MALA TEMPORA

Marco Vitale

“Il corsaro vent’anni dopo. Storia della Dynasty Ferruzzi”. La mia prefazione al libro di Alberto Mazzuca

Il bel libro di Alberto Mazzuca lo si legge come un avvincente romanzo. E se questo è certamente un complimento per l’autore, forse non lo è per i personaggi dei quali narra e soprattutto per il principale attore, Raul Gardini che, non per caso, venne liquidato da Giorgio Bocca come “un personaggio da romanzo” e quindi non importante come imprenditore e come italiano.

All’inizio del libro Mazzuca elenca i giudizi fortemente contrastanti su Raul Gardini e la sua epoca che lui suscitava e ancora suscita. Tra questi io sono in sintonia con Marco Borsa che, nel suo indimenticabile libro scritto con Luca De Biase: “Capitali di sventura. Perché rischiano di farci perdere la sfida degli anni ‘90” (Oscar Mondadori, 1992) formulò, con Gardini ancora vivente, attivo  e potente, un giudizio molto severo: “Gardini. Il grande bluff”, supportato peraltro da un’analisi ed una riflessione approfondite, che il trascorrere del tempo rende ancora più convincenti e lungimiranti. E sono in sintonia anche con il giudizio di uno dei migliori consulenti d’azienda italiani degli ultimi 50 anni, Pietro Gennaro, che disse: “Il grande imprenditore non è stato Gardini, ma suo suocero Serafino Ferruzzi. E quello che Gardini ci mise di suo fu tutto sbagliato”.

Ma ad eccezione di questi commenti iniziali, necessari per capire perché è utile ripercorrere oggi quella tumultuosa storia di vent’anni fa, e di alcune brevi conclusioni finali, il grande merito di Mazzuca è quello di evitare di addentrarsi in giudizi e conclusioni politico- filosofiche, e di limitarsi a raccontare, con scrupolo, meticolosità, partecipazione, le complesse vicende personali ed economico-finanziarie che si intrecciano in questa lunga, tormentata, significativa vicenda, fornendo al lettore la conoscenza necessaria per farsi un proprio giudizio. Il libro non è, dunque, un saggio né di politica né di economia; è un racconto, di una storia vera di una famiglia imprenditoriale che, per la sua rilevanza, è però anche storia collettiva.

Una storia meticolosamente documentata, seriamente ricostruita, ben raccontata. E, dunque, da un lato si tratta della lettura di una vicenda umana affascinante per tutti, dall’altro di un vero e proprio libro di storia utile per chi vuole riflettere su quei decenni cruciali per il nostro presente ed il nostro futuro. In questa chiave, grazie a Mazzuca, anche il mio giudizio sul personaggio diventa più articolato. Mentre esso resta fermamente negativo su Gardini imprenditore (ma in compagnia di tutti gli altri “capitani di sventura” e dei politici tangentari che il libro ci fa toccare con mano, che ci hanno fatto perdere la sfida degli anni ’90), diventa più sfumato sul piano umano. In alcune vicende Gardini diventa persino simpatico, pur nelle sue smargiassate e nelle sue drammatiche contraddizioni, come quando spara a zero contro il regime imperante della corruzione, sostenendo, giustamente, che un paese avanzato non può prosperare con tanta corruzione, regime peraltro che, anche lui, alimentava. Ma altri grandi imprenditori e capitali di sventura hanno alimentato il sistema della corruzione, senza soffrirne e senza tentare di sfuggire allo stesso come, sia pure velleitariamente, tentò di fare Gardini. E’ altresì vero che Gardini, come parecchi hanno rilevato, era uomo di grandi visioni che spesso si sono rivelate corrette ed anticipatorie. Ma le visioni senza la capacità di commisurare obiettivi e mezzi in modo equilibrato ed efficiente non fanno un buon imprenditore.

