IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Se non bastano trecento morti al giorno

Non bastano una media di 250 morti al giorno per consigliare prudenza e ascoltare voci come quella cinese che temono una forte ripresa dell’epidemia a seguito del regime di rilassatezza che l’Italia, il Paese europeo più colpito e colpito per primo, ha instaurato. Avere parlato di fasi, distinguendo una seconda da una prima – il cosiddetto modello Italia – ha significato che la libertà condizionata e contingentata concessa dal governo si è tradotta in una licenza che ha indotto tutti a sentirsi autorizzati a uscire di casa e tornare alla vita di prima. Del resto il fatto stesso che sia stata indicata una fase due ha instilalto nella percezione comune un’idea di superamento e di avanzamento, certamente di miglioramento delle condizioni di movimento in vista peraltro di una fase tre ancora più permissiva, quando sarebbe stato invece necessario che il governo non accampasse né parlasse di alcuna fase ma semplicemente avesse affidato al contenuto della propria decretazione la disciplina della ripartenza.
Un numero di decessi da coronavirus compresi tra 250 e 300 al giorno sono un’enormità ma non fanno più notizia né spingono a parlarne. Tutti i giornali e i mass media hanno relegato negli ultimi ranghi l’informazione sulla mortalità e ciò hanno fatto sull’altare della ripresa a tutti i costi, anche a costo della vita dei soggetti perlopiù più fragili e più anziani, accogliendo senza dirlo e applicando senza rossore la politica ventilata da Trump che apertis verbis ha predicato il credo della massima libertà al prezzo di un maggior numero di vite. Quello che un mese fa sconcertava il mondo – l’eventualità cioè che i medici fossero costretti a decidere chi fare morire in terapia intensiva – si è avverato a opera non più dei camici bianchi ma dei colletti bianchi, di politici e burocrati di Stato collusi con i boiardi dell’economia che, spegnendo le luci sulle bare e accendendole sulle banche, hanno fatto passare il messaggio che tra salute e finanza è la prima a dovere soccombere.
La decisione della Protezione civile di annullare il quotidiano appuntamento del pomeriggio di aggiornamento dei numeri sull’epidemia (decisione presa sulla ipocrita supposizione che il passaggio alla fase due rendeva inutile mantenere un clima da fase uno visto come ansiogeno ma in realtà efficacissimo come deterrente contro ogni proposito irresponsabile di ripartenza) ha segnato il momento in cui l’Italia ha scelto l’opzione Trump di riaprire e fare morire. Con la differenza che Trump l’ha detto ma finora non l’ha fatto mentre l’Italia non l’ha detto ma l’ha fatto senza che nessuno dei tanti Scanzi, Sgarbi, Travaglio, Giletti e Sallusti, pronti a fare i catoni e i soloni, abbia detto una parola. Purtroppo il governo attuale è figlio di un tempo nel quale ad essere il sale della terra non sono i gattopardi e i leoni ma gli sciacalletti e le iene.
Se addirittura il Papa cita Fabio Fazio (che evidentemente segue in televisione) e un personaggio come il magistrato antimafia Nino Di Matteo fa rivelazioni a Giletti (che evidentemente sta a sentire fino a mezzanotte), perché sorprenderci se Giuseppe Conte dipende dai predicatori e dai martellatori che anche in televisione incitano a smettere il lockdown per il bene della grande industria e dei detentori del potere economico?
Ma quanti morti al giorno sono necessari perché sia chiaro che la fase uno non è terminata e che in tutti i balconi d’Italia sventoli il tricolore a mezz’asta?

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