L’avventura del pragmatismo, il talento
per l’amicizia: Richard J. Bernstein

Di ritorno da un viaggio di due settimane a Francoforte, lo scorso 4 luglio, mi sono rimessa a pensare alla sessione d’apertura di una conferenza che si sarebbe dovuta tenere il prossimo ottobre in onore dei novant’anni di Richard J. Bernstein alla New School for Social Research, dove era stato professore di filosofia dal 1989. Secondo il programma, avrei dovuto introdurre una conversazione tra Dick e Jürgen Habermas, miei mentori ed amici negli ultimi cinquant’anni. Progettavo di chiedere loro in che modo l’eredità di Hegel fosse ancora presente nel loro lavoro.

Avrei posto la domanda a Dick dando prima un’idea di quella che è ormai l’eredità specifica del lavoro di Dick stesso: «Hegel ha detto che “la filosofia è la sua epoca, catturata in pensieri”. Per i membri della Scuola di Francoforte, compreso Habermas, ciò è risultato in una teoria critica della società contemporanea, in grado di analizzarne insidie e contraddizioni e mettere in luce il potenziale per una società del futuro emancipata. Scorgo la presenza dell’eredità di Hegel nel tuo lavoro in un modo diverso. Tu sei un maestro nel comprendere in modo immanente ogni Gestalt des Bewußtseins (forma di coscienza), nell’analizzare le forze e debolezze di ogni posizione intellettuale, e nel vedere come queste comunicano con le altre, anche quando ciascuna posizione assume in maniera miope di avere essa sola il monopolio della verità. Che fosse per affrontare la hybris di filosofi analitici convinti che essi soli siano in grado di pensare chiaramente e succintamente, o l’isolamento auto-imposto di filoni della filosofia continentale come le forme ermetiche di fenomenologia e decostruzione, tu hai avuto una prodigiosa abilità di portarli in conversazione l’uno con l’altro. Saresti d’accordo con questa caratterizzazione del tuo lavoro?».

Avrei poi continuato il mio dialogo con Dick: «Nei tuoi primi libri come Praxis and Action: Contemporary Philosophies of Human Activity (1971), The Restructuring of Social and Political Theory (1976) e Beyond Objectivism and Relativism (1983), ti preoccupavi di sottolineare quanto posizioni opposte beneficino dal comprendersi l’un l’altra. Quindi ti sei impegnato sullo spettro più ampio di temi, dal ripensare il male assoluto al considerare il ruolo della violenza nelle opere di Carl Schmitt e Walter Benjamin, a reinterpretare gli scritti di Freud su Mosé e il monoteismo, sino naturalmente alla rilettura magistrale del pragmatismo americano con cui cominciasti la tua carriera – in particolare nello spirito di John Dewey. Ma vedo lo spirito di Hegel al lavoro in ciascuno di questi scritti: non hai solo cercato di far sì che le posizioni opposte vedessero le loro inadeguatezze, ma nel far ciò hai anche creato una Zeitdiagnose – una diagnosi dei tempi, delle sue trappole, sogni ed illusioni. Sei d’accordo?»

Purtroppo non sarò mai più in grado di porre queste domande e iniziare questa conversazione. Dick si è spento proprio il 4 luglio.

***

Avevo incontrato Richard Bernstein per la prima volta nel 1974, quando, come organizzatrice del colloquio dei laureandi del dipartimento di filosofia di Yale, lo avevo invitato a tenere una lezione. Sapevo ben poco, all’epoca, del cosiddetto “affare-Bernstein” di un decennio precedente, quando Yale aveva negato al giovane e carismatico Bernstein la tenure e gran parte del campus, comprese persino le matricole, aveva protestato. La facoltà di filosofia era riuscita a tenerci all’oscuro di tutto ciò, e Dick mi avrebbe raccontato la verità solo a pezzi e bocconi nel corso degli anni. Senza dubbio il suo trattamento da parte di Yale accelerò quasi vent’anni di declino di un dipartimento che aveva guidato il mondo della filosofia americana, e che si sarebbe ripreso solo a metà degli anni ’90.

Nel 1975 fu Dick a invitare me alla Dubrovnik Summer School in teoria sociale e politica. Lui ed Habermas, insieme con Albrecht Wellmer e Charles Taylor, avevano rivitalizzato la cosiddetta Scuola di Korčula, dove Ernst Bloch e György Lukács si erano potuti incontrare con intellettuali dissidenti di Paesi oltre la Cortina di Ferro. Dick conosceva già Mihailo Marković, che aveva invitato a insegnare a Haverford e che all’epoca era il leader della Praxis School in Jugoslavia. Insieme a Marković, Habermas, Wellmer, Taylor, Agnes Heller e i suoi colleghi Sveta Stojanović e Zaga Golubović, Dick avrebbe poi fondato nella primavera 1981 la rivista Praxis International.

Fu così che, alla presenza di Bernstein e Habermas, in una piccola aula seminariale nel centro inter-universitario di Dubrovnik, dove il Gruppo di Praxis si era dato appuntamento, lessi il mio paper su “Razionalità e azione sociale nell’opera di Max Weber” che, a prescindere dai suoi altri meriti, diede inizio a quella profonda guida ed amicizia con Dick che sarebbe durata mezzo secolo.

