IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Talkshow in lockdown

Corrado Formigli è insorto a difesa dei talkshow compiendo un atto dovuto e scontato dal momento che deve tutto a un talkshow – che peraltro è fra i primi a tenere alto l’allarme sociale sul Covid con servizi che puntano al sensazionalismo e a suscitare brividi, proprio secondo le intenzioni del presentatore, che è il più ossessionato dall’audience. I talkshow, genere di programma nato per fare molto più spettacolo che informazione, sono i veri responsabili dello stato di confusione che grava in Italia sullo stato delle cose. Senza di essi, gli scienziati non avrebbero certo potuto litigare e seminare discordie sui giornali o nei telegiornali, né sarebbe apparsa così lacerante e manifesta l’opinione comune sull’epidemia e sui mezzi per fronteggiarla, talmente divisa che può bene essere attribuita alla loro natura istigatrice l’insorgenza sediziosa che ha riempito le piazze di facinorosi e molotov.
Il problema è anche che sono troppi e che, in un forsennato cicaleccio, reiterano e rimestano sempre lo stesso tema, invitando sempre le stesse persone che si rinviano da un talk all’altro per riprendere a litigare su numeri, metodi, tempi, cure e previsioni. In questo clima anche figure del tutto incompetenti in fatto di virologia, come per esempio Sgarbi o Cecchi Paone, possono ergersi ad esperti e pontificare sciorinando tesi scientifiche insieme con programmi politici. I talkshow, trasmissioni tra le più economiche e più facili, costellano i palinsesti di tutti i network nazionali e riempiono l’intero arco della giornata, dal primo mattino a tarda sera, con un’offerta che comprende ormai anche i programmi di intrattenimento come quello condotto da Barbara D’Urso, pienamente legittimata a fare informazione sortendo come gli altri di dare spettacolo.
Lo stato d’animo nazionale sarebbe stato ben diverso senza i talkshow e se i resoconti sull’andamento dell’epidemia fosse stato riservato alla sola stampa e all’informazione canonica dei telegiornali e dei loro approfondimenti. Invece una pletora di “bravi presentatori” ha preso la scena e il pallino della situazione investendo il pubblico televisivo di una massa di tali logorroiche concioni da ingenerare una sindrome nazionale che alla confusione di dati e notizie aggiunge disorientamento e sgomento. Costituiscono tutti insieme il deterrente maggiore e più pernicioso alla formazione di un fronte consapevole e responsabile contro il Covid: la loro rutilanza e ridondanza nuoce anche all’azione di governo, costretta a tenere conto non solo dei pareri discordi di governatori, sindaci e scienziati ma pure di opinion maker che dai loro studi dettano insensate norme di comportamento e posano a soloni e cassandre. Non si rendono conto, in nome delle loro carriere e dei loro pingui trattamenti economici, che non c’è alcun motivo di vedere ambulanze con sirene spiegate, “immagini esclusive” di terapie intensive, o sentire infermieri stanchi o primari allarmati per avere idea di quanto sta succedendo. Non c’è davvero alcun bisogno di un dippiù di informazione estemporanea e di pancia, di annunci a non cambiare canale in attesa di nuovi scoop “sconvolgenti” alla Formigli, dell’ennesimo testa-coda di Zangrillo o di una nuova intemerata di Galli per rendersi conto che nessuno ha ricette né certezze e che bastano i bollettini e i titoli dei giornali per stare più che preoccupati.
Troppi talk, troppi show, troppe voci che si accavallano, troppi riflettori e collegamenti in diretta. Urge un decreto, un Dpcm per imporre il lockdown a questa Babele dove l’ultimo conduttore si crede un grillo parlante e pensa di poter fare come nel calcio il direttore tecnico e decidere come giocare. Formigli, Gruber, Vespa, Del Debbio, Palombelli, Merlino, Porro, Fazio, Floris, Giletti, Giordano e compagnia ciarlando: perché siete state in ferie in estate e siete tornati in massa ora, come un virus? Non è colpa loro. Chiunque, con uno stipendio di circa 300 mila euro l’anno, cavalcherebbe ogni pandemia e come Formigli e Giletti sarebbe pronto ad arrabbiarsi inalberando bandiere demagogiche. La responsabilità è delle reti televisive e radiofoniche che sostengono questo tipo di trasmissioni a basso costo e ad alto potenziale politico: un’industria che crea personaggi ricorsivi e dunque amati e odiati come attori del cinema, Senza più freno e limiti: al punto che un conduttore radiofonico cosiddetto “civilmente impegnato” ha sentito di dare il suo contributo alla crescita del Paese ospitando una pornostar invitata a introdursi in trasmissione un vibratore nel deretano. Pare che abbia fatto uno scoop.

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