L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

La quarta sedia

È passato un anno dalla strage parigina di Charlie Hebdo e tornano alla mente le faticose discussioni sulla libertà di stampa, sulla blasfemia, sul rispetto delle fedi religiose, sul diritto di satira. Non abbiamo capito molto di cosa stia succedendo, ma qualcosa ci viene chiarito dalle vicende di questi giorni che vedono acuirsi lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, tra sunniti e sciiti. Viene infatti il sospetto che l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane spinga i diversi schieramenti ad affrettare la conquista di posizioni più vantaggiose per mettere la prossima amministrazione americana di fronte al fatto compiuto e che il terrorismo sul suolo europeo sia solo un modo per rappresentare e approfondire i conflitti intraislamici.
Allora dobbiamo incassare in silenzio, senza nemmeno l’illusione di essere davvero obiettivi dei tagliagole vicini e lontani? Forse non sono obiettivi reali né il diritto di satira né la vita viziosa dei giovani parigini e però si sente tornare spesso il linguaggio religioso, che tale resta anche se assume tonalità che qualcuno ha definito tribali, quando l’Arabia Saudita ad esempio definisce apostata l’imam sciita condannato a morte e Kameney dall’Iran tuona di punizione divina contro gli usurpatori del ruolo di custode dei luoghi santi.
Lo so, lo so, che c’entra anche la politica dell’occidente opulento e decadente, assetato di petrolio e piazzista di armi, eppure i tagliagole di tutti gli schieramenti parlano spesso un linguaggio religioso, e avrà pure un significato anche questo o vogliamo mancare loro di rispetto fino al punto di considerare tribale anche quel linguaggio?
E di linguaggio religioso stiamo facendo una cura intensiva anche dalle nostre parti tra giubilei, porte sante, encicliche e sacra ecologia, e per fortuna Francesco non ha la barba nera, non è truce ma sorride, non ha neppure più le babucce rosse. Manca l’aria quando capita di sentirsi costretti a scegliere tra un linguaggio religioso e un altro linguaggio religioso; ma davvero siamo stati di nuovo ributtati a questa terrificante alternativa?
E allora gratitudine alla copertina che Charlie Hebdo dedica all’anniversario della strage dei suoi giornalisti, nella quale, con un mitra sulle spalle e vesti sporche di sangue, compare il disegno di un fuggiasco con tutti i tratti riconoscibili di Dio, ma chiaramente del Dio cristiano – il triangolo, l’occhio, la barba bianca – e la prima reazione è di domandarsi perché non se la prendano con il Dio osannato da coloro che nella loro sede aprirono il fuoco dodici mesi fa. E infatti, accanto allo sdegno islamico, si alza anche lo sdegno cattolico e il commento scoraggiato della Conferenza episcopale francese su Twitter: La CEF ne commente pas ce qui ne cherche qu’à provoquer. Est-ce de ce genre de polémique dont la France a besoin?
Il disegno sulla prima pagina, accompagnato dalla scritta 1 an après l’assassin court toujours, ha il solito stile un po’ urticante alla Charlie Hebdo, non fa ridere, né credo lo volesse fare, non è particolarmente bello, forse vuole essere irritante e in parte ci riesce, ma, appena superata l’irritazione, sembra dire una cosa importante. Le vere radici dei disastri attuali saranno pure il petrolio, il commercio delle armi, la libido dominandi, ma certo un ruolo importante spetta anche a questo rinnovato successo delle religioni, a quel linguaggio che risuona in continuazione nei mezzi di comunicazione, che certo non permette di sovrapporre le parole dei tagliagole a quelle di Francesco che predica la misericordia, e tuttavia la predica non perché ci sentiamo animali sociali e ci riconosciamo uguali, ma perché Dio ce lo chiede; e tuona anch’egli talvolta contro il malefico relativismo che vorrebbe fare a meno di verità e principi assoluti.
Forse verrà un giorno – I have a dream – in cui, magari su una isoletta del Mediterraneo – Malta, Rodi, Pantelleria? – intorno a un tavolo quadrato prenderanno posto i rappresentanti delle grandi religioni monoteiste per mettere fine agli scontri di carattere religioso. È auspicabile che il quarto lato del tavolo non venga lasciato libero ma possa ospitare una quarta sedia, per chi non vorrebbe trovarsi costretto a identificarsi con uno dei tre interlocutori solo a causa dell’esistenza degli altri due. Se gli intellettuali e i politici europei non saranno in grado di esprimere un nome per la quarta sedia, si potrebbe proporre fin d’ora che sia offerta a chi ha osato individuare l’assassino ancora in fuga, dopo un anno dalla strage, proprio in quel Dio che diventa ogni giorno più invadente.
Je suis Charlie.

  1. Io direi che la quarta sedia potrebbe essere occupata da chi condivide la stessa religione degli altri tre, la fede nel Dio-denaro-potere-egemonia-dominazione …

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