Due sono i personaggi principali di questa storia: Serafino Ferruzzi e Raul Gardini. Forse solo Shakespeare poteva inventare, nello stesso dramma, due personaggi così diversi tra loro. Il primo è accumulatore di patrimoni ed evoca i grandi mercanti italiani del trecento per la intensa capacità di lavoro, le qualità realizzatrici, l’abilità di muoversi con successo nel commercio internazionale.  Il secondo è dilapidatore di patrimoni. Il primo quando muore è probabilmente l’operatore più liquido d’Italia; il secondo quando lascia è, su base consolidata con il gruppo di imprese che ha guidato, probabilmente il più indebitato del mondo.  Il primo è sobrio, il secondo è smargiasso, esibizionista e scialacquatore. Il primo rifugge dai media e dai giornalisti. Il secondo si vanta di essere la persona più intervistata e fotografata d’Italia e, secondo la peggior tradizione dei capitalisti italiani, i giornali li compra. Il primo è furbo, prudente,avveduto e quando si accorge che i tempi d’oro per il commercio dei cereali stanno finendo, si avvia cautamente verso nuovi settori molto ben individuati (partecipazione in  Unicem  con la Fiat nel cemento e diversificazione nell’agro-alimentare con Eridania- Begin Say). Il secondo diversifica a destra e a manca in modo disordinato e si impegna contestualmente nella chimica, nella farmaceutica, nell’agroindustria,nel cemento, nelle assicurazioni, nei giornali, nell’American Cup e in tante altre attività che, tutte o quasi, richiedono grande impegno e capacità manageriali oltre che finanziarie, scaricando sull’indebitamento bancario e sul mercato finanziario i costi, quasi sempre spropositati, delle sue acquisizioni, e finisce pasticciando con le acque minerali anche queste comprate a carissimo prezzo. Il primo è sempre tempestivo nelle sue mosse, cioè si muove, anche grazie a un sistema di informazioni molto efficienti, al momento giusto e ciò  gli permette grandi speculazioni con successo come quella sui cereali nel 1973 che, si dice, gli fruttò 200 milioni di dollari di allora; il secondo è sempre fuori tempo, o troppo in anticipo o troppo in ritardo. Il primo temeva i politici e la loro tendenza a saltare addosso alle ricchezza privata per spogliarla. Il secondo odiava i politici ed era convinto, come un novello Mattei, di poterli dominare. Il primo, nella sua sobrietà e riservatezza, cercava di essere amico di tutti e soprattutto dei potenti della finanza, come David Rockfeller; e resta leggendaria la scena di quando comparve al mercato delle merci di Chicago. Quando fu riconosciuto, gli operatori arrestarono la loro attività in segno di deferenza mentre suonava la sirena in segno di saluto e rispetto per un trader così importante. Il secondo litigava con tutti e non aveva amici se non quei pochi veri amici di gioventù, che lo accompagnarono per tutta la vita con ammirevole fedeltà, come Vanni Ballestrazzi. Entrambi, però, sono accumunati da una strategia di fondo contraria alla trasparenza ed al mercato. E la tendenza si accentua man mano che il gruppo è più presente, con le sue varie attività, sul mercato finanziario e borsistico. Per cui è convincente la conclusione di Marco Borsa, quando scrive: “Resta il fatto, tuttavia, che la strategia Ferruzzi vista con l’ottica di questo libro, non è altro che il tentativo di una famiglia ricca e potente di scaricare il più possibile sul mercato e sui terzi le conseguenze degli errori della loro gestione”.

In sostanza Gardini è un cattivo imprenditore, come l’esito delle sue imprese inequivocabilmente dimostra, ma il racconto di Mazzuca ci fa conoscere una persona umanamente affascinante, certamente molto migliore di tanti altri protagonisti o comprimari di questa storia. E la conferma di ciò si ha nella sua tragica fine e nelle parole con le quali  mamma Ida, la moglie di Serafino Ferruzzi, rimpiange, al momento della morte, il prediletto genero: “Nel ricordo del marito Serafino Ferruzzi nonna Ida rimpiange con fede cristiana il prediletto genero Raul Gardini  al quale era legata da reciproco amore e stima che il tempo ha accresciuto e che la morte non potrà cancellare”.

Ma ritornando alla vicenda imprenditoriale di Gardini e della Gardini – Ferruzzi, per la fase successiva alla morte di Serafino, mi sono chiesto se essa potesse essere sviluppata in uno di quei casi aziendali attraverso i quali, all’Università, cerchiamo di illustrare e testimoniare agli studenti principi, metodologie, responsabilità, comportamenti del buon management. Penso che questa vicenda potrebbe rappresentare solo un caso in negativo, una eloquente lezione di cosa e come non bisogna fare. Ciò che è certo è che Gardini non è “l’uomo nuovo del capitalismo italiano” come lo definì Cossiga, il politico che è stato premier e capo dello Stato, né il “primo del nuovo”, perché “rifiutava il regime” politico di quegli anni basato sulla corruzione e sui ricatti, come lo definì Vanni Ballestrazzi, il fedele amico di una vita. Gardini, osannato dalla stampa nostrana anche quando faceva disastri è piuttosto “l’espressione del volto più arretrato del capitalismo italiano” come lo definisce il Financial Times quando nel gennaio 1988 si presenta al mercato finanziario con un progetto di ristrutturazione della Montedison che incontra l’ostilità della Borsa, della stampa internazionale e, persino, di una parte della stampa nazionale. Come scrive Marco Borsa, nel 1992: “ benché uomo nuovo emerso negli anni ottanta, Gardini appare portatore di vecchissimi vizi della borghesia speculativa italiana. Il primo dei quali è di subordinare, senza la minima esitazione, qualsiasi interesse aziendale alle sue ambizioni personali… “Quando viene annunciata un’operazione di ristrutturazione societaria del gruppo Ferruzzi – dice uno dei più sperimentati analisti della Borsa di Milano: io so già che cosa devo fare: comprare la capogruppo e vendere qualunque altro titolo. Perché una cosa è certa: i guadagni si concentreranno in alto vicino alla famiglia e le perdite si scaricheranno in basso, nell’oceano del risparmio”. Questo giudizio un po’ drastico e severo del mercato, rivela che l’attitudine dei Ferruzzi, è rimasta quella del rapace capitalismo finanziario familiare che considera le aziende roba propria al pari degli animali nella stanza, di frutti dell’orto e della casa, di cui si può disporre esclusivamente a proprio vantaggio e godimento. Il fatto che nelle aziende siano coinvolti altri azionisti, banche creditrici, dipendenti, sindacati, appare tutto sommato irrilevante”.

