Antiseri, alfiere della società aperta
e del fallibilismo

Dario Antiseri (1940-2026), filosofo liberale e cattolico, è stato prima di tutto un generoso e instancabile insegnante. Ha dedicato alla didattica scritta e parlata un’immensa quantità di energia e a chi lo rimproverava tra i suoi allievi e colleghi per i suoi presunti “eccessi” di divulgatore rispondeva che no, la divulgazione era importantissima per difendere le idee di libertà e tolleranza che erano e sono sotto minaccia. Quindi per lui la missione di diffondere l’opera di Karl Popper valeva bene lo sforzo che gli richiese la traduzione de La società aperta e i suoi nemici e la fatica, lungamente frustrata, di vedere quei due grandi volumi pubblicati in Italia. Dovette attendere fino al 1972 per vederla finalmente uscire presso l’editore Armando Armando, dal momento che quel grande lavoro di Popper, uscito nel 1946, molto prima che lui potesse occuparsene, e rifiutato da Einaudi (anche se fu subito recensito da Norberto Bobbio che ne colse senza alcun dubbio tutta l’importanza) era, tra le altre cose, molte, un grande manifesto liberale contro il totalitarismo e in particolare contro il comunismo, società chiusa per eccellenza. Dunque il clima non era favorevole nell’immediato dopoguerra e ancora a lungo negli anni Sessanta. E Antiseri si trovò a remare controcorrente a lungo. Del resto anche in Francia La società aperta dovette aspettare fino al 1979 prima di vedere la luce in traduzione. Ad Antiseri non dispiaceva essere ricordato prima di tutto per questo, per essere l’alfiere di Popper e del suo pensiero: l’epistemologia liberale della conoscenza che procede per congetture e confutazioni così come la politica del riformismo liberale che procede per tentativi ed errori e rifiuta il pericoloso ancoraggio a verità assolute, a missioni salvifiche, al determinismo storico, supremo errore di Marx (ed Hegel), vale a dire quella distorsione per cui se conosci in anticipo il percorso della storia non c’è limite ai sacrifici e alle sofferenze che ti senti in dovere di imporre per portarla al suo compimento. Mai si sarebbe stancato di insegnare queste basi della cultura liberale che fino alla sconfitta del comunismo, con l’‘89, era in trincea contro il nemico fatale, dunque insieme a Thatcher e Reagan. Dopo, la prospettiva popperiana sarebbe in una certa notevole misura cambiata. Antiseri coltivava e diffondeva con le sue pubblicazioni il pensiero liberale della scuola austriaca, di Friedrich von Hayek, di Ludwig von Mises, di Wilhelm Röpke e la coltivava insieme alla tradizione cattolica italiana, da Antonio Rosmini a Luigi Sturzo, aveva una immensa fiducia nel mercato e nella proprietà privata e ha sempre perorato in politica l’idea della distribuzione di buoni ai giovani perché potessero spenderli indifferentemente tra la scuola pubblica e la scuola privata. Era decisamente un liberista, come si usa dire in italiano, non solo un liberale. Ma questo non gli avrebbe impedito onestamente di riconoscere che Popper si era distinto da Hayek e dagli altri austriaci in questo assoluto affidarsi al mercato, tanto che l’autore della Società aperta poteva ben dirsi un teorico del riformismo sociale. Che altro era quel “gradualismo” dell’azione politica che compare già nell’opera del 1946? Il punto cruciale della rottura con gli schemi politici sommari del mondo novecentesco era la critica del perfezionismo, della fiducia assoluta che il corso delle cose corrisponda alle aspettative della leadership politica, mentre la sapienza popperiana era nell’attenzione umana alla riduzione dei danni di ogni intervento politico, nella valutazione degli aggiustamenti necessari alla prova dei fatti, nella consapevolezza che nessuna improvvisazione o nessun diktat possono sostituire lunghi processi di educazione. E nemmeno il mercato può da solo essere chiamato a fare miracoli. Così Popper, che è vissuto fino al 1994, vedeva con preoccupazione che a Mosca si aprisse la Borsa prima di costruire strutture giudiziarie indipendenti. La seconda cosa sarebbe stata certo più difficile da realizzarsi della prima.

Nonostante la sua forte impronta liberista, Antiseri era consapevole di questo disallineamento di Popper rispetto ad Hayek, che del resto era confermato da diversa letteratura contemporanea, e dalle stesse cose che Popper diceva nelle interviste e nei saggi successivi all’‘89. Sul riformismo in politica Antiseri pubblicò insieme a Ralf Dahrendorf un volumetto di Reset, Il filo della ragione.

Ma c’è molto Antiseri, al di là del suo rapporto con Popper e del suo liberalismo: il suo lavoro di storico della filosofia, il suo poderoso manuale realizzato insieme a Giovanni Reale, il grande studioso della filosofia antica, e di Platone in particolare (quello stesso Platone che Popper nella società aperta mandava all’inferno come “totalitario” insieme a Marx ed Hegel “falsi profeti”), un’opera che gli è valsa riconoscimenti internazionali, anche in Russia, e così tante adozioni e traduzioni.  Ci sono, oltre a innumerevoli saggi su Popper, le sue monografie su Pascal, Kierkegaard, i suoi saggi sulla fede e la ragione, su Wittgenstein, sul pensiero cattolico, su Gadamer e l’ermeneutica, i suoi dialoghi con Vattimo e con Giulio Giorello e, da non dimenticare, per quanto puntuta era la sua posizione, la difesa del relativismo contro gli attacchi cattolici, a cominciare dalla omelia pro eligendo pontefice del cardinale Ratzinger del 18 aprile 2005, quella pronunciata poco prima della apertura del conclave che lo avrebbe eletto.

La sua profonda convinzione del fallibilismo umano, anche questo un pilastro del pensiero e dell’epistemologia di Popper, lo metteva in rotta di collisione con le tesi di colui che poi sarebbe diventato Benedetto XVI. Come scriveva Sandro Magister Antiseri “prende le difese proprio di quel relativismo che Ratzinger ha condannato come ‘una dittatura che non riconosce nulla come definitivo’… Non solo. Nello stesso articolo Antiseri difende anche il nichilismo, come ‘riconquista dello spazio del sacro’. E viceversa rifiuta che possano avere un fondamento razionale incontrovertibile quei diritti ‘inscritti nella natura stessa della persona umana e pertanto rinviabili ultimamente al Creatore’, di cui ha scritto Benedetto XVI”. L’articolo compariva sulla rivista dell’Università Cattolica Vita e Pensiero ed era seguito da interventi di replica di impronta ortodossa.

Dario Antiseri era dunque uno spirito indipendente che affrontava senza scomporsi le critiche di quanti lo avrebbero voluto più allineato. Accadde così che quando Silvio Berlusconi portò una pattuglia di “professori liberali” in Parlamento o in ruoli politici con Forza Italia, Antiseri si rifiutò e ricordo ancora, per averle ascoltate dalla sua voce, le dure reprimende di Lucio Colletti, che invece di quella pattuglia faceva parte, con Antonio Martino, Marcello Pera, Gaetano Quagliariello, Giuliano Urbani. Ma con molti rimase in ottimi termini nel continuare il suo lavoro della cattedra di metodologia delle scienze sociali e di preside di scienze politiche alla Luiss così come nel lavoro editoriale proseguito insieme a Raimondo Cubeddu, Enzo di Nuoscio, Giovanni Orsina.

 

 

Immagine di copertina: Dario Antiseri (Foto di Sannita – Opera propria, CC BY 3.0)

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