Quando finì il suo mandato di condirettore con Marković di Praxis International, Dick propose che io assumessi quel ruolo insieme a Stojanović, cosa che feci dal 1986 al 1992. Durante le guerre civili in Jugoslavia e i relativi conflitti etnici, divenne sempre più difficile per la rivista continuare nella sua logica imparziale. In una riunione memorabile all’Università di Francoforte, Praxis International fu sciolto e fu fondato Constellations: An International Journal of Critical and Democratic Theory, che Andrew Arato ed io avremmo diretto per i primi sette anni, sino al 1997.

Quegli anni tumultuosi videro anche l’emergere del movimento polacco Solidarnošc (1980–1989), la caduta del Muro di Berlino (1989) e la trasformazione dell’Europa centro-orientale, ma Dick riuscì a tenere unito il nostro spesso difficile gruppo. Molti di noi che erano stati membri della rivista Telos—Andrew Arato, Jean Cohen, Dick Howard, Joel Whitebook, e io stessa—ci eravamo riorganizzati attorno a Constellations. Insieme a Heller, che era arrivata alla New School come Hannah Arendt Professor of Philosophy nel 1986, Dick tenne viva l’eredità dei movimenti che si opponevano ai “socialismi realmente esistenti” dell’epoca.

Nessuna ricostruzione della mia amicizia con Dick potrebb’essere completa senza rimarcare l’importanza per entrambi di Hannah Arendt. Nel 1996 pubblicammo entrambi libri su di lei: il suo Hannah Arendt and the Jewish Question, e il mio The Reluctant Modernism of Hannah Arendt. All’epoca, la notizia della storia d’amore di Arendt con Martin Heidegger colorò molte percezioni della sua opera così come della sua persona. Racconti sensazionalisti come quello di Elzbieta Ettinger, Hannah Arendt/Martin Heidegger (1995), rendevano difficile scorgere l’eredità della politica e delle tradizioni ebraiche nel suo pensiero, di cui Dick e io ci occupavamo. Mentre le osservazioni di Arendt sul male divennero dominanti nei successivi scritti di Dick su di lei (come nel suo libro del 2002 Radical Evil: A Philosophical Interrogation), io mi dedicai alla questione dell’apolidia e proseguii a lavorare sui diritti degli altri – migranti, rifugiati, richiedenti asilo.

Nel 2018 Dick scrisse Why Read Hannah Arendt Now?, rispondendo al revival internazionale d’interesse per la sua vita e le sue opere, compresi diversi film su di lei, e alla ricerca da parte dei più giovani di un nuovo orientamento per la vita politica. Dick tenne un corso su Arendt nel suo ultimo semestre alla New School. Nella nostra ultima conversazione, tre settimane prima della sua scomparsa, mi disse che stava pensando di tornare sull’opera di Arendt attorno ai temi della narrativa.

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La dedizione di Dick alla tradizione del pragmatismo americano correva come un brillante filo attraverso tutto il suo lavoro. Preferì Dewey a Charles Sanders Peirce e William James, una visione che elaborò in The Pragmatic Turn (2010). Così come Richard Rorty, di cui era stato compagno di studi sia all’Università di Chicago che a Yale, Dick si soffermò sulla critica pragmatica della teoria della conoscenza “dello spettatore” e rifutò la pretesa che la mente sia specchio della natura. Dick continuò a impegnarsi su questi temi rivolgendosi al lavoro di filosofi di Pittsburgh come Robert Brandom e John McDowell e difendendo sempre più una forma di naturalismo alla Dewey, in contrasto con il focus sul solo linguaggio. Il suo ultimo libro, che sarà pubblicato postumo, s’intitolerà The Vicissitudes of Nature: From Spinoza to Freud.

Nel 2004 Nancy Fraser ed io dirigemmo un Festschrift per il settantesimo compleanno di Dick, Pragmatism, Critique, Judgment: Essays for Richard Bernstein. L’elenco dei contributors—Rorty, Habermas, Taylor, Heller, Jacques Derrida, Thomas McCarthy, Geoffrey Hartman, Carol Bernstein, Yirmiyahu e Shoshana Yovel, Joel Whitebook, Judith Friedlander, Jerome Kohn—è rivelatore non solo della capacità di Dick di impegnarsi in conversazioni attraverso diversi generi di  filosofia, di critica culturale così come letteraria, e della psicoanalisi, ma anche della sua stroardinaria capacità di amicizia e di radunare le persone. La sua lezione pubblica in occasione dei 90 anni di Habermas, nel giugno 2019 a Francoforte, fu dedicata al tema dell’amicizia, a partire da Aristotele.

Una volta chiesi a Dick, nel Corso di una cena con amici a Berlino, se la morte del suo fratello maggiore durante la Seconda Guerra Mondiale avesse lasciato un vuoto emotivo nella sua vita. Fu forse una domanda troppo diretta da parte mia, ma mi era sempre parso che ci fosse nella capacità di Dick di tenere insieme famiglia e amici una dimensione che provenisse dal profondo della sua anima. Tra amici, ci divertivamo a chiamarlo il “Rebbe”, colui che spesso doveva dire “buoni buoni, bambini, smettetela di litigare; siamo tutti sulla stessa barca”. Ebbene, abbiamo perso il nostro Rebbe a New York, e un vuoto si è aperto nelle nostre, di anime. Per onorare l’eredità di Richard J. Bernstein, dobbiamo non solo continuare ad essere pensatori onesti. Dobbiamo anche prenderci cura dell’amicizia, e condividerla generosamente, così come lui ha fatto con così tanti di noi.

 

Seyla Benhabib è Eugene Meyer Professor of Political Science e Professoressa di Filosofia all’Università di Yale.

Quest’articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sulla Boston Review.

 

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