IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Massini e la “generazione della normalità”

Stefano Massini, nuovo profeta della pletora degli Sgarbi e degli Scanzi, si è surriscaldato perché un drone ha sorvolato il suo terrazzo e lo ha filmato violando non solo la sua privacy ma addirittura la sua libertà individuale sancita dalla Costituzione. Paupulando contro i sostenitori della sicurezza mossi a danno della libertà, scelta che ogni Stato invero è costretto da sempre a fare in presenza di una minaccia o un’emergenza, Massini ha preteso di conoscere utilizzo e fine dei suoi dati perché ritiene che non ci sia nulla di più sacro della libertà di movimento, non chiarendo se quella di espressione lo sia ancora di più o di meno.
Evidentemente non ha un computer e non usa né email né internet, perché da anni ormai i dati di qualsiasi cittadino del mondo che sia in possesso di un Pc o di uno Smartphone sono nelle mani delle holding commerciali che condizionano gusti e preferenze di prodotti e servizi, determinando nello stesso tempo mutamenti nella mobilità dei consumatori. Milioni di persone oggi si spostano seguendo le indicazioni ricevute dal mercato che ne mina i movimenti e dunque la libertà anche di scelta.
Quel che però è più grave è che Massini non si è forse ancora reso conto di quanto sta succedendo nel mondo e giudica esorbitante la propensione a subordinare la libertà individuale di movimento alla priorità della sicurezza pubblica, sicché ricorda misure di restrizione e di controllo antiterrorismo per lui aberranti quali quelle prese negli Stati Uniti dopo l’11 Settembre e in Francia a seguito della strage nella sede del Charlie Hebdo. Massini ragiona in sostanza come quanti caldeggiano la ripartenza della produzione, obiettivo che, al pari della libertà individuale, è considerato preminente rispetto al lockdown. Sia per Massini che per Confindustria è più importante infatti ripristinare regole di normalità che salvare vite umane.
Come i soloni che parteggiano per la riapertura, Massini appartiene a una generazione che non ha fatto l’esperienza della guerra ed è finora vissuto in un regime di benessere e in un’epoca priva di apocalissi planetarie. Questa generazione è la stessa che ogni giorno parla di bambini da portare al parco, di turismo da rilanciare, di tare psicologiche connesse a una lunga segregazione (manco due mesi fino a oggi), che nelle radio private si confronta sulla prova costume, sull’estate che arriva, sui prossimi sabato sera. Ma gli anziani, le vittime designate dell’epidemia sacrificate sull’altare della normalità, quei pochi rimasti in vita e che ricordano almeno l’ultima guerra, non nutrono nessuno di questi pensieri e raggelano sentendo parlare di cani da portare a spasso e necessari cicli di jogging. Sotto le bombe, tra le macerie, nella totale mancanza anche di pane, ritenendo una fortuna la possibilità di stare permanentemente nei rifugi sotterranei, con i morti che si contavano per le strade, nessuno aveva testa per la riapertura e vedere i loro bambini in vita era già una benedizione divina. Il loro valore era il coraggio, giusto quanto in Moby Dick scrive Herman Melville proprio in riferimento a una lunga ristrettezza: “Soltanto il coraggio di pochi  resiste a una meditazione prolungata, non alleviata dall’azione”. Quel coraggio che oggi manca.
Con seicento morti al giorno (quando per la decina di soldati caduti a Nassiriya si spensero programmi televisivi e si alberarono bandiere a mezz’asta), un’epidemia che non accenna a regredire e in uno stato in cui non si conoscono quanti realmente sono i contagiati, quelli come Massini della “generazione della normalità” vagheggiano condizioni fatte per colpire soprattutto quanti sono più esposti al contagio, cioè gli anziani. Gridare come fa Massini con le vene del collo aggettanti e nel pieno della pandemia, davanti alle cifre che leggiamo ogni giorno, che nessuno deve permettersi di minacciare la libertà individuale è come se in una città assediata il ceto più forte insorgesse contro il razionamento dell’acqua o ripetesse le gesta dei pietroburghesi agiati che sotto assedio nazista andavano a teatro.
La libertà individuale (che pure può essere ben limitata “nei casi e modi previsti dalla legge”, come recita la stessa Costituzione) recede davanti all’interesse pubblico nel bene della sicurezza generale. E’ una regola elementare anche di sopravvivenza oltre che di convivenza sociale: il bene maggiore perché di maggioranza  prevale su quello che comprende la minoranza di una popolazione e riguarda il singolo individuo. Davanti a un assalto di lupi il villaggio si rinserra nelle proprie case e lascia che i più forti li affrontino anche per la loro salvezza.
Fa discutere il caso di Siracusa, di cui si occupa la magistratura, del contagiato che ha firmato e lasciato l’ospedale, infettando così decine di colleghi, se sia stato giusto garantirgli l’esercizio della sua libertà individuale invece che ricoverarlo con la forza e trattenerlo perché non propagasse il virus. Probabilmente Massini darebbe ragione all’uomo che ha voluto essere libero a ogni costo, senonché quell’uomo è morto, la sua segretaria pure dopo di lui e molti colleghi oggi sono in isolamento domiciliare. Va bene, direbbe il nostro ultimo guru, ma è stata fatta salva la libertà individuale. Dunque vale primum phisophari, deinde vivere.

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