batto per un partito di una sinistra rinnovata in contenuti”. “Questa è la nostra casa”.

Il Giornale si sofferma su Nichi Vendola, che “sogna di emulare gli spagnoli di ‘Podemos’ puntando su un asse anti Renzi di estrema sinistra”. “‘Dobbiamo federare le esperienze alternative a Renzi per poi batterlo'”.

Fitto, FI

Su Forza Italia, Il Sole 24 Ore: “Slitta il vertice Cav-Fitto. L’ex ministro riunisce i suoi. Il deputato Ue insiste sulle primarie. ‘Io candidato? Prematuro'”. Si legge che “il pranzo chiarificatore” è stato rinviato alla prossima settimana, anche perché il leader aveva “allargato il tavolo” e il pranzo a due si sarebbe trasformato in “una tavolata da cui difficilmente avrebbe potuto venire fuori quel chiarimento utile a riavvicinare le posizioni”. Ieri Fitto ha parlato alla manifestazione contro la legge di Stabilità al Teatro Adriano di Roma, parlando davanti ad Alemanno, Urso, Ronchi, Storace, e a una quarantina di parlamentari suoi sostenitori.

Il Giornale elenca gli altri partecipanti, da Mariano Bella, direttore del Centro studi di Confcommercio a Daniele Capezzone, “l’ex braccio destro di Pannella”, dai “fittiani doc” Palese e Sisto ai “campani” Falanga, Eva Longo, Vincenzo D’Anna e Antonio Milo, ma anche Minzolini, Maurizio Bianconi, Cinzia Bonfrisco, oltre agli ex di An.

Petrolio

Sul Sole 24 Ore si dà conto della decisione dei Paesi Opec ieri: “Nessun taglio della produzione di petrolio. Nessun richiamo ufficiale a rispettare il limite di 30 milioni di barili al giorno, fermo da dicembre 2011. E nemmeno l’annuncio di un vertice straordinario, prima di quello già fissato per giugno. L’Opec alla fine è riuscita a sorprendere tutti e non è un’esagerazione prevedere che il meeting di ieri resterà nella storia. Non fosse altro che per la reazione del greggio: le quotazioni del barile, già ai minimi da 4 anni, sono arrivate a perdere quasi l’8%, con il Brent che è affondato sotto 72 dollari e il Wti addirittura sotto 68 dollari”. La riunione di ieri – scrive il quotidiano -s i può “riassumere con un ossimoro: il Cartello ha sposato la causa del liberismo”. Alla domanda “E la caduta dei prezzi non vi preoccupa?”, il segretario generale Opec El Badri ha anche scherzato: “Perché vi preoccupate tanto della nostra produzione? Capirei se foste dei trader, ma siete giornalisti. Rallegratevi, ora potrete risparmiare quando fate il pieno all’automobile”.
Secondo il quotidiano la decisione non piace sicuramente ad alcuni. Sicuramente ne risentono Nigeria e Venezuela, che infatti premeva per un taglio della produzione.
Il quotidiano intervista anche la ministra del petrolio nigeriana, Diezani Alison-Madueke.
Ancora sul Sole, Alberto Negri si chiede se la riduzione del prezzo del petrolio sarà davvero così benefica per l’Occidente e ricorda che “nella guerra del petrolio ha giocato un ruolo assai interessante il Califfato”, la Siria e la lotta eterna tra sciiti e sunniti. “Spuntare l’arma petrolifera in mano a Baghdad e a Teheran fa parte di questa strategia”, e infatti a Vienna “quasi a sorpresa, l’Iran si è allineato con la posizione saudita”. Ma se i sauditi hanno abbondanti riserve per affrontare un crollo del prezzo, per l’Iran la situazione è diversa, e forse in futuro “a Teheran vedremo altre facce al comando e ci ricorderemo di questo vertice Opec”.

Il Corriere scrive che l’Arabia Saudita “sta lasciando correre all’ingiù il barile per mettere fuori mercato i rivali all’interno dell’Opec e le ‘nuove’ produzioni americane di petrolio non convenzionale”, ma ricorda che “in Italia il peso del Fisco su benzina e gasolio si aggira intorno al 60%” e dunque “anche una diminuzione del 30% del barile di petrolio verrà diluita parecchio sui prezzi finali”.

Internazionale

Il Corriere intervista il generale Khalifa Haftar: “Combatto il terrorismo anche per voi. Se vince in Libia arriva fino a casa vostra”. “Vecchio uomo della rivoluzione libica”, 71 anni, “odiato dai Fratelli Musulmani” libici che hanno messo una taglia su di lui, dirige la operazione Karama (dignità) contro gli islamisti del suo Paese, e conta di riconquistare Bengasi prima della fine dell’anno. Dice che il parlamento legittimo è quello che si riunisce a Tobruck, che quello che si riunisce a Tripoli è “una assemblea illegale e islamista che vuole portare indietro la storia”. “Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte del Mediterraneo”. “Quanti italiani sanno che di fronte a casa loro, a Derna, è stato proclamato il Califfato e si tagliano le teste?”. Mandano armi e munizioni Egitto, Emitati, Sauditi, “ma è tecnologia vecchia”. “Amnesty ha avuto parole molto dure sulle sue milizie”, e Haftar è accusato di essere al soldo degli Usa, che lo liberarono da una prigione del Ciad quando Gheddafi lo aveva mollato. “Purtroppo ci sono politicanti che mestano nel torbido, mi associano alla Cia per screditarmi”, risponde. L’ambasciatrice Usa Debora Jones “non mi sponsorizza, tutt’altro. Quando l’ho sentita parlare ho pensato che piuttosto sostenesse i Fratelli Musulmani”, dice, aggiungendo che accetterebbe un aiuto da Israele, “il nemico del mio nemico è mio amico”, ma “non credo che Israele mi appoggerebbe, sono troppo impegnati a destabilizzare la Libia attraverso il terrorismo”.

L’inviato del Giornale in Iraq Fausto Biloslavo dà la parola a Yousef Toma, comandante della milizia cristiana nel Paese: “‘Imbracciamo i kalashnikov per non farci sterminare’. ‘Non permetteremo che si ripetano i massacri del passato ai nostri danni'”. Armi arriverebbero anche dai libanesi cristiani di Samir Geagea, scrive il quotidiano.
Altro articolo dall’Iraq: “Cristiani d’Iraq perseguitati come gli ebrei sotto Hitler. “Vessati e uccisi dagli jihadisti, derubati dei loro averi persini dai miliziani curdi. Si riducono a vendere le case a un quarto del valore a immobiliaristi senza scrupoli”.

Su La Repubblica, due pagine dedicate al Front National: “Giovani, istruiti, borghesi, il volto della destra firmato Marine Le Pen”, “Da domani a Lione la convention del Front National. Per i sondaggi il 30% dei francesi vorrebbe la leader all’Eliseo”. Di fianco, intervista a Florian Philippot, vicepresidente del Front National, che dice: “Non siamo estremisti, ma patrioti. Crediamo in una Francia forte”.

La Repubblica ricorda che oggi inizia “la delicata missione” del Papa in Turchia. E una fonte in Segreteria di Stato vaticana ha rivelato al quotidiano che il viaggio ha rischiato di “saltare”. Dice che “volevano perfino controllare i suoi discorsi”. Il quotidiano intervista il direttore di Civiltà cattolica, Antonio Spadaro e l’ex capo del Centro islamico argentino Omar Abboud: a confronto sulla tappa di Francesco in Turchia.

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