IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Viterbo, la Eboli di Salvini?

Il bagno di folla nel quale Matteo Salvini ha consacrato a Viterbo la sua leadership, con in mano il dato del sorpasso di sette punti nel consenso sui grillini, ha scosso i giornali italiani al punto da averli ammutoliti e indotti a stendere una cortina di silenzio sull’avvenimento, nell’incredulità del fatto e nell’incapacità di dargli una spiegazione. Come un celebrato capo di stato o un pontefice in visita pastorale, Salvini ha sfilato protocollare e ierofantico tra interminabili ali di gente assiepata, distribuendo saluti e sorrisi tra una stretta di mano e l’altra, in mezzo a un pubblico festante che lo acclamava e chiamava per nome. Nemmeno il migliore Grillo ha suscitato manifestazioni di entusiasmo così vistose né è pensabile che un altro leader politico di oggi possa fare altrettanto.
Il fatto nuovo ha disorientato gli osservatori, in alcuni suggerendo l’idea di una solitaria “marcia su Roma” e in altri instillando il convincimento che l’uomo sul quale scommettere è proprio lui. Che un tale tributo popolare gli sia giunto nella più meridionale delle città settentrionali, lungo la frontiera del Nord dopo la cui linea, superata Roma,si apre l’altro Paese del Sud, sembra un segno divinatorio, un auspicio che sa di investitura e di prima tappa di un lungo viaggio. Facendo da baricentro, Viterbo – città storicamente avvezza ad ospitare e celebrare anti-autarchi e con una consolidata tradizione conservatrice e reazionaria – ha come interpretato i sentimenti convergenti dell’intero elettorato nazionale sintetizzandoli in un’istanza di cambiamento che si è personificata nella figura forse meno indicata per dirigerla ma proprio per questo la più appropriata. Dalle strade di Viterbo la voce che si è alzata nel cielo d’Italia è quella di un popolo cui importa il “particulare” guicciardiniano, l’interesse circoscritto e campanilistico fino ad essere individualistico, contando per esso il soddisfacimento di aspettative e bisogni privatistici più del perseguimento di ideali generali e motivazioni pubbliche.
E Salvini sembra nato apposta per dare risposta a queste attese, concependo il Paese (da buon leghista secessionista di derivazione bossiana) nelle forme di tante repubbliche autonome al massimo da federare. Questa visione, corporativa anche quanto alle classi sociali e addirittura alle antropie regionali, si attaglia alla perfezione a un progetto di ordinamento statale nel quale la realizzazione di un ideale di felicità del singolo viene prima di quella del gruppo e ad esso tende a confluire solo se non divergente. In altre parole lo slogan “Prima gli italiani”, inalberato da Salvini e posto a vessillo di una Lega che ha perso qualche attributo come “Nord” ma non lo spirito nordista, suona monco mancando la specificazione del tipo di italiani che avrebbero la precedenza sugli stranieri e che sarebbero, al di là di un chiaro ma mendace intento unificatore, quelli che si riconoscono nel primato del proprio “particulare”. Che non è soltanto la pace fiscale, la riforma Fornero, le agevolazioni ai soggetti Iva, l’estromissione dei migranti, la flat tax, l’ordine pubblico, temi cari ovviamente a tutti gli italiani che pensano ai propri conti e che dello Stato hanno una concezione hobbesiana di mostro vorace, ma è anche la propria identità fondata su un supposto stato di superiorità per cui ha la precedenza e il comando chi produce ricchezza e ha i soldi, quindi guarda caso le regioni che sono il territorio sovranista della Lega. Di conseguenza il Meridione, terra di falsi invalidi, scansafatiche, opportunisti e perdigiorno, scrocconi e parassiti, non potrà avere in nessun modello Salvini la stessa posizione del Veneto o della Lombardia: ancor più dal momento che tutt’oggi studenti siciliani in cerca di un affitto a Padova vengono sbrigativamente respinti con la stessa grinza in faccia con cui viene chiusa la porta agli africani migranti. Se prima non si fanno gli italiani rimane un’utopia pensare di fare l’Italia nell’idea di una nazione formata da una cultura condivisa e uniforme.
Sebbene nel giro di pochi mesi Salvini abbia trasformato le piazze soprattutto del Sud da terreni di contestazione nei suoi confronti ad archi di trionfo per le sue campagne politiche e sebbene anche in Sicilia il suo verbo cominci a conquistare le coscienze (a cominciare da quella del governatore Nello Musumeci che pose il veto alla Lega in vista delle elezioni regionali da cui uscì presidente per poi suonare il piffero a Salvini nelle adunate leghiste al Nord), il divario Nord-Sud è talmente profondo da costringere la Lega a parteggiare impedendole ogni velleità integrazionista. Fin quando la stampa nazionale continuerà ad additare il Sud al ludibrio settentrionale marchiando nell’onta  atteggiamenti collettivi, eccessi, privilegi politici che pure sono reali, è molto difficile che Salvini porti a compimento il suo programma di tipo piemontese, di annessione del Sud alle ragioni e alle richieste del Nord. Se Cristo si è fermato a Eboli, Salvini può essersi arrestato quattrocento chilometri prima, a Viterbo. Troverà accoglienza nel Sud, vera e non di comodo come quella che gli viene manifestata da chi vuole farsi suo gerarca, solo se comincerà a dire qualcosa di meridionale. Possibilmente e meglio: a fare qualcosa unicamente per i meridionali.

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