Bypassare i partiti, dal Cav. al web

 

Ultimamente si sente spesso l’esortazione, a sinistra, a non illudersi che, con la fine del governo Berlusconi, sia avviato a scomparire anche il “berlusconismo”. Parimenti, si è spesso sentito parlare, negli anni scorsi, di una “anomalia” o “diversità” italiana rispetto al resto dell’Occidente: politica, per la qualità della democrazia; sociale, per i valori diffusi e condivisi; addirittura antropologica, per l’atavico carattere amorale se non addirittura immorale del nostro popolo. Ho sempre creduto che queste due affermazioni forti, indipendentemente dalle intenzioni di chi le profferiva, avessero una loro solo parziale verità, nel senso che andavano circoscritte e precisate.

La prima, nel senso che per “berlusconismo” non è da intendere affatto e solamente il sistema di potere e di governo instaurato da Berlusconi e dal suo governo, bensì il più generale sistema politico che ingloba in qualche modo lo stesso fronte antiberlusconiano, almeno nella misura in cui accetta il campo di gioco e le modalità espressive dell’avversario, ponendosi in sostanza come uno speculare “uguale e contrario”. La seconda, nel senso che la “diversità” italiana fosse quantitativa e non qualitativa: è come se noi esagerassimo e anticipassimo degli elementi e delle linee di tendenza proprie dell’intero Occidente e non solo. Ovviamente, una vasta letteratura suffraga questa mia convinzione.

Un forte elemento a conferma di essa viene però ora dalla lettura di un intelligente libro di Alessandro Lanni, appena pubblicato da Marsilio nella collana de “I libri di Reset”: Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza partiti, con l’introduzione di Nadia Urbinati. L’autore parte da un assunto, che si mostra euristicamente pregnante: l’assimilazione sotto una sola categoria, che per lui è quella di “populismo”, sia dei movimenti sociali che si costruiscono dal basso attraverso reti e connessioni di vario tipo, sia dei “partiti di plastica” studiati a tavolino e proposti dall’alto attraverso operazioni di marketing e pubblicità. Sia il movimento di Grillo o la Lega sia Forza Italia, per intenderci.

Ciò comporta il superamento, da questo punto di vista, di due discriminanti tradizionali: quella fra destra e sinistra e l’altra fra web e tv: da una parte i populismi non sono necessariamente di destra; dall’altra il web non è, al contrario della tv, di per sé di sinistra e “democratico”. Ma cosa è allora che accomuna un partito personale e patrimoniale e un movimento politico sorto sulla rete? Sicuramente quel particolare rapporto che si instaura fra il leader e gli aderenti intesi come “popolo”, cioè massa indifferenziata di individui il cui consenso alle idee del capo non ammette autonomia di giudizio o distinguo. Più in particolare, l’affievolirsi di ogni forma di dibattito sotto forma di riflessione razionale collettiva tipica dei partiti democratici, i quali erano nati come elemento di organizzazione e articolazione degli interessi e degli ideali espressi dalla società.

E una connessa semplificazione della proposta politica, che l’autore definisce con la metafora clinica del by pass: i movimenti fanno proposte che dovrebbero essere imposte dall’alto al corpo sociale e fungere come una salutare “scossa”. Il momento della discussione e della mediazione è visto come un’inutile fatica, una “perdita di tempo”. D’altronde questo affermarsi del principio del “terzo escluso” assume forme più generali: dal dibattito pubblico, sempre più incapace di cogliere le sfumature fra le posizioni, che tendono a polarizzarsi; alla società, ove il declino del ceto medio è un fenomeno particolarmente accentuato negli Stati Uniti ma presente in tutto il mondo occidentale; alle stesse forme infine della rappresentanza, che caratterizzano storicamente in senso liberale (e costituzionale) le democrazie occidentali. In questo ordine di considerazioni, il caso italiano si capisce non poco.

E si relativizza. Ma lascia intravedere o pone esplicitamente la domanda cruciale se, nella crisi del vecchio ordine, sia dato scorgere o immaginare un tipo di democrazia liberale diverso da quello classico. L’autore non dà una risposta, ma è possibilista e moderatamente ottimista. E individua in una forma di “partito mite” il nuovo soggetto della mediazione politica. Fra il leaderismo e il cyberpopulismo, egli immagina un partito nuovo e policentrico, che si serva del web ma che ne corregga le distorsioni. Non so se la storia gli darà ragione, ma sicuramente è questa la direzione verso cui indirizzarsi.

Pubblicato su Il Riformista, 08/01/2012, p. 6.

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