LIVING TOGETHER, DIFFERENTLY

Massimo Rosati

Docente sociologia generale Università di Roma Tor Vergata

Julien Ries

Profili.

Prima di Mircea Eliade pensavamo che il mito fosse un racconto favoloso, denso di senso soltanto a livello metaforico; prima di Julien Ries credevamo che l’homo habilis e l’homo sapiens fossero gli unici protagonisti della storia dell’evoluzione umana.  Dopo Ries, l’ipotesi in campo – radicale – è che l’homo religiosus sia “l’uomo normale”, ininterrottamente protagonista dell’evoluzione umana, dalla preistoria ad oggi, e che il racconto mitico non sia né la cifra del falso, ma della realtà. Più o meno con queste parole Roberto Mussapi ricordava, su Avvenire di domenica 24 Febbraio, Julien Ries, morto il giorno prima.

Julien Ries è stato antropologo, sacerdote – nominato Cardinale da Benedetto XVI nel 2012 –, e saggista prolifico – la cui opera in italiano è in via di traduzione integrale da Jaca Book; egli ha ripreso e cercato di dare fondamenta antropologicamente più salde alla posizione di Eliade: il sacro è un elemento della struttura della coscienza, non un momento della sua storia; l’homo religiosus non è tale solo nel momento in cui seppellisce i suoi simili, ma in quanto essere capace di simbolizzazione, in quanto coincide con l’homo symbolicus, un essere che si impone fin dall’inizio dell’avventura umana. Andando al di là della distinzione tra cultura materiale e cultura spirituale, che ancora segna l’interpretazione del simbolismo tra paleoantropologi, archeologi e teologi, Ries ha posto l’homo religiosus in quanto homo symbolicus ‘al di sotto’ di ogni tappa evolutiva, cultura e civiltà, e si è instancabilmente dedicato alla ricerca e divulgazione delle molteplici forme che nel tempo della lunga durata il sacro ha assunto. Ne è risultata un’antropologia del sacro che fa della tendenza connaturata alla coscienza al rimando alla trascendenza e all’alterità il motore dell’esperienza umana. Come Eliade, Ries invitava a guardare il mondo con occhi diversi da come forse siamo abituati: il ‘brusio degli angeli’ – di cui scriveva Peter Berger – sarebbe ancora udibile sotto il rumore del traffico delle macchine; nella misura in cui l’uomo, anche quello moderno, è interessato alla ricerca di significati nella vita, è ancora parte della stessa famiglia dell’uomo arcaico, è ancora alle prese con strutture mitiche che de-storicizzino la sua situazione esistenziale e tramite la loro ripetizione rituale rendano attuale l’esperienza senza tempo del sacro. Si tratta, senza dubbio, di una visione – anche della modernità – assai differente da quella cui siamo abituati, in cui la sacra volta è stata spazzata via dalla secolarizzazione. Julien Ries, Mircea Eliade, Yves Coppens – per fare alcuni nomi –  formano un canone della modernità alternativo rispetto ai nostri più familiari Marx, Weber e Freud. La secolarizzazione, come categoria, sarebbe semplicemente un errore.

È un peccato che Robert Bellah nel suo pur monumentale Religion in Human Evolution non abbia voluto confrontarsi con questa variante di interpretazione del sacro, del mito e del rito. La tesi di Bellah (e naturalmente la sociologia durkheimiana cui Bellah si ispira) secondo cui nell’evoluzione nothing is ever lost, può essere una prospettiva a partire dalla quale misurarsi con la sfida lanciata alla modernità mainstream da Ries ed Eliade. Quella sociologia che non ha smesso di usare il vocabolario del sacro e del rito, pur in una prospettiva molto diversa da quella fenomenologica che del sacro fa una struttura ontologica sempre manifestantesi nella storia, può essere in grado di fare da ponte tra le due autorappresentazioni inconciliabili della modernità, quella di Eliade-Ries, da un lato, e quella di Marx-Weber-Freud, dall’altro. Raccogliere la sfida, imparare ad esercitare anche un altro sguardo sulla modernità, venire a patti con l’intreccio sociologico tra società, miti e simboli, anche per evitare che l’arcaico sciamanizzi in forme regressive: questo mi sembra il compito di una sociologia del sacro oggi, per la quale l’opera di Julien Ries è senza meno un potente e affascinante stimolo.

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