LA BELLA CONFUSIONE

Oscar Iarussi

Giornalista e scrittore

La giusta distanza. Note sul verdetto di Cannes

Proprio non la mandiamo giù, né noi né loro. Che si tratti di calcio, di cinema, di letteratura o di cinema. «Loro» sono i francesi «che s’incazzano», cantava Paolo Conte celebrando il genio di Bartali. D’altronde, Venezia e Cannes sono i festival più antichi e gloriosi del mondo, da sempre in duello. «E i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano / e tu mi fai – dobbiamo andare al cine – / e vai al cine, vacci tu». Ebbene, in questo caso «loro» sghignazzano. Almeno, così li immaginano i giornali italiani e gli appassionati di cinema che su Facebook e Twitter continuano a protestare contro il verdetto di Cannes. Una contestazione non priva di ragioni. La giuria internazionale presieduta dagli statunitensi fratelli Joel ed Ethan Coen non includeva un giurato italiano. Mentre il cinema francese – in un’annata giudicata non tra le migliori  – è tornato a Parigi con la Palma d’oro a Dheepan di Jacques Audiard e due premi per i migliori interpreti a Emmanuelle Bercot e  Vincent Lindon.

A mani vuote l’Italia, che schierava in concorso un trittico di prestigio: Mia madre di Nanni Moretti, Youth – La giovinezza di Paolo  Sorrentino e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Tre autori premiati nelle passate edizioni del festival francese. Moretti, invitato ben sette volte nel corso di una carriera amatissima Oltralpe, vinse la Palma d’oro nel 2001 con La stanza del figlio. Sorrentino e Garrone, gemelli del gol sul grande schermo, debbono molto a Cannes. Il primo v’è stato cinque volte,  vinse il Premio della giuria nel 2008 con Il divo e nel 2013 lanciò sulla Croisette La grande  bellezza destinato all’Oscar. L’altro ha vinto due volte il Grand Prix con Gomorra (2008) e Reality (2012).

Insomma, difficile contemplare un complotto ai danni dei «nostri». I malumori sono consentiti. E, certo, la forza «industriale» della cinematografia italiana è decisamente inferiore a quella parigina, formidabile per apporti statali e rispetto dell’«eccezione culturale» (la deroga al libero mercato, cioè un protezionismo anti-hollywoodiano). Per non parlare della promozione all’estero assai efficace grazie all’organizzazione di «Unifrance».

Ciò detto, è assurdo percuotersi col flagello parlando di «flop» o di «disfatta»  dell’Italia. Non è una finale del campionato del mondo di calcio, non abbiamo sbagliato un rigore. Parimenti insensato è confondere i desideri con la realtà: sperare di vincere o «tifare», come hanno fatto alcuni giornali, non significa che una giuria debba tener conto di tale aspettativa nel verdetto. E sarà il caso un giorno o l’altro di dirsi a viso aperto, quanto meno tra addetti ai lavori, che è in via di estinzione la tradizione novecentesca della critica cinematografica: analisi linguistica,  comparazione culturale e giudizio ponderato. Al suo posto, da tempo vige una pratica all’insegna dell’estremismo, che, per dirla col vecchio Lenin, è una «una malattia infantile» (senile, talora),  coerente con la dimensione puberale dei social network tra entusiasmo e invettiva gratuiti.

Ha ragione Alberto Barbera, direttore della Mostra di Venezia e giurato a Cannes nel 2010, che ha commentato a caldo: «Non bisogna drammatizzare, c’è chi vince e chi perde. Sebbene sia un verdetto squilibrato, discutibile, sicuramente frutto di un compromesso. È vero che la Francia fa più squadra di noi, ma se non avessero il prodotto non raggiungerebbero neppure i risultati. E poi le risorse della Francia sono sei volte le nostre».

Un invito al fair play viene anche dalla giornalista Roberta Ronconi: «Questo bagno asciutto degli italiani non lo vedo male. Non so, mi sembra elegante aver partecipato ad una festa portando meravigliosi doni e andarsene poi silenziosi e contenti, anche se nessuno ci ha ringraziato. Una roba da veri signori. Au revoir, la còte». Sottoscriviamo, tranne che per l’enfasi sul «meraviglioso». A proposito, Le meraviglie dell’italiana Alice Rohrwacher l’anno scorso vinse il Gran Premio a Cannes.

Il nostro cinema al Festival ha dimostrato di essere in salute raccontando di vecchiaia e di morte: una sorta di elaborazione del declino italiano, che ora forse «cambia verso». Ma c’è davvero troppa maniera «felliniana» e poca anima nel nuovo Sorrentino e in parte anche in Garrone, qui incerto tra  Pasolini e Visconti. Annotarlo non significa essere anti-patriottici. E i fratelli Coen non sono dei «gufi».

 

Articolo apparso sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 26 maggio 2015

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