IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La Sicilia del milazzismo alla Musumeci

In Sicilia è possibile tutto. Ogni trasformismo, ogni trasversalismo. Forme di inciucio che hanno un nome specifico: milazzismo, dal presidente della Regione siciliana che formò un governo unendo gli opposti. Di una manovra analoga si è reso artefice l’ultimo governatore oggi in carica, il fascistissimo della primissima ora Nello Musumeci, colui che fu capace di mollare Gianfranco Fini, figlio politicamente legittimo di Giorgio Almirante, e mettersi in proprio con uno suo partito pur di non tradire gli ideali di Julius Evola, Armando Plebe e Drieu La Rochelle. Ma, si sa, con l’età e con il mutare dei tempi, le persone cambiano, cosicché Musumeci è arrivato ad ammettere l’impensabile: un accrocco con il nemico, quella Sinistra mai abbastanza vituperata e da lui coerentemente fino ad oggi sempre avversata. Contro ogni logica politica, contro ogni rossore e ogni scrupolo, ha nominato sua portavoce, ovviamente a chiamata diretta e mandando a casa il fiduciario avuto sin dall’inizio al suo fianco, una ex europarlamentare eletta con i voti esclusivamente della Sinistra, la Michela Giuffrida già direttore di Antenna Sicilia, l’emittente televisiva di Mario Ciancio, l’editore imputato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso.
In un laconico comunicato stampa Musumeci spiega che conosce la Giuffrida dal tempo in cui lui occupava la poltrona di presidente della Provincia e sembra che questa lunga conoscenza, dopotutto elementare essendo entrambi catanesi e giornalisti, sia valsa come motivo unico e sufficiente perché fosse conferito un incarico pubblico a una persona dalle mille virtù, compresa quella di presentatrice di festival ed eventi di piazza, ma assolutamente a corto di esperienza come portavoce e addetta stampa. Ma Musumeci, che gestisce la Regione come fosse casa sua (indimenticabili le generosissime elargizioni concesse motu proprio a una scuderia del suo paese che aveva bisogno di essere ristrutturata, un milione e mezzo, e agli stilisti Dolce&Gabbana, 600 mila euro), più che a garantire al suo ufficio la maggiore professionalità bada a cementare la propria sfera di relazioni. Per modo che, mentre si pensava che fosse impegnato a fronteggiare il Covid dopo aver portato la Sicilia ad essere la terza regione più infetta, ha sorpreso tutti con una mossa del cavallo: un incarico a un esponente dell’altra sponda che è rimasta fuori dalla politica dopo una breve e dimenticabile stagione in paradiso: quasi che, esperito il tentativo di brillare e costituirsi una posizione permanente a Strasburgo, alla Giuffrida abbia egli voluto offrire la possibilità di rivalersi stando alla propria… destra per diffondere da portavoce il suo verbo e le sue intemerate, al di là della circostanza che fino all’anno scorso fosse da lei visto come un rivale sotto altre insegne e altri usberghi.
Ma dopotutto se Musumeci è stato in grado di dire dei grillini che “il più pulito ha la rogna” per poi, al bisogno, proporre loro un paio di poltrone nel suo governo, perché mai non avrebbe dovuto mettersi in casa una comunista ancorché ai comunisti l’abbia giurata già a diciotto anni? E sì, comunista: perché, diversamente da quanto scrive il comunicato ufficiale di nomina, la Giuffrida è stata eletta e poi vanamente ricandidata nelle liste non dei Socialisti democratici ma in quelle del Partito democratico, ultima elaborazione del Pci.
Ma per quali astruse e sicilianissime dinamiche si è arrivati a tale eccesso? E perché Musumeci non ha pensato a un giornalista della sua area politica, di quelli che hanno votato e cercato voti per lui e che come lui hanno inalberato negli anni le stesse bandiere? Occorre tornare indietro di qualche anno. Quando venne inopinatamente ammantata del laticlavio di eurodeputata, Michela Giuffrida ricopriva il ruolo di direttore della televisione di Mario Ciancio (che smantellando Telecolor dove lei operava la volle prima direttrice lì, salvando solo lei della vecchia redazione, e poi ad Antenna Sicilia) con l’impegno di tornare a esserlo nella malaugurata ipotesi di un solo mandato parlamentare. Andando in aspettativa la Giuffrida poteva dunque vedere un futuro sereno, nella prospettiva di tornare certamente nella sua stanza promessa, senonché le cose sono andate male: Antenna Sicilia ha smesso i servizi giornalistici, Mario Ciancio è finito nei peggiori guai e il giornale La Sicilia è precipitato a una vendita inferiore alle diecimila copie dalle sessantamila dei bei tempi. La intraprendente Michela si è trovata così per strada in cerca di nuova fortuna e chissà se ha più volte bussato, com’era suo diritto, in casa Ciancio perché desse seguito e contenuto all’istituto giuridico dell’aspettativa.
La fortuna è alfine arrivata con la chiamata di Musumeci, il politico amicissimo di Ciancio (come Ciancio può esserlo dei politici) che forse è il più celebrato, difeso, sostenuto e pompato quotidie, qualsiasi scempiaggine perpetri, dalle pagine de La Sicilia, che lo ritiene appena al di sotto di un Mosè salvatore del suo popolo. Con la chiamata a Palazzo d’Orleans e la cacciata del portavoce che si era guadagnato meritatamente tutti i galloni, le cose si sono messe per il meglio: Ciancio non dovrà più affrontare qualche possibile vertenza sindacale e potrà dire di aver mantenuto l’impegno, la Giuffrida torna in campo – un campo collaterale a quello politico ma anch’esso verde e smagliante – sia pure come portavoce e/o portaborse mentre Musumeci potrà continuare a godere delle premure e delle coccole di un quotidiano che è l’ombra sbiadita di quello di un tempo, è vero, ma che è pur sempre il giornale del suo collegio elettorale. Imparate gente dalla Sicilia, il laboratorio alchemico d’Italia, come si fa politica e come si fa anche solidarietà.

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