IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Talk show e potere, la difficile convivenza

Hanno ragione sia Matteo Renzi che Massimo Giannini: il primo a non andare a Ballarò né in altri talk show, il secondo ad adombrare una berlusconiana sindrome di non contraddizione che aleggia in capo a ogni uomo al potere, ancorché quest’uomo abbia fatto della libertà di critica, bene esercitata quando al potere non c’era lui, un caposaldo del proprio credo politico. Il problema è nello spirito stesso dei talk show, che possono aspirare ad avere un ascolto quanto più si pongono in atteggiamento di denuncia nei confronti del governo e quanto meno ad esso si mostrino corrivi. Una trasmissione come Ballarò, o come diMartedì o Piazza pulita, se non sta dalla parte della maggioranza e dei suoi bisogni, cioè dei telespettatori, non può per ovvie ragioni ottenere alcun consenso di massa. Proprio in quanto difensori delle cause popolari e dei diritti della gente, queste trasmissioni hanno ragione di esistere, ben consapevoli che perdono audience appena, con un dippiù di enfasi, approvano, sostengono o incoraggiano iniziative del governo quale che sia.

Ma del resto Renzi non ha torto a disertare salotti televisivi deputati a trasformarsi in aule processuali, da affrontare da accusato anziché da intervistato o in veste di parte di un dibattito dove non ci sia chi debba necessariamente rispondere di fatto proprio quando magari si hanno molti motivi per ricevere beneplaciti e mirallegro. Soltanto nel salotto di Bruno Vespa è consentito ad un premier o a un ministro di essere tutelato e sostenuto dal conduttore, che si fa garante preordinato – e ormai riconosciuto – dell’incolumità d’immagine del proprio ospite. Questa condizione di paladino della fede consente al solo Vespa di avere in studio personalità che si guardano bene dall’accettare l’invito di altri giornalisti televisivi, così dichiarando che l’allergia non è per i talk show in blocco ma per alcuni, quasi tutti, conduttori. Ma è proprio in presenza di questa taccia eccezionale che si definisce lo stato dei talk show, il cui modo d’essere è per vocazione di fare da garanti del pubblico: sia pure con gli eccessi macchiettistici e popolaristici di un Giletti e di un Del Debbio.

Quando Santoro, il principe del genere televisivo, quello che fu vittima dell’editto bulgaro di Berlusconi per avere portato al diapason l’invettiva ad personam, dichiarava qualche tempo fa che i talk show hanno esaurito la loro capacità intendeva anche riferirsi a una condizione naturale che costringe questo tipo di trasmissioni ad essere velenose, pena il calo d’ascolti. Non è un caso se le trasmissioni storiche più viste e ricordate sono quelle di Falcone che litiga da Maurizio Costanzo, Berlusconi che pulisce la sedia di Travaglio, D’Agostino che molla un ceffone a Sgarbi: tanto per rimanere nell’ambito “politico” e tenere a parte i programmi pomeridiani che sono parenti lontani dei talk show ma che pure ad essi si rifanno.

La questione non è diversa, nel gioco di ruoli tra potere e libertà di stampa, da quella vissuta nel braccio di ferro tra Palmiro Togliatti ed Elio Vittorini, che dirigendo “Il Politecnico”, giornale di area comunista non poteva per ciò solo non essere anche un organo del Pci se dal Pci voleva continuare ad avere anche risorse finanziarie. Vittorini si rifiutò di fare “il piffero alla rivoluzione” e professò un ideale per il quale un giornale non deve consolare ma inquietare. Gliene venne la chiusura del Politecnico e una lunga vicenda di contrasti con il partito, il cui leader non ricedette dall’assunzione del primato della sua “chiesa”, convinto che il partito venga sempre prima di ogni altra pur lodevole istanza.

Non diversamente la pensano oggi leader e partiti, congreghe e maggioranze, sicché ha ragione Giannini a lamentarsi in pubblico – in un altro talk show di serie B – del fiato al collo dei partiti, della loro intolleranza, del posto che sente venirgli meno e dell’isolamento in cui sta finendo. Ma, venendo dalla stampa – da una stampa come nel caso di Repubblica che si costituisce essa stessa come partito – non ha capito che è la Tv, bellezza. O si è da una parte o si è fuori. Ma se si è da una parte è il pubblico che tende ad espellere. Ci sarà qualche ragione che non ci sono talk show di lunga vita. L’unico è “Porta a porta”, che ha scelto, assicurandosi l’impunità, di stare con tutte le parti.

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