IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il virus in due parole sommesse

Lo spirito del tempo che viviamo può essere colto nell’appello della voce fuori campo che legge in uno spot televisivo la scritta “Aiuta la Protezione civile a sostenere il Sistema sanitario nella lotta al coronavirus” cui segue un numero Iban. E’ la voce, proprio quando dice “nella lotta al coronavirus”, a suscitare come in un’evocazione il senso di un’esperienza collettiva che per ognuno di noi è innanzitutto una prova individuale: la sua flessione di tono, quasi che la drammatica parola, solo a pronunciarla, possa sortire contraccolpi negativi, indulge a un timbro come sottovoce, mascherando timore e distacco ma manifestando soprattutto un pathos che induce un effetto di realtà e dà la misura di un pericolo ignoto e incombente.
Dovrebbe essere un appello sostenuto e uniforme nella sua cadenza, che stimoli il senso di umanità e la responsabilità personale, invece – a sentirlo la prima volta e poi a riascoltarlo come un mantra – sorprende per la sua improvvisa dimissione che esita come un soffio: la sua modulazione – che assume nel finale un andamento del tutto dissonante e volto inaspettatamente al sommesso quando dovrebbe essere piuttosto in crescendo – si tinge di luttuoso e tradisce un fondo di rassegnazione e di soccombenza, ma pure di condivisione di un dolore frutto di una tragedia generale.
“Lotta” e coronavirus” sono i due termini per i quali il dicitore sembra quasi, pronunciandoli in scala minore, il primo come prodromo del secondo, che non abbia trovato equipollenti eufemisticamente politically correct, sinonimi cioè che ne attutiscano la crudezza. Se avesse tenuto per entrambe le parole (accezione preferibile, secondo la definizione di Michel Foucault,  a quella di “termini” perché integra dei sentimenti e non si ferma ai significati) lo stesso tono delicato ma in arsi messo nel resto della frase, il dicitore avrebbe ottenuto di dare alla lotta al coronavirus un fondo interpretativo di tipo agonistico e un senso di sfida che forse avrebbe disturbato e irritato se non demotivato il destinatario, mentre l’accostamento ad esse in atteggiamento come riverenziale e circospetto ne esalta una pregnanza semantica quasi segreta e misteriosa che è tutta nei reali effetti che sia della lotta che del coronavirus bene abbiamo sperimentato e conosciamo: lotta e coronavirus che sono forze in reciproca opposizione come nemici fatali e richiedono entrambe rispetto e osservanza, epperò la lotta porta le nostre insegne e ci invita a inalberarle mentre il coronavirus è il tartaro invisibile che ci assedia.
Bastano due parole che come poli magnetici antitetici siano messe a contatto, unite da una preposizione nel ductus di un tono vocale affievolito e sottaciuto, per avere testimonianza di una condizione umana, ricavare il dromenon dal legomenon, il fenomeno reale cioè revoluto dal portato lessicale. Tale frase che continuiamo a sentire in televisione, con quel secondo emistichio che sente come di un’antica profezia rivelata con voce di dolente accettazione e sopportazione, dice più di ogni rappresentazione la più icastica della pandemia e dell’incentivazione alla lotta contro di essa. Sembra un canto, ma è una cura.

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