CROCE E DELIZIE

Corrado Ocone

Filosofo

Il vero realismo è quello (post)idealistico. Fichte, Gentile, Gramsci e altre suggestioni filosofiche

L’altra sera ho tenuto una lezione su Benedetto Croce all’interno di un interessante ciclo sulla filosofia italiana della prima metà del Novecento organizzato dal “Laboratorio di filosofia” costituitosi recentemente in seno al Centro Gobetti di Torino sotto la vigile attenzione di Claudia Bianco. Il titolo generale della serata era quello di un’opera di Giovanni Gentile del 1913 (ormai un secolo fa): La riforma della dialettica hegeliana. Io ero uno dei due relatori, coordinati da Pietro Polito: l’altro era Diego Fusaro, a cui toccava il compito, subito dopo il mio intervento, di parlare del filosofo dell’Atto. Mi ha positivamente impressionato la presenza di giovani, soprattutto, che hanno fino a mezzanotte ascoltato, preso appunti, fatto domande su temi, che a prima vista sembrerebbero lontani mille miglia dai loro interessi attuali: il “neoidealismo”, la dialettica, i distinti, gli opposti, concetti e pseudoconcetti, pensiero pensante e pensiero pensato … Alla fine, pur essendomi stato assegnato il compito di parlare di Croce, ho finito per dire la mia anche su Gentile e sull’interpretazione che ne ha dato Fusaro. Il giovane studioso ha collegato il concetto di prassi come lo concepisce Marx ad ad una radice fichtiana che poi, secondo lui, troverebbe uno sviluppo radicale e coerente nell’attualismo gentiliano. La filosofia di Marx di Gentile del 1899 conterrebbe perciò in germe, in questo ordine di pensiero, tutto l’attualismo. E lo stesso pensiero di Gramsci, che pure ha avuto come maggiore e costante riferimento Croce, non si spiegherebbe nel suo nucleo logico prescindendo da questa radice attivistica e prassistica di origine gentiliana (e non si capirebbe nemmeno, aggiungo io, la “rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che sull’idealismo attuale pure si era formato).  La tesi di Fusaro non è ovviamente campata in aria, né è originale: è stata approfondita ed argomentata da illustri studiosi, a cominciare da Augusto del Noce. Indipendentemente dal fatto che in Gentile, da un punto di vista meramente filologico, siano presenti anche altre direttrici che avallano altre interpretazioni, su quella illustrata mi trovo sostanzialmente, e non da oggi, d’accordo. I miei dubbi sorgono però quando Fusaro dà un’interpretazione meramente soggettivistica del pensiero gentili ano. Dalle parole dello studioso sembrava che tutto si riduca, nel filosofo di Castelvetrano, ad una sorta di psicologismo berkleyano (“esse est percipi”). Il che è certo anche avvalorato da alcune sue affermazioni, ma non basta: bisogna avere il coraggio, a mio avviso, di essere ancora più rigorosi sul sentiero da lui tracciato. E’ chiaro che sbaglio l’amico Maurizio Ferraris quando pretende che la realtà sia inemendabile: è evidente, voglio dire, che essa si dà solo mediata dal pensiero che pensa. Ma il fatto è che anche, e contrario, il pensiero non si dà mai se non come pensiero di qualcosa … di reale! E’ un nesso inestricabile, quello fra logica e realtà (ed epistemologia e ontologia per usare il linguaggio ferra risiano), per quanti sforzi noi si faccia. Alla fine il Soggetto puro o Pensiero pensante di Gentile si potrebbe pure chiamare, con uguale legittimità, Oggetto o Reale assoluto (l’Io puro non è l’Io empirico ed è Io solo per convenzione di linguaggio). Nella sintesi idealrealistica, diciamo così, non c’è una primazia dell’uno o dell’altro elemento. Succede così che pure partendo da una riflessione sul Soggetto, usando persino un linguaggio meramente soggettivistico, l’attualismo segni alla fine l’implosione, per troppa potenza, del soggetto pensante. Dalle macerie di questa autodissoluzione non fa che emergere la realtà nella sua spessa fatticità: non una realtà irrelata di oggetti, ma storica e dialettica. Ma pur sempre, anzi a maggior ragione, realtà. Con Gentile muore definitivamente la filosofia della conoscenza che ha dominato l’età moderna, come ha spiegato il suo allievo Guido Calogero nella sua opera del 1938 intitolata proprio La conclusione della filosofia del conoscere. Un processo, quello storico della gnoseologia moderna, che è stato magistralmente ripercorso da un altro maestro di Calogero, la bella e dimenticata figura di filosofo che risponde al nome di Ernst Cassirer, con il quale sia Croce sia Gentile erano in rapporto di conoscenza e stima. Il titolo originale della ponderosa opera di Cassirer pubblicata in Italia da Einaudi, in più volumi, con il titolo di Storia della filosofia moderna è, come è noto, proprio Das erkenntnis Problem in der Philosophie und Wissenschaft der neuren Zeit.

  1. E se il pensiero come prassi non fosse altro che un sistema per prendere coscienza del nulla che si afferma?
    Il II principio della termodinamica afferma infatti che ogni trasformazione distrugge più ordine di quanto non ne riesca a costruire: ci avvicina ad uno stato di puro caos, di assenza completa di informazione: al nulla.
    Cosa rimarrà allora se non l’insieme delle infinite modalità storiche di annullamento dell’essere?

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