IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La vita promessa e la serie tradita

Come gran parte delle serie Tv, anche “La vita promessa”, Raiuno, non sfugge al loro peccato originale: l’approssimazione. Abbiamo visto le prima due puntate e aspettiamo le altre nella sensazione che non saranno granché diverse, per cui è possibile tentare già adesso un commento. Quanto alla storia raccontata, la struttura mutua da “I promessi sposi” il nucleo centrale dato dalla bramosia del potente Vincenzo Spanò, più malandrino che boss, trasposizione evidente di Don Rodrigo, di avere per sé Carmela Cannizzo, che è costretta come Lucia Mondella a fuggire per sottrarsi alle sue mire: senonché ripara in America dove è soccorsa da un fra Cristoforo nei panni di un ricco finanziere, anch’egli siciliano e da tempo emigrato, che nondimeno aspira al suo cuore con propositi ben diversi da Spanò. E nella New York del proibizionismo i debiti che lo sceneggiato contrae è con “C’era una volta in America” di cui sembra echeggiare, certamente alla lontana, anche la colonna sonora. Stesse ambientazioni e costumi uguali, immigrati vessati dalla Mano nera, contrabbando di liquori, maliscenze dei giovani irretiti dalla delinquenza, punzelle ardite e svergognate, manifestazioni di piazza, policemen buoni e cattivi. Tutto visto e rivisto, senz’altro molto meglio.
Quel che abbonda è appunto l’approssimazione, che rende improbabile l’intreccio. Emigrare in America con un matrimonio per procura che riserva l’incognita di finire nelle mani di un orco insieme con i figli, l’America dove la mafia siciliana si è radicata ed è ben più minacciosa e coercitiva, non è il migliore suggerimento che un parroco possa dare a una donna sola esposta a rischi ancora maggiori che quello di fronteggiare il banditello di paese, campiere di un barone inoffensivo e gentiluomo. All’improvvisa malattia della figlia, colpita da un colera che non contagia nessun altro, un secondo parroco mette la donna di fronte alla decisione se partire e lasciare la figlia morente così da mettere in salvo gli altri figli, che nessuno però minaccia davvero. Il figlio grande, preso da un impulso vendicativo, si lascia sbollire la rabbia e segue la madre come il più ubbidiente dei figli, salvo poi, una volta in America, non capendo che la madre vuole sottrarlo alla carica della polizia per salvarlo davvero, lasciare la casa ritrovando tutto il suo carattere. Dal canto suo la madre, posta dal prete davanti al bivio, la decisione che prende è controde contro ogni sentimento materno, che mai lascerebbe la figlia morire da sola – figlia che invece non muore e che poi rifulge più bella di prima. La scena più emozionante, l’incontro a New York della figlia che ritrova la madre, è forse la più ridicola: anziché precipitarsi alla chiamata del marito, la figlia incede sulla scena scostando come una tenda i cordoli e appare serafica alla madre che invece di saltare in aria anche per lo spavento, sapendola morta pur avendola creduta viva, semplicemente si commuove come per un distacco di pochi mesi.
C’è poi il figlio pestato dagli accoliti di Spanò per punizione: pure lui sembra morto, invece si salva ma perde la ragione tornando bambino, per la strana conseguenza di un pestaggio che colpisce le facoltà mentali. C’è anche il fidanzatino della figlia resuscitata, che accorre a Napoli perché invocato da lei, ma quando arriva si ferma a vederla in abito da sposa e preferisce farsi ridurre in fin di vita dagli scherani di Spanò pur di tacere dov’è la ragazza che loro cercano..E che in realtà non ci vuole granché a scoprire, bastando chiedere nel quartiere di una ragazza la cui famiglia è appena emigrata.
La trama non regge e gli stessi attori tradiscono fin troppo l’atto della recitazione. La protagonista, Luisa Ranieri, sembra il doppio femminile del marito Luca Zingaretti: molta affettazione e poca naturalezza. Improbabile anche come siciliana di campagna degli anni Venti, con un dialetto ricalcato e un italiano appropriato. E’ cinema, si dirà alla fine. Occorre la sospensione dell’incredulità e fare sforzi di immaginazione come il pubblico davanti alle tragedie di Sofocle ed Eschilo. E’ vero. Ma oggi al cinema, per l’emancipazione del pubblico divenuto molto esigente e avvertito, non è più permesso approssimare. Come sempre bisogna guardare agli americani. La produzione in realtà l’ha fatto, ma confidando in un’America che facesse da teatro, mentre occorre che faccia da scuola.

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