Ed è proprio qui che la vicenda Ferruzzi-Gardini si intreccia con i grandi temi nazionali e diventa da “dynasty”  familiare un capitolo della crisi italiana, anche attuale. Se vogliamo capire perché oggi siamo in ginocchio, perché la chimica italiana è stata dispersa, perché l’Olivetti è morta, perché la Fiat per sopravvivere ha dovuto diventare americana, perché la Finmeccanica è affogata in scandali e mala gestione, perché la Telecom è caduta nell’irrilevanza e gioca alle ombre cinesi, perché il Monte dei Paschi, dopo oltre seicento anni di storia utile e gloriosa, è in ginocchio, perché, insomma, il capitalismo storico italiano ha registrato una Caporetto disastrosa e sulla linea del Piave resiste eroicamente solo il quarto capitalismo delle medie imprese di qualità (delle quali i Gardini-Ferruzzi avrebbero potuto essere parte ma non lo sono stati per eccesso di avidità, provincialismo e mancanza di un sistema di valori  imprenditoriali solidi), non dobbiamo partire dalla crsi americana dei mutui subprime, come molti economisti fanno, ma da storie come questa che illustrano la debolezza morale, intellettuale, professionale del capitalismo storico italiano, dalle vicende dei capitani di sventura, che, insieme ai politici corrotti, ci hanno fatto perdere la sfida degli anni ’90 e ci hanno relegato in un angolo a contare fagioli, insieme all’ineffabile Mediobanca di Cuccia, supremo regista di tanti fallimenti.

  1. La narrazione è abbastanza fedele, ma non si può non considerare il tessuto sociale italiano di allora come quello odierno. La politica è stata la prima causa del disfacimento industriale italiano, collusa con le varie organizzazioni criminali, e la cosa peggiore è che già questo “sistema” l’avevamo esportato oltre confine. Raul Gardini è “stato fatto fuori” proprio perché visionario e perché intendeva ribellarsi allo stato delle cose(anche la massoneria e la Chiesa hanno grosse responsabiltà), posso affermarlo con cognizione di causa, la mia vita e quella di Raul si sono, seppur brevemente, incrociate.

  2. Mi sembra un po’ troppo di parte questa narrazione… Le operazioni volte al l’acquisizione delle aziende di produzione dello zucchero mi pare fossero già pilotate dal sig. Gardini?!? Io sono a favore di chiunque tenti di raggiungere il progresso e contro invece a tutti coloro i quali si elevino a giudici degli operatori senza operare nulla nel progresso della nazione!!!

  3. Non ho ancora letto il libro su R.Gardini, ma la prefazione di M.Vitale mi ha convinto a comprare il testo che certamente leggerò con grande piacere. Grazie

  4. Bello il libro. ho due aneddoti seri su Ferruzzi e Gardini e pertanto preferirei inviarli personalmente al dott. Mazzuca
    Pro Antonio Piccinini

  5. In questo momento, vedere l’italia morente, preferisco l’italia dei ferruzzi e gardini, sono stati anni d’oro,il lavoro non mancava, la ricchezza era distribuita a livello accettabile.dovremmo inchinarci,davanti a S.ferruzzi,R.gardini,G.agnelli, sono stati dei grandi imprenditori. da quello che ho capito,anno dovuto combattere contro la politica corrotta,il marciume che ci sta portando allo sfascio.ringrazio queste persone per le cose fatte bene e non,sono fiero di essere italiano e rappresentato da loro,non . mi vergogno di essere rappresentato dalla attuale politica.

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