IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il game over di Baricco

Alessandro Baricco si è distinto e fatto ammirare per l’estro messo a elevare la letteratura dal genere all’assoluto, facendone il portato dell’essere, uno strumento di educazione alla vita e di conoscenza del mondo. Pochi altri hanno saputo guardare la letteratura e vedere l’esistenza, anche quella quotidiana e più sottile. Ma da qualche tempo il fondatore della Scuola Holden, l’indimenticato periegeta del Circolo Pickwich, è diventato un mistagogo molto poco ierofantico. Ha lasciato la letteratura per saggiare la politica, si è dato a scrutare la condizione umana in taccia di filosofo e posa adesso a maitre à penser e, quel che è peggio, a patrocinatore di cause altrui.
L’ultima è una marchetta. Ha infatti appena registrato un video, postato graziosamente sul sito di Repubblica, dove pubblicizza, promuove ed esalta i libri di un autore, torinese come lui e insegnante nella sua Scuola Holden, che non ha esitato a iscrivere tra i grandi scrittori, dichiarando con sicumera che i suoi libri “sono una delle cose più belle, forse più importanti, che sono state scritte in Italia”. Si tratta di Davide Longo, un giallista invero dei tanti, che Baricco si è preoccupato possa passare inosservato, dunque attestandone la bassa statura di scrittore, e perciò è accorso una mattina di “freddo porco” a rilanciarne le quotazioni. Ci sta. Lo fanno tutti a scambiarsi beneplaciti e mirallegro, perché non Baricco? Ma l’autore di Game (un cerebrale trattato postmoderno inteso a sostenere una propria astrusa tesi più che a esplorare una realtà e indurre ipotesi) ha stavolta esagerato collocando il buon Longo accanto a Sherlock Holmes, Simenon e Fred Vargas, i soli autori che secondo lui scriverebbero gialli facendo letteratura.
La sua teoria ricorda il Baricco migliore: giallo e letteratura sono mondi diversi – sport, dice lui. Chi scrive un poliziesco può anche conquistare l’interesse del lettore, ma non andando oltre l’immedesimazione, giacché il piacere della lettura richiede appunto elementi che il giallo non ha e che invece si ritrovano nella letteratura e nella sua potenza. In realtà il lettore, nel leggere un romanzo, o si fa prendere dalla trama e non bada allo stile e alla forma (immedesimazione esterna), per cui legge page turner, senza accorgersene, oppure si lascia sedurre dal piacere della lettura (immedesimazione interna) relegando l’intreccio a un piano inferiore. Il poliziesco appartiene al primo modello e non fa dunque letteratura. Ma per Baricco ci sono scrittori che riescono a coniugare e conciliare entrambi i motivi e uno di questi è appunto Davide Longo.
Baricco è attento ad avvertire che non ama il giallo e, ricercando in esso presenze letterarie, dice di aver trovato questa congiunzione astratta anche in Longo oltre che in Sherlock Holmes, in Simenon e in Fred Vargas. Ed è proprio curioso che – lasciando da parte Longo, tutto davvero da scoprire e perciò da sponsorizzare – debba aver guardato all’estero quando in Italia un Leonardo Sciascia ha oltremodo esercitato il proprio magistero di giallista proprio sul crinale della letteratura, facendo molto meglio della troika catafratta di Baricco. Che per fare spazio a Longo, intestandogli il regno d’Italia, ha esiliato non solo Sciascia, il caso più clamoroso di ostracismo, ma anche Fruttero & Lucentini, Andrea Vitali e non ultimo Andrea Camilleri, cui non può non essere riconosciuto, proprio in ambito letterario, l’enorme sforzo compiuto nella sperimentazione di una nuova espressione linguistica.
Ma adesso possiamo scommettere che, avendolo sancito Baricco, Davide Longo si vedrà sospinto in alto come da un sifone, giusto il fatto che in Italia il gusto del pubblico dei lettori è condizionato da quello di autori ascoltati perché famosi e non perché autorevoli, meglio ancora se personaggi televisivi. Baricco è la dimostrazione del teorema secondo cui, mentre nell’Ottocento per diventare famosi occorreva scrivere un romanzo, oggi vale il principio per cui chi voglia fare lo scrittore debba prima essere famoso. Ottenuto questo stato, si può scrivere, fare e dire qualsiasi idiozia